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Lateral: quindici anni di Mina, quindici anni d'Italia (3)

07.01.2026 Scritto da Andrea Laurenza

Dal 1963 al 1978, Mina e l’Italia camminano quasi allo stesso ritmo. La sua voce attraversa un quindicennio in cui la musica pop non è solo intrattenimento, ma uno dei motori della modernità: accompagna le trasformazioni sociali, riflette le tensioni politiche, assorbe la lingua di un Paese che cambia ogni anno faccia. Sono gli anni in cui Mina pubblica decine di canzoni e trova nella televisione e nel disco i suoi due spazi naturali. Ogni arrangiamento, ogni scelta di repertorio, restituisce un’Italia diversa: la fiducia del boom, la malinconia del dopo, l’inquietudine della disillusione. La canzone diventa un termometro del tempo, e Mina il suo riferimento stabile — insieme agente del cambiamento e punto fermo, sempre contemporanea e già classica.

Quindici anni a volte tragici, sempre a loro modo luminosi, in cui l’Italia perde l’innocenza e diventa un Paese moderno e la musica è parte della trasformazione sociale e culturale come non accadrà più in futuro. Questa è la storia in tre parti di quel periodo, con una playlist per accompagnare il racconto con la musica.

 

Terza Parte

 

I Settanta

Gli anni Settanta italiani si aprono come un’altra stagione di trasformazione profonda, in cui la politica lentamente esce dai palazzi e si insinua nelle pieghe dell’esistenza quotidiana. La contestazione degli anni precedenti si allarga: nelle piazze, nei quartieri, nei campus universitari, nelle scuole e negli spazi di lavoro, nei cantieri come nelle caserme, si imprime un nuovo senso di partecipazione. Una generazione intera, cresciuta sulle rivendicazioni sessantottine, porta nelle sue mani slogan, speranze e conflitti, reclamando un ruolo diretto nel modellare la società e rifiutando tanto le forme consolidate della politica ufficiale quanto gli schemi tradizionali di cultura e potere. Si sviluppano movimenti che non si limitano alla protesta istituzionale: studenti e operai si uniscono in lotte che occupano università e fabbriche; sperimentano collettivi, pratiche di autoorganizzazione e autogestione; costruiscono reti sotterranee di comunicazione alternativa e nuclei di socialità che diventano spazi vivi di incontro e di cultura.

In questo mondo agitato, ogni gesto privato sembra intrecciarsi con la sfera pubblica, orientando emozioni personali verso un teatro collettivo di conflitto e di speranza, di rotture e nuove possibilità. Le contraddizioni sono all’ordine del giorno: Adriano Celentano vince Sanremo tra le polemiche con “Chi non lavora non fa l’amore” e tre mesi dopo il Parlamento approva lo Statuto dei lavoratori, con l’introduzione dell’articolo 18 e la possibilità di appellarsi al giudice contro i licenziamenti ingiusti.

Il decennio sarà attraversato da una creatività tumultuosa e da aspirazioni libertarie che investiranno non soltanto la politica, ma anche i modi di vivere: si ridefiniranno spazi, relazioni, linguaggi, insieme a sogni di emancipazione individuale e collettiva. Ma sarà anche un tempo di contraddizioni insanabili. Accanto alle manifestazioni di energia e inventiva, alle occupazioni e alle rivendicazioni civili, cresce un malessere che in seguito si incarnerà in una stagione accompagnata da violenze politiche di varia natura e da un clima di tensione permanente.

La discografia capisce che l’aria è cambiata: si iniziano a pubblicare con maggiore regolarità i dischi dei gruppi angloamericani e il mercato segue la tendenza internazionale, spostandosi dal 45 al 33 giri, il supporto ideale per le nuove espressioni musicali e per ascolti più profondi. Mina lo capisce prima di altri e a partire da “… Bugiardo più che mai… …più incosciente che mai…”, inaugura tre anni di assoluto dominio delle classifiche nazionali degli album.

La scena musicale italiana vive un’atmosfera sospesa, tra la fine del beat e l’arrivo dell’ondata di suoni nuovi che segnerà il 1971 e gli anni immediatamente successivi. Di riflesso, si avverte anche da noi lo smarrimento lasciato dalla separazione dei Beatles, ufficializzata da Paul McCartney il 10 aprile 1970. In mancanza di riferimenti certi e in attesa di nuove direzioni, c’è un momentaneo ritorno della melodia italiana classica, con Modugno che riconquista la vetta dei dischi più venduti dopo anni di assenza.

Si gettano le basi per la profonda tripartizione che attraverserà quasi tutto ildecennio — tra la canzone d’autore radicata nei testi, nelle tradizioni folk e nella riflessione civile, i gruppi progressive e i loro dintorni psichedelici e strumentali, e la canzone commerciale proiettata verso hit radiofoniche e immediatamente consumabili — mentre, su un altro fronte, distante e irripetibile, si staglia la coppia Mogol–Battisti. Con l’inizio degli anni Settanta Lucio Battisti diventa il campione indiscusso della musica italiana, con un’esplosione creativa senza precedenti che lo porta a produrre una sequenza incredibile di pezzi per sé e per altri, coniugando qualità e originalità a una popolarità quasi totale, in una sintesi unica nel nostro paese, mai più replicata da altri autori o interpreti italiani. A differenza dei gruppi progressive, che affonderanno le radici nell’estensione formale, e degli autori impegnati, che cercheranno senso e profondità, la coppia riesce a coniugare un linguaggio pop — apparentemente semplice — con tensioni narrative e poetiche nuove per il mercato italiano, insieme al rock elettrico e alle sonorità afro-americane che circolano da alcuni anni.

Il risultato è un corpus di canzoni memorabili non solo per il successo commerciale, ma per la capacità di attraversare generazioni e influenzare l’intero panorama musicale: brani concepiti tanto per essere interpretati da Battisti stesso quanto per altri interpreti, con una prolificità creativa che segna una linea di demarcazione netta rispetto ai modelli precedenti. In un decennio in cui molti guardano all’estero per nuovi stimoli e altri si rifugiano nel radicamento stilistico, la coppia Mogol–Battisti inventa una forma di modernità italiana che non avrà eredi diretti, restituendo alla canzone popolare uno sguardo interno e insieme universale, e segnando uno dei capitoli più alti della storia della musica italiana.

L’incontro tra Battisti e Mina è quasi inevitabile, e per un anno riesce a sottrarre la cantante dalla sua dimensione classica e atemporale, a rimetterla perfettamente nel suo tempo, con suoni, intenzioni e risonanza col mondo intorno a lei, come non accadeva dal triennio magico 19641966. È di nuovo la Mina di “Città vuota” e di “Se telefonando”, ma più matura e consapevole e con una voce, se possibile, più duttile. Battisti e Mogol la incontrano a Lugano con un mazzo di canzoni da cui viene selezionata “Insieme”, alla fine preferita a “Fiori di rosa, fiori di pesco”, che Battisti ritiene forse più adatta per sé. Con la canzone arriva il servizio completo: Detto Mariano all’arrangiamento sfrutta al meglio la sua formazione classica, conferendo al brano un tono maestoso, soprattutto nel ritornello; i futuri membri della PFM accompagnano in studio insieme all’orchestra e, con tutta probabilità, al Coro 4+4 di Nora Orlandi, collocando immediatamente il pezzo all’inizio dei Settanta. L’esecuzione si apre con Battisti al piano: la sua intro prepara il terreno, e la canzone decolla nell’inciso, con Mina che interpreta magistralmente il ritornello. L’orchestra è sempre presente, ma insieme a lei i giovani musicisti di estrazione rock creano un tessuto sonoro vivo, organico, pulsante.

Il testo di Mogol, forse non tra i suoi più memorabili, acquista con questa combinazione qualcosa di puro ed eterno: la frase “Io non ti conosco, io non so chi sei” entra subito a far parte dei distici più celebri del paroliere e, ancora oggi, affiora nel parlare quotidiano. È la testimonianza di un incontro tra autori e interprete che ridefinisce la canzone italiana dei primi anni Settanta. Mina la registra il giorno del suo trentesimo compleanno; le cronache dell’epoca riportano che la prima lacca del disco, insieme a un orologio d’oro, costituisca il regalo per il marito Virgilio Crocco, a due mesi dalle nozze celebrate in tutta segretezza, mentre il paese si interroga sulla relazione vera o presunta tra Pier Paolo Pasolini e Maria Callas.

“Insieme” esce a maggio, seguita quasi immediatamente dalla “Fiori rosa fiori di pesco” dello stesso Battisti, a spartirsi le zone alte della classifica estiva, subito dietro “La lontananza” di Modugno. La canzone di Mina arriva al numero uno a settembre, quando la “guerra civile di lunga durata” delle Brigate Rosse viene inaugurata materialmente con i primi roghi di automobili a Milano.

A novembre esce il secondo singolo di Mina a opera di Mogol-Battisti, il blues di “Io e te da soli”. La canzone è di quanto più vicino al Battisti solista si possa immaginare: tutta stacchi, cambi di ritmo, pause, con tratti del solo Battisti al piano o l’organo di Baldan Bembo protagonista. La regia e la sensibilità unica degli arrangiamenti sono quelle di Gian Piero Reverberi, perfettamente allineate all’interpretazione della cantante, pressoché priva di ogni manierismo ed emotivamente vicina a quella dello stesso musicista. Anche se la canzone è stata intenzionalmente scritta per lei, resta la Mina più battistiana che si verificherà mai. La canzone entra in classifica mentre l’Italia sfiora inconsapevole il colpo di stato: L’8 dicembre 1970, il Fronte Nazionale di Borghese lancia l’Operazione Tora Tora, con l’obiettivo di occupare ministeri e Rai, eliminare il capo della polizia e arrestare il presidente Saragat, sotto la regia del gran maestro della P2, Licio Gelli. A gennaio scalza “Emozioni” dal primo posto in classifica.

A maggio 1971 è la volta della terza collaborazione: “Amor mio” suona più immediata e d’impatto rispetto al singolo precedente, grazie anche all’introduzione con un pieno d’orchestra – ancora Reverberi - che segue quasi immediatamente l’intro di chitarra acustica. Un po’ meno Battisti, un po’ più Mina – vibrati compresi – ma con tutte le caratteristiche di grande canzone, all’incrocio tra blue-eyed soul e melodia italiana, con un ritornello memorabile. Per la prima volta Mogol scrive da una prospettiva femminile, esplorando con intensità emotiva la relazione amorosa: l’io narrante si presenta come unico vero amore, protettivo e totalizzante, invitando l’amato a non temere il freddo della vita perché “Amor mio, basto io. Grandi braccia e grandi mani avrò per te”.

Un ulteriore successo di proporzioni oggi impensabili, al quale la vetta della classifica è preclusa dall’ennesimo capolavoro di Lucio Battisti, “Pensieri e parole”. Il 1971 si chiude con la quarta collaborazione, la meno famosa e la più raffinata, sempre con Reverberi agli arrangiamenti: “La mente torna”, condannata addirittura – culpa gravissima – al lato B del singolo. In tutto quattro canzoni – solo due delle quali comprese negli album che la cantante pubblica a ritmi da catena di montaggio – che fanno sembrare di un altro secolo tutto il resto del repertorio coevo. C’è una Mina che gioca con un repertorio fatto soprattutto di classici e di originali poco ispirati – Gianni Ferrio non ha la capacità melodica di Bruno Canfora – e una Mina che unisce orchestra e suoni pop-rock con gli originali di Battisti-Mogol.

 

Teatro 10

L’edizione del Corriere della Sera del 23 aprile 1973, nella sezione Spettacoli, titola “Le gemelle Kessler stasera ospiti di Mina”. Leggendo l’articolo si comprende che si parla della puntata di Teatro 10 - l’ennesimo varietà di Antonello Falqui trasmesso del Canale Nazionale – condotto da Alberto Lupo con la partecipazione di Mina. Tra i tanti ospiti – Johnny Halliday, Montesano, Accardo – si fa riferimento anche a Lucio Battisti. Così, senza una parola in più. Dopo quattro anni di assenza, la cantante di Cremona torna protagonista di un varietà, chiamata a riesumare un genere già dichiarato morto dalla stampa, lontano dallo spirito dei tempi, nonostante le nove puntate si avviino a richiamare quasi 200 milioni di spettatori davanti la televisione. Ha dichiarato che se torna è solo per “questione di tasse”, si sente perseguitata dall’erario italiano e della tv non ha la benché minima nostalgia. Sta per compiere 32 anni, è stata ferma un anno per la nascita di Benedetta e parla già chiaramente di abbandonare le scene e ritirarsi a vivere tranquilla, senza fotografi, senza interviste.

Dopo i quattro singoli firmati da Battisti-Mogol, con “Grande, grande, grande” Mina è ritornata nel solco della canzone melodica elegante italiana, per stile e arrangiamento, con un testo che riprende, con minore intensità espressiva, il piano psicologico del rapporto odi et amo tra uomo e donna. Composto da Tony Renis e Alberto Testa e arrangiato da Pino Presti, il brano conquista le classifiche italiane nell’aprile 1972 – anche grazie alla tv - diventando uno dei singoli più venduti dell’anno e consolidando l’immagine di Mina come interprete capace di incarnare la canzone popolare raffinata e sentimentale, in perfetto equilibrio tra teatralità vocale e sentimento melodico.

Teatro 10 inizia a marzo e viene pressoché massacrato a ogni puntata. L’unica che la stampa salva è proprio lei, Mina, la miglior cantante italiana, con la sua straordinaria aggressività e la capacità di sorprendere e sottomettere la platea. Nonostante l’indice di gradimento in ribasso rispetto all’anno precedente, gli spettatori arrivano a 22 milioni a puntata. Mina è consapevole che il programma appaia profondamente anacronistico, un varietà Rai incapace di intercettare il nuovo contesto sociale e culturale italiano, fermo a schemi televisivi ormai superati, mentre il Paese vive fermenti, contraddizioni e rivoluzioni di costume. Capisce che ci vuole qualcosa di diverso rispetto alle solite ospitate tra Dorelli, Gazzelloni e Milva. Chi meglio di Battisti per portare un po’ di aria fresca in RAI? Il 23 aprile – di domenica, come succede da qualche settimana, per consentire anche ai più piccoli di vedere la sera prima “Le avventure di Pinocchio”, emblema di una nuova tv che sta nascendo – vanno in onda, senza alcuna fanfara, gli otto minuti e rotti di musica più ritrasmessi nella storia della televisione di stato.

Battisti ha ventinove anni, ha da poco deciso di lasciare per sempre l’attività live dopo due brevi tour ed è stato a Teatro 10 l’anno prima per presentare “Pensieri e parole”. Odia la TV, specialmente quella del sabato sera che lo ricambia senza problemi: nonostante i milioni di dischi venduti e il dominio delle classifiche, non è considerato un vero divo. Tutt’al più un cantante che piace ai giovani, un capellone, uno che non sposta i destini di un varietà. Mina lo convince e Battisti accetta: è anche l’occasione per presentare “I giardini di marzo”, il singolo che uscirà il giorno dopo - così come l’album che lo contiene: “Umanamente uomo: il sogno”. Ma c’è di più: un duetto con Mina, costruito su una serie di brani dello stesso Battisti. Impensabile farlo con l’orchestra o, per ovvie ragioni, in playback. La richiesta è quella di farsi accompagnare da una band di musicisti allestita per l’occasione, con gli orchestrali sullo sfondo a guardare e ascoltare. Sono i “cinque amici di Milano”: Massimo Luca ed Eugenio Guarraia alle chitarre – freschi delle registrazioni dell’album –, Gianni Dall’Aglio e Angel Salvador alla sezione ritmica, e Gabriele Lorenzi all’organo.

Tutto quello che succede prima dell’esibizione – registrata dal vivo cinque giorni prima della messa in onda – è oramai affidato alla leggenda: il viaggio verso Roma provando i pezzi in cuccetta, le prove disastrose del pomeriggio, Celentano che si offre per dare una mano. Alle 21.47 sono insieme al centro del Teatro delle Vittorie: Lucio Battisti con il foulard di ordinanza al collo e Mina, altissima, in lungo. Dopo un siparietto, il duetto inizia, nemmeno a dirlo, con “Insieme”, introdotta per la prima e unica volta dal suo autore. Battisti parte timido, ma solo dieci secondi dopo la sua voce è già ferma e inconfondibile, come se il pezzo potesse capirlo e cantarlo solo lui. È accompagnato soltanto da una chitarra acustica, quasi fosse la demo che ha fatto ascoltare a Mina un anno prima, con lui alla voce guida. La canzone, per alcuni secondi spogliata da tutto, suona ancora più moderna e la sua interpretazione, asciutta e del tutto scevra dai manierismi del cantare in Italia del periodo, è unica. Prosegue Mina con “Mi ritorni in mente”, entrano la batteria e tutti gli altri strumenti, e Battisti canta con lei il ritornello un semitono sopra. Poi “Il tempo di morire” – la prima e l’ultima volta in cui Mina canta su una base dichiaratamente rock blues – dove però è Battisti a fare la parte principale. Seguono “E penso a te”, “Io e te da soli”, “Eppur mi son scordato di te” e il gran finale di “Emozioni”.

Gli arrangiamenti sono fedeli agli originali e l’assenza di archi e fiati restituisce ulteriore potenza alle canzoni. Se si pensa che Mina e Battisti non hanno mai cantato insieme prima e che c’è stato solo un pomeriggio di prove, la facilità con cui si scambiano le parti, sovrappongono le voci – spesso senza nemmeno guardarsi – è prodigiosa, propria dei grandissimi artisti. È singolare notare come, quando Mina deciderà di tornare sul canzoniere di Battisti-Mogol (due pezzi nel secondo live dalla Bussola che uscirà poco dopo, l’intero “Minacantalucio” del 1975 e altre esecuzioni successive), non ci sarà traccia di questa attitudine rock, come se non la sentisse davvero sua.

A maggio finisce anche Teatro 10 e Mina è di nuovo in classifica con la canzone della sigla finale: “Parole parole”, destinata a rimanere nella storia al di là del suo valore artistico. Musicalmente minimale, costruita su un motivo circolare che lascia spazio alla voce e al testo, il brano introduce – allora inedito nel pop italiano – il dialogo parlato come dispositivo narrativo. L’alternanza tra Mina e Alberto Lupo non racconta semplicemente una storia, ma mette in scena un rapporto di potere: lei smonta, una a una, le frasi dell’uomo, trasformando il linguaggio amoroso in rumore di fondo. L’impatto sul costume è immediato e duraturo: “parole, parole, parole” diventa un’espressione di uso comune, formula per liquidare promesse vuote, retorica maschile e seduzione senza sostanza. Pur in un brano iper-tradizionale, Leo Chiosso, autore del testo, intercetta un sentimento diffuso nei primi anni Settanta: la stanchezza verso il linguaggio vuoto, politico, sentimentale e televisivo.

 

Milleluci, spente

Il 18 ottobre 1973 Virgilio Crocco muore in un incidente stradale nel Wisconsin, dove sta seguendo un’inchiesta sugli intrecci internazionali della malavita romana. Il giornalista e Mina erano di fatto separati sin dalla nascita della figlia Benedetta, ma avevano mantenuto un rapporto di amicizia.

Due giorni prima, lo scoppio della guerra del Kippur innesca lo shock petrolifero che travolge l’Italia: i Paesi produttori quadruplicano il prezzo del petrolio e l’economia del paese, del tutto indifesa, subisce una voragine nella bilancia commerciale e un’inflazione che in due anni supera il 20 per cento. Crollano il reddito nazionale e il prodotto interno lordo, e il governo Rumor vara misure straordinarie per far fronte alla crisi: divieto di circolazione delle automobili nei giorni festivi, chiusura anticipata di uffici e negozi, riduzione dell’illuminazione pubblica, limitazioni agli orari di cinema, teatri e programmi televisivi. Lo shock petrolifero trasforma il Paese, la vita quotidiana e la percezione stessa del futuro.

Per restituire un po’ di speranza al paese rimasto al buio, il varietà della Rai che comincia qualche mese dopo con Mina e Raffaella Carrà si intitola Milleluci. Quando il programma viene presentato alla stampa, Mina è di nuovo prima in classifica sia tra i singoli – “E poi…”, una delle migliori cose dei suoi anni Settanta, su musica di Shel Shapiro e testo di Andrea Lo Vecchio e uno degli arrangiamenti più riusciti del solito Pino Presti – sia tra gli album, con “Frutta e verdura”. La stampa fa di tutto per mettere le due dive una contro l’altra, senza riuscirci. Il divorzio riesce invece su un altro tavolo: il 12 maggio 1974, il 60 per cento degli elettori difende la legge che il fronte cattolico vorrebbe abrogare. È l’ultimo tassello, quello definitivo: l’Italia è diventata davvero un’altra e nessuno sembra averlo capito del tutto, né chi governa, né chi fa opposizione.

Milleluci è l’ultima conduzione di Mina che, a scanso di equivoci, lo dichiara espressamente, annunciando il suo ritiro nella sigla finale: “Non gioco più”, accompagnata dall’armonica più famosa del mondo, quella di Toots Thielemans.

L’Italia entra nei suoi anni più tragici: il 28 maggio 1974 una bomba esplode in piazza della Loggia a Brescia durante una manifestazione sindacale antifascista; nella notte tra il 3 e il 4 agosto, un altro attentato sul treno Italicus, tra Bologna e Firenze, uccide dodici persone. Non sono solo anni di tensione e conflitto, continuano le conquiste civili: con la legge n. 151 del 19 maggio 1975, la riforma del diritto di famiglia abroga gli articoli del codice civile del 1942 che sancivano il marito come capofamiglia, stabilendo finalmente la parità tra i coniugi come prevista dalla Costituzione.

Che la legge sia promulgata quasi in contemporanea con il nuovo singolo di Mina, “L’importante è finire”, è una di quelle coincidenze che non sono davvero tali. Il brano, firmato dal compositore Alberto Anelli e dal paroliere Cristiano Malgioglio, si caratterizza per un testo che gioca con doppi sensi e allusioni erotiche, raccontando con franchezza e delicatezza un rapporto amoroso intenso. La protagonista dichiara di voler “finire”, non come fine dell’amore, ma come simbolo della piena partecipazione fisica e psicologica alla relazione; questa ambiguità semantica, calibrata sulla voce di Mina, viene percepita dai censori dell’epoca come troppo esplicita, al punto che la canzone non è inizialmente trasmessa dalle principali radio e dalla TV pubblica.

L’arrangiamento di Pino Presti è un altro elemento chiave: un ritmo di bossa nova dilatato, linee di basso con sfumature funky, l’uso suggestivo dell’organo Hammond, percussioni e il tocco di Roland nelle parti ritmiche creano una tessitura sonora raffinata e moderna, che si distingue nettamente da gran parte della produzione pop italiana del momento e che influenzerà generazioni successive di musicisti. Nonostante l’ostracismo dei media ufficiali, il brano diventa un grande successo commerciale: raggiunge la seconda posizione nelle classifiche italiane, dove resta in alta classifica per oltre 30 settimane, confermando la capacità di Mina di trasformare materiali provocatori in classici di grande presa popolare.

È l’inizio della stagione della canzone sensuale italiana, che continuerà con la stessa Mina in brani come “Nuda” e “Ancora, ancora, ancora”, con “Pensiero stupendo” di Patty Pravo – tutti brani simbolo di un’epoca che si completa la ridefinizione dei ruoli di uomo e donna nel rapporto a due - e con altri episodi meno riusciti.

La scena musicale continua a cambiare. Canzonissima chiude con l’edizione che termina a gennaio del 1975. Chi domina le classifiche — da Baglioni e Cocciante, che affiancano Battisti sul versante più pop, alla nuova canzone d’autore di Venditti e De Gregori — lo fa cantando le proprie composizioni, sottolineando la centralità dell’autorialità. Il cantante è sempre più autore e interprete insieme, e la forza delle canzoni risiede nella coesione tra scrittura ed esecuzione, più che nel puro virtuosismo vocale. Incurante, Mina continua a pubblicare due, tre, anche quattro album l’anno, tra originali, raccolte e dischi di sole cover. E continua a vendere.

Tra tutti, emerge “Mina quasi Jannacci” del 1977. L’album raccoglie dieci reinterpretazioni di brani del cantautore milanese, accuratamente scelte evitando i pezzi più noti. Gli arrangiamenti e la direzione orchestrale, affidati a Gianni Ferrio, trasformano il repertorio originale — spesso dialettale e teatrale — in composizioni orchestrali ricche e articolate, capaci di far emergere sia il carattere narrativo dei testi sia la vocalità intensa di Mina. Le tessiture oscillano tra pop colto e accenti jazz, con archi, fiati e dinamiche che accompagnano i brani senza sovrastarli. Si distingue in particolare “Vincenzina e la fabbrica”, vero capolavoro di Jannacci e parte della colonna sonora di “Romanzo popolare”. Mina ne fa una versione drammatica, intima, tragica. In una parola: bellissima.

 

L’addio

Nell’estate del 1978 Mina ritorna sul palco dopo sei anni di assenza dal vivo, annunciando una serie di concerti al Teatro Tenda Bussoladomani di Lido di Camaiore, che si riempiono subito di attesa spasmodica. Dopo anni di riflessione e lontananza, quello che doveva essere un giro di quindici serate si riduce a undici: la cantante contrae una grave infezione polmonare e annulla le restanti date della residency. Il suo ultimo concerto si tiene il 23 agosto 1978 ed è immortalato nell’album “Mina Live ’78”.

Negli appuntamenti dal vivo, Mina seleziona i brani secondo la sua combinazione del tutto personale, frutto in parte di intelligenza musicale e in parte del desiderio di stupire. Alterna standard italiani e internazionali, affidandosi a una band composta da alcuni dei principali virtuosi della scena, con gli arrangiamenti curati da Pino Presti.

L’eco della stampa — spesso più ossessionata dalla forma fisica della cantante che dalla sua arte — si intreccia con l’attesa emotiva del pubblico, in un’Italia ancora scossa dall’assassinio di Aldo Moro.

Pochi giorni prima dell’ultimo concerto, Mina gira proprio alla Bussoladomani il video musicale di “Ancora, ancora, ancora”. Sarà l’unica apparizione televisiva integrale della cantante in quel periodo e per oltre vent’anni la sua ultima immagine ufficiale in movimento. La sequenza, realizzata come sigla finale del varietà Mille e una luce, subisce però modifiche da parte della Rai: alcune inquadrature, giudicate troppo sensuali, vengono ristrette e replicate in minischermi per attenuarne i dettagli — in particolare i primi piani della bocca di Mina, ritenuti troppo espliciti. Oggi il video originale è disponibile su YouTube.

Mina dice addio per sempre mentre canta “Io ti chiedo ancora, il tuo corpo ancora, le tue braccia ancora, di abbracciarmi ancora, di amarmi ancora, di pigliarmi ancora, farmi morire ancora, perché ti amo ancora”.

Due anni dopo Battisti, anche Mina scompare dalla scena pubblica, e l’addio di una voce così centrale risuona come un’altra cesura profonda nella memoria collettiva. In un clima di sospensione e inquietudine, l’Italia scivola nel riflusso culturale e politico degli anni Ottanta. Ma questa, appunto, è un’altra storia.

 

(Fine – le prime due puntate sono state pubblicate qui e qui)


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