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Lateral: quindici anni di Mina, quindici anni d'Italia (parte 1)

05.01.2026 Scritto da Andrea Laurenza

Dal 1963 al 1978, Mina e l’Italia camminano quasi allo stesso ritmo. La sua voce attraversa un quindicennio in cui la musica pop non è solo intrattenimento, ma uno dei motori della modernità: accompagna le trasformazioni sociali, riflette le tensioni politiche, assorbe la lingua di un Paese che cambia ogni anno faccia. Sono gli anni in cui Mina pubblica decine di canzoni e trova nella televisione e nel disco i suoi due spazi naturali. Ogni arrangiamento, ogni scelta di repertorio, restituisce un’Italia diversa: la fiducia del boom, la malinconia del dopo, l’inquietudine della disillusione. La canzone diventa un termometro del tempo, e Mina il suo riferimento stabile — insieme agente del cambiamento e punto fermo, sempre contemporanea e già classica.

Quindici anni a volte tragici, sempre a loro modo luminosi, in cui l’Italia perde l’innocenza e diventa un Paese moderno e la musica è parte della trasformazione sociale e culturale come non accadrà più in futuro. Questa è la storia in tre parti di quel periodo, con una playlist per accompagnare il racconto con la musica.

Prima Parte

 

Il ritorno

È il 14 gennaio 1964 quando Mina Mazzini torna sul secondo canale della RAI, ospite di Mike Bongiorno a “La Fiera dei Sogni”. Alle sue spalle, oltre cinquanta 45 giri, cantando un po’ di tutto, in una versatilità fatta di cover di canzoni americane, napoletane e pezzi originali. Ha sdoganato la nuova canzone d’autore, interpretando e portando al numero uno in classifica “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli. Ha creato un personaggio complesso e stratificato che piace ai giovani, ma anche agli intellettuali come Alberto Moravia, Luchino Visconti, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini e Michelangelo Antonioni.

È stata la padrona di casa a “Studio Uno”, il varietà del sabato sera del canale nazionale che ha cambiato il concetto stesso di intrattenimento in Italia. Insieme ad Adriano Celentano, ha portato nel paese una ventata di novità, per come parla, come si muove, quella sensualità tardo adolescenziale, non ostentata ma naturale che fluisce dai suoi comportamenti. Come lui, è figlia del boom economico ed è entrata prepotentemente nelle case delle italiane insieme a frigoriferi, televisori e alle fonovaligie per ascoltare i dischi, in un paese che, valigie in mano, si sta trasformando da economia agricola a potenza industriale, mentre sta ancora combattendo con un tasso altissimo di analfabetismo.

Emblema della nuova modernità, Mina forma la sua cultura musicale ascoltando di tutto — soprattutto il jazz della collezione del padre — spinta da un’instancabile curiosità. Partecipa due volte a Sanremo, per decidere di non tornarci più. Appare al cinema, sulle copertine, ovunque. Ha appena avuto un figlio con Corrado Pani, un uomo sposato, e questo le costa la condanna della Chiesa, della società, dei giornali e l’ostracismo della RAI. Ha solo ventitré anni, ma sembra averne vissute già due di vite.

La relazione con Pani entra nella storia della morale italiana dei primi anni Sessanta. Una parte del Paese, la stampa, la televisione pubblica e la Chiesa giudicano inaccettabile che una donna non sposata possa avere un figlio, per di più da un uomo già sposato. Allontanata dalla RAI, Mina non perde però il favore del pubblico, mentre i giornali — pur cavalcando lo scandalo — provano a ridimensionarlo rappresentandola come una donna redenta dalla maternità, secondo la stessa narrazione usata in passato per Ingrid Bergman e Sophia Loren.

È ancora un’Italia che vive la rivoluzione dei consumi e dei costumi in modo intermittente e ambiguo, segnata da profonde disuguaglianze tra centri urbani e periferie, tra nord e sud. Il rischio di scomunica per aver visto La dolce vita o le prime proteste di piazza contro il governo Tambroni sono solo indizi di un Paese ancora immerso in una dimensione arcaica, patriarcale e cattolica. Ogni deviazione è percepita come un attacco alla moralità, un segno di corruzione, qualcosa di “anti-italiano”.

L’istantanea migliore dell’arretratezza culturale del paese la offrono le scene riprese da Pier Paolo Pasolini che mentre Mina torna in RAI è alle prese con il montaggio di quello che diventerà “Comizi d’amore”, documentario-inchiesta sul rapporto tra italiani e sessualità le cui riprese si svolgono in contemporanea ai sopralluoghi in giro per l’Italia per “Il Vangelo secondo Matteo”. Pasolini, mette a nudo un’Italia che si crede moderna ma resta prigioniera, confondendo il benessere con il progresso. Una società ancora dominata dalla morale cattolica e dal conformismo, dove il decoro e la famiglia sostituiscono ogni forma di pensiero critico. L’Italia borghese è più benestante che moderna, e quella povera resta ancorata agli stessi schemi per mancanza di alternative.

In questa nuova Italia Mina diventa, quasi senza volerlo, portavoce di nuove istanze emancipatrici. “Città vuota, il brano con cui si presenta da Mike Bongiorno, segna il suo vero salto di qualità rispetto ai singoli precedenti, per la qualità intrinseca del brano, ma soprattutto per produzione e interpretazione che pur rimanendo squisitamente pop suonano molto più moderne.

È, come spesso nel suo percorso iniziale, una cover di “It’s a Lonely Town” di Gene McDaniels, cantante afroamericano del giro del Brill Building, già autore di “Tower of Strength, trasformata da Celentano in “Stai lontana da me”. Nella versione italiana il ritmo rallenta, la voce di Mina si fa più controllata e cinematica, l’arrangiamento amplifica la solitudine evocata dal testo. È il primo singolo pubblicato con la Ri-Fi, la nuova etichetta scelta dopo la scadenza del contratto con Italdisc, nonostante le avances della RCA. Da qui inizia la stagione più luminosa e indimenticabile della sua carriera.

Complice il cambiamento quasi quotidiano del modo di arrangiare, produrre e fare musica in Italia, il singolo – pubblicato a fine 1963 – suona diverso da tutto ciò che Mina ha fatto prima. Segna l’inizio di un periodo magico che dura almeno quindici anni, fino al suo ritiro dalle scene. La voce è ancora quella da soprano, che predilige i registri alti e si avventura solo di rado in quelli più gravi. È diretta, limpida, senza manierismi: fresca, a tratti ingenua, ma capace di racchiudere l’innocenza e l’ottimismo smisurato di un Paese che, in dieci anni, raddoppia il reddito medio e cresce dell’8% l’anno. “Città vuota” segna in qualche modo il tempo di questa Italia che vive con spensieratezza un’estate splendida e struggente che sembra non avere fine.

 

Un anno d’amore

Mina ha lasciato l’Italia da ragazza solo un anno prima ed è tornata donna. La sua immagine è cambiata, perdendo parte della carica eversiva degli anni precedenti la maternità. È mancata meno di un anno, ma la scena musicale italiana non è più la stessa. Quando, insieme a Celentano, aveva fatto irruzione, alla fine dei Cinquanta, l’America stava già archiviando la ribellione del rock’n’roll per rifugiarsi in qualcosa di più accettabile agli occhi dei genitori: l’epoca dei teen idol, inaugurata da Paul Anka e proseguita da Frankie Avalon, Brenda Lee e molti altri. Come spesso accade, l’Italia replica il modello con qualche anno di ritardo. L’assenza di Mina e la nascita delle riviste musicali giovanili – che spostano l’attenzione dal brano al volto e al corpo di chi lo interpreta – aprono la strada a una nuova generazione di divi adolescenti, capitanata da Gianni Morandi e Rita Pavone. La sensualità istintiva e inconsapevole di Mina e Celentano lascia il posto all’innocenza rassicurante del “bambino” Morandi e alla Pavone, privata di qualsiasi reale tensione erotica, in un’alternanza di ruoli tra maschile e femminile. È proprio lei, tra l’altro, a prendere il posto di Mina nella conduzione di Studio Uno per l’edizione 1962-1963.

La sua assenza dal varietà del sabato sera non le impedisce di riconciliarsi con l’Italia intera quando, con “È l’uomo per me”, torna in cima alle classifiche. Poco importa se quell’uomo sia davvero Corrado Pani, ancora ufficialmente sposato: il Paese ha già perdonato. La canzone è ancora una cover, come lo saranno i due brani del singolo successivo, destinato a segnare il 1964.

A dimostrazione della capacità dei discografici italiani di scovare perle sconosciute, il capo della Ri-Fi individua un brano di un giovane autore francese allora quasi ignoto, Nino Ferrer. Una canzone semplice, nata da una delusione adolescenziale — la fine di un amore durato un anno — che lui stesso accetta di interpretare solo dopo non aver trovato nessun altro disposto a farlo. La disperatissima “C’est irréparable (Un an d’amour)” esce in Francia nel novembre 1963 con un arrangiamento orchestrale di impronta italiana e l’uso solenne dei timpani a introdurre l’inciso, raggiungendo il tredicesimo posto in classifica.

È Mina a darle fama internazionale con “Un anno d’amore”, una versione con il testo firmato da Alberto Testa e Mogol che resta fedele all’originale, ma sposta il punto di vista: in Francia l’amore è già finito, in Italia sta solo per finire. È una sfumatura che cambia tutto, perché dentro c’è ancora la speranza, il tentativo di trattenere ciò che scivola via. L’arrangiamento di Augusto Martelli porta l’orchestra in primo piano, allarga la melodia e costruisce un crescendo emotivo che nell’originale non c’era: una tensione che nasce dal contrasto tra misura e dramma. Da qui prende forma un modello, una grammatica della slow song che Mina riprenderà più volte: ritmo lento o moderato, archi che respirano, parole scandite come se ogni sillaba pesasse. È un modo di cantare che fonde rigore e abbandono, controllo e fragilità, trasformando l’amore in una condizione più che in un sentimento.

Nel contesto di anni in cui le canzoni d’amore raccontano ancora di donne pronte a sopportare pur di non restare sole, Mina riesce a fare un passo oltre: porta quella dipendenza in una dimensione adulta, malinconica, quasi universale. “Un anno d’amore” diventa così più di una canzone: è il momento in cui la voce di Mina smette di raccontare l’amore degli altri e comincia a raccontare il nostro.

Siamo nel cuore di una stagione in cui le cover di Mina diventano, in tutto e per tutto, canzoni sue. L’identificazione è totale, quasi autoriale: ogni brano viene riscritto, riarrangiato, rimesso al mondo con una voce e uno stile che cancellano l’originale. A favorire questo processo c’è la scelta di pezzi ancora poco conosciuti, che le permettono di farli propri e di portarli in una dimensione di pop sofisticato, elegante e moderno - almeno per il paese - capace di non invecchiare. È qui che Mina diventa qualcosa di più di un’interprete e comincia a rifondare la forma stessa della canzone leggera italiana, anche grazie al maggior numero di pezzi originali che sta per arrivare.

“Un anno d’amore” arriva al numero uno dei 45 giri e ci resta per mesi, anche grazie a un retro che non si dimentica. Ci vogliono tempo e pazienza per convincere Mina a interpretare “E se domani”, appena presentata a Sanremo da Fausto Cigliano senza successo, nonostante unisca la melodia elegante di Carlo Alberto Rossi alle parole di un ispiratissimo Giorgio Calabrese. La costruzione sintattica è parte del suo fascino senza tempo: un continuo intreccio di congiuntivo e condizionale che crea un tono sospeso, fragile e struggente. Con il verso “e sottolineo se”, Calabrese si inventa una cesura poetica che rende esplicito ciò che di solito resta taciuto — la precarietà dell’amore, la possibilità di perderlo. “mettiamo il caso che ti sentissi stanco di me”: disarma e rovescia la logica tradizionale della canzone d’amore dell’epoca. In un tempo in cui la donna nella canzone d’amore vive la meta-normalità dell’attesa, del sogno, dell’abnegazione, Mina rompe il rituale: non solo teme la fine, ma la guarda in faccia con un atto di libertà e di vulnerabilità, reso ancora più credibile da un’interpretazione misurata, tutta in punta di piedi. “Avrei perduto il mondo intero, non solo te” non è solo un’iperbole romantica – per quanto bellissima -, ma il segno di quanto l’amore abbia invaso la scena della vita.

L’arrangiamento, costruito per sottrazione, con una base jazz e un’orchestra discreta sullo sfondo, dà al brano la struttura di uno standard e restituisce alla voce tutta la sua verità. Il cinema ne coglie subito la potenza emotiva: pochi mesi dopo, “E se domani” entra nella colonna sonora di “Io la conoscevo bene”, accompagnando lo scorrere delle lacrime nere di mascara sul volto di Adriana (Stefania Sandrelli). Un’inquadratura che sembra scritta sulla musica, e che trasforma la canzone in uno dei frammenti più struggenti e riconoscibili dell’Italia di quegli anni.

 

Di nuovo a Studio 1

Quando Mina nel 1965 torna a Studio Uno, non è più solo una voce: è un simbolo. È la padrona di casa della Rai, moderna e insieme rassicurante, capace di parlare a un Paese che sta cambiando ma che non ha ancora deciso fino a che punto. Dopo gli anni da ragazza ribelle e testimonial della birra, arriva la Barilla, che la vuole come volto del suo Carosello. È la consacrazione definitiva: da icona giovanile a nuova madre borghese, immagine perfetta per un’Italia che si riconosce nei consumi, nella famiglia, nel benessere. Mina tiene insieme questi mondi con naturalezza: ribelle e rassicurante, elegante e popolare, distante eppure vicinissima. Come Dalida in Francia e Dusty Springfield in Inghilterra utilizza il nuovo altare laico, il televisore, il corpo e lo stile come manifesto. Una sfida contro le convenzioni sociali o semplicemente quelle estetiche: essere non solo cantanti, ma architette della colonna sonora di un nuovo modo di essere donna.

All’interno di "Studio Uno", Mina conduce una rubrica fissa intitolata È l’uomo per me. Ogni settimana riceve sul palco un uomo del cinema, del teatro o dello spettacolo, e lo intervista con una disinvoltura che nessun’altra potrebbe permettersi. Nessuna deferenza, nessun imbarazzo: Mina domina la scena con ironia, intelligenza, la pesante linea di eyeliner e una leggerezza che disarma. È più alta di quasi tutti i suoi interlocutori e gioca con questa sproporzione fisica trasformandola in linguaggio, in ritmo scenico. Le mani, le braccia, lo sguardo fanno parte della conversazione tanto quanto le parole. È un modo di condurre e di stare sul palco che riscrive le regole: niente femminilità decorativa, ma presenza piena, sicura, quasi direttiva. Un equilibrio perfetto tra misura e potenza, tra femminilità e controllo. In quegli anni, nessuno in Italia — e forse in Europa — riesce a tenere insieme così bene eleganza, ironia e profondità. Mina lo fa senza sforzo apparente.

Nel programma, accanto a lei, entra in scena Bruno Canfora, pianista e direttore d’orchestra, che diventa il suo personalissimo Morricone — un architetto del suono. Con lui Mina consolida la sua dimensione orchestrale. Canfora scrive le musiche pensando alla sua voce, costruisce spazi di fiato, controtempi, aperture. È il segno di una scuola musicale tutta italiana, figlia delle esperienze di Morricone e Bacalov alla RCA e del grande mestiere dell’orchestra Rai, un laboratorio dove pop, jazz e musica colta si intrecciano senza gerarchie.

Nascono piccoli capolavori di artigianato come “Un bacio è troppo poco” — con la base ritmica riutilizzata oltre quarant’anni dopo da Elvis Costello in un loop continuo, come in effetti è anche nell’originale — capace di riportarti nel 1965 nello spazio di un secondo. La musica si muove elegante, in una dimensione di drammaticità leggera, mentre il testo comincia a parlare una lingua nuova, meno pudica, più diretta, alla ricerca dell’amore “quello vero, per noi due”. Mina allunga le consonanti, deforma alcune vocali, sillaba con precisione millimetrica seguendo la scansione ritmica, pronuncia certe parole come se fosse un’interprete inglese costretta a cantare in italiano. C’è qualcosa di fascinosamente antico e moderno insieme, una grazia sospesa che colloca la canzone in uno spazio tutto suo — a metà tra gioco e sentimento, mestiere e libertà.

Tra i tanti originali, Mina e la sua casa discografica trovano il tempo per altre instant cover di brani che passano da Sanremo – “L’ultima occasione” è tra questi -, ma dopo “E se domani” sono rari i casi dove la canzone diventa solo e indubitabilmente di Mina. Un po’ perché la cantante è più concentrata sui pezzi nuovi, un po’ perché i pezzi scelti sono spesso già nella dimensione della semi-familiarità.

Nel 1966, sempre con musica di Canfora e parole della Wertmüller – la stessa coppia della riuscita “Fortissimo” di Rita Pavone – arriva l’organo Hammond ad aprire “Mi sei scoppiato dentro il cuore”. Il pieno d’orchestra che segue è compatto, costruito su più livelli sonori, debitore degli arrangiamenti di Morricone per Gianni Morandi, con la voce di Mina in primo piano a dominare tutto. È un esempio della versione nostrana del wall of sound di Phil Spector, meno spinta e più misurata, ma ugualmente capace di riempire lo spazio, con fiati, archi e percussioni che si intrecciano.

Sono gli anni in cui l’artista di Cremona, con Canfora - ma anche con il più tradizionale Piccioni (“Addio”, 1966) e con Martelli (“Tu farai”, dell’anno prima) -, si cimenta con grande successo nella ballata iper-melodica, che presto abbandonerà, e nei mid-tempo. Il cantato è moderno per il Paese, ma impermeabile a tutto ciò che arriva dall’Inghilterra: niente beat, niente rock. Si respira piuttosto una dimensione orchestrale dove la voce e la musica restano protagoniste assolute, come nella migliore tradizione italiana di quegli anni, quella capace di vendere nel mondo. Una drammaticità costante che definisce per gli altri paesi in quel momento e per sempre cosa significhi essere italiani. Non è un caso che proprio nel 1965 Pino Donaggio porti a Sanremo il melodramma pop di “Io che non vivo (senza te)”, che Dusty Springfield rifarà l’anno successivo in inglese con “You Don’t Have to Say You Love Me”, aprendo la strada a decine di versioni e milioni di dischi venduti. È la stessa Italia de “Il mondo” di Jimmy Fontana, il paese dove tutto quello che si vive è emotivo, drammatico, estremo. Ogni amore, il più importante della storia.

Siamo a metà anni Sessanta, Mina è al centro esatto del cuore di un’Italia che ha da poco smesso di correre, ma non sa ancora dove andare. Il boom economico si è fermato, e il Paese — con i suoi quarantamila juke-box accesi nei bar, nei dancing, nei porti, nei paesi — continua a cantare per non pensare. È l’Italia che ha reso obbligatoria la scuola media, che prova il suo primo centrosinistra, ma che vive ancora tra paure e contraddizioni: la psicosi da colpo di Stato, la morte di Togliatti, le ombre di un Paese che si vuole moderno ma resta antico.

Nel 1965 una ragazza di Alcamo rifiuta il matrimonio riparatore, in un mondo dove c’è ancora il delitto d’onore e la violenza sessuale può essere cancellata da un matrimonio imposto. È in questo scenario che le canzoni di Mina — e gli arrangiamenti nobili di Bruno Canfora — acquistano un senso più profondo: dietro la loro grazia, dietro la perfezione melodica e gli archi che scivolano senza peso, c’è la fotografia di un Paese che canta per restare leggero, che maschera con la dolcezza la propria adolescenza infinita.

 

Il miracolo

Mina è a un passo dal passare alla RCA quando, nel 1963, lascia la Italdisc per la Ri-Fi. Ci si chiede cosa avrebbe potuto nascere da un incontro con Ennio Morricone, come quello che il maestro ha con Gianni Morandi. Ma nel 1966 l’ipotesi diventa realtà. Mina e Morricone collaborano a un brano in cui il compositore romano non cura solo l’arrangiamento e la direzione d’orchestra, ma, eccezionalmente, anche la musica.

Alla RCA, Ennio Melis ha inventato la figura moderna dell’arrangiatore, dandole un peso che prima non aveva. Ha chiamato due giovani promesse uscite dal conservatorio – Morricone e Luis Bacalov – e con loro ha ridefinito il modo di fare pop in Italia. Morricone si limita, si fa per dire, ad arrangiare e dirigere un numero impressionante di brani nella prima metà degli anni Sessanta. Solo raramente scrive anche la musica, preso sempre più dal cinema. Una di queste eccezioni avviene quasi per caso, nel 1966, quando Maurizio Costanzo e Ghigo De Chiara, autori del varietà Rai Aria condizionata, lo contattano per comporre la sigla.

Pochi giorni e in una saletta di via Teulada Ennio Morricone suona al pianoforte verticale. Accanto a lui ci sono Maurizio Costanzo e Ghigo De Chiara, che hanno scritto il testo. Mina ascolta, prende il foglio con le parole e inizia a cantare. Non l’ha mai sentita prima, ma è come se la conoscesse da sempre. “Se telefonando” nasce così, in un pomeriggio d’inverno, senza prove né aggiustamenti. Probabilmente la canzone italiana più analizzata, scomposta, raccontata, tra code agli uffici postali e sirene della polizia di Marsiglia, la febbre e la colica epatica di Mina prima di inciderla e la frase cambiata del testo. Morricone parlerà poi di “un tema prevedibile e imprevedibile allo stesso tempo”, costruito su tre sole note – Sol, Fa diesis, Re – che si rincorrono su un tempo in quattro quarti senza mai fermarsi, alla ricerca di un secondo verso che non arriva, con accenti che cadono ogni volta in un punto diverso. È questa dissonanza a creare la vertigine, un’ascesa continua che non si risolve mai. L’arrangiamento di Morricone è una costruzione in salita: trombe, percussioni, archi e ottoni che si sommano a ondate, fino a sfiorare l’orchestrazione cinematografica. Quando a metà dell’inciso la tonalità cambia e si alza di due toni senza che ci si stato alcun rilascio della tensione con un nuovo verso, il miracolo si compie ed è impossibile non commuoversi. La canzone pop italiana più bella di tutti i tempi, a parere di chi scrive.

Il testo, messe da parti le apocopi “mar” e “amar” figlie di una canzone italiana che sa terribilmente di passato, è un piccolo terremoto. Dopo il congiuntivo ipotetico di “E se domani”, arriva il gerundio: “Se telefonando io potessi dirti addio”. È una donna che lascia, che decide, che parla dopo avere amato, in una sintassi moderna come una fotografia. Piero Gherardi – lo scenografo di e La dolce vita – dirige Mina in un video della canzone per i Caroselli Barilla. La cantante si muove nella Stazione Centrale di Napoli, avvolta in un abito nero che sembra un serpente. Le scale mobili, il cemento, il traffico dei passeggeri: tutto è moderno, urbano, stranamente distante. È una canzone d’amore che parla di fine, girata in un luogo di passaggi.

“Se telefonando” resta il miracolo di un equilibrio impossibile: leggerissima e drammatica, popolare e sofisticata, scritta da tre uomini ma posseduta da una donna che la rende definitiva, nonostante le innumerevoli cover che partono da Françoise Hardy e arrivano ai Divine Comedy. Mentre alla nuova facoltà di Sociologia istituita a Trento arriva la prima occupazione della storia e l’Italia inizia davvero a cambiare, la modernità arriva nella nostra canzone d’amore.  

Il successo del singolo è limitato e il pubblico sembra non accorgersene del valore della canzone. Un po’ per quello che sta succedendo intorno a lei, un po’ per la sua inesauribile curiosità, Mina sta per cambiare, nel modo di cantare, nella scelta delle canzoni e delle parole in cui riconoscersi. Ma questo lo scopriremo nella prossima puntata.

(fine della prima parte - la seconda e la terza saranno pubblicate domani e dopodomani)


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