Gli anni Ottanta negli Stati Uniti cominciano davvero il 1º agosto 1981, quando MTV va in onda per poche aree suburbane e rurali del paese. Reagan mette da parte la densità culturale degli anni Settanta e getta le basi per un nuovo periodo segnato dal consumismo, dall’accento sull’individuo e dalla semplificazione dei messaggi a un livello quasi elementare. Solo poche decine di persone credono che una TV che trasmette video 24 ore su 24 possa avere successo. Tutte loro festeggiano poche ore dopo il lancio in un bar di New York.
MTV cambia le regole della musica, imponendo un approccio corporate che sostituisce con stile e immagine quasi ogni forma di controcultura e diventa il sole attorno al quale ruota la cultura popolare. Conta apparire bene sullo schermo più che suonare bene. L’estetica della rete — editing accelerato, celebrazione della giovinezza, impermanenza, bellezza — influenza non solo TV, radio, pubblicità e cinema, ma anche arte, moda, sessualità adolescenziale e persino politica. Per raggiungere questo obiettivo, MTV rischia più volte di fallire e viene salvata con un dollaro dato a Mick Jagger.
Molti avrebbero preferito che fallisse: chi ha sempre accusato MTV di guidare la commercializzazione e la semplificazione della musica rock e pop, standardizzare formule estetiche e ridurre la spontaneità.
Ora che i canali dedicati alla musica su MTV in Europa sono stati chiusi, è il momento giusto per raccontare gli anni di gloria dei videoclip, nel mondo e in Italia. Prima che Napster, YouTube, i social e le piattaforme di streaming travolgessero il modo di fruire la musica, i ragazzi facevano una cosa separatamente ma contemporaneamente: guardavano MTV (e DeeJay Television e Videomusic). Questa è la storia in sei parti di quello che è successo, con una playlist per accompagnare il racconto con la musica. I want(ed) my MTV.
Terza Parte
It’s a Thriller
All’inizio del 1983, Michael Jackson sta entrando in una fase di mega-stardom che lo proietterà oltre i confini della musica, trasformandolo in un fenomeno culturale globale. Almeno fino alla fine della decade, Jackson sarà la stella più luminosa, potente e influente del panorama musicale, e nessun altro riuscirà ad avvicinarsi davvero. La sua fama internazionale travalicherà la dimensione stessa della musica e della cultura pop: non si tratterà più soltanto di ascoltare le sue canzoni, ma di osservare e partecipare alle metamorfosi di un’icona destinata a definire mode, comportamenti e desideri di un’intera generazione. Ogni apparizione, ogni video, ogni gesto diventerà un evento mediatico, e Jackson si muoverà tra musica, televisione e immaginario collettivo come pochissimi artisti nella storia hanno saputo fare. Eppure, quando “Billie Jean” – il secondo singolo estratto da “Thriller” – arriva al numero uno della Billboard Hot 100 all’inizio di marzo 1983, il video non è ancora passato su MTV. Non una sola volta.
Il singolo esce a gennaio e, quando la casa discografica di Michael Jackson propone inizialmente “Billie Jean” a MTV, la rete rifiuta: sostengono che non sia “rock”. La CBS minaccia allora di ritirare tutti i suoi video dal network e solo a quel punto MTV accetta di trasmetterlo, prima in rotazione media, poi in heavy rotation. Jackson finanzia personalmente il video, mentre il regista Steve Barron trasporta lo spettatore in un’ambientazione urbana notturna, sospesa tra bianco e nero e colore, dove i marciapiedi si illuminano a ogni passo del cantante. È qualcosa di mai visto prima in termini di movimento, stile e istinto: “Billie Jean” dimostra che un singolo può diventare un evento quando è accompagnato da un video ad alta produzione, diretto da qualcuno capace di seguire – e amplificare – l’energia scenica di Jackson. Il successo ridefinisce il videoclip come mezzo artistico e come nuovo linguaggio visivo, dimostrando che un artista nero può conquistare il pubblico bianco di MTV. Il video rompe le barriere razziali del network e cambia per sempre il modo di fare videoclip: la cultura pop può essere anche politica, e la visibilità un piccolo atto di ribellione.
È ancora Michael Jackson a dare l’ultima, definitiva spinta all’affermazione di MTV come nuovo baluardo della cultura pop. Autunno del 1983: l’album “Thriller” sta già superando tutti i record dell’industria musicale, sei singoli sono già stati estratti, ma il Natale si avvicina ed è il momento perfetto per creare quello che diventerà il video più famoso nella storia di MTV, dando – ce ne fosse mai bisogno – un ulteriore stimolo alle vendite. John Landis dirige, Rick Baker cura il makeup da mostro e il budget previsto è di circa 500.000 dollari, dieci volte quello di “Billie Jean”. Landis e Jackson riscrivono le regole: il video dura 14 minuti, più vicino a un cortometraggio che a una semplice clip musicale. C’è una trama definita, con apertura narrativa, climax, colpi di scena e chiusura cinematografica. L’uso di effetti speciali sofisticati per l’epoca – trucco da zombie, trasformazioni, movimenti coreografici complessi – lo rende simile a un mini film horror piuttosto che a un videoclip tradizionale.
La CBS inizialmente rifiuta di coprire la spesa, ma si trova una soluzione: Showtime acquista un’esclusiva temporanea per metà dell’importo e MTV finanzia l’altro 50%, facendo figurare che i fondi siano destinati ai 45 minuti del making-of. Sarà la prima e l’ultima volta che MTV paga per un video. La premiere è sontuosa, con celebrities, stampa, tappeto rosso e atmosfera da Hollywood. “Thriller” diventa il video più influente e imitato di tutti i tempi. La fusione tra musica pop e narrazione cinematografica apre la strada ai videoclip come forma d’arte: non più solo strumento promozionale, ma media creativo autonomo. “Thriller” dimostra che un video può essere arte e cinema, non solo promozione: apre definitivamente la rete agli artisti neri, impone nuovi standard di creatività e spinge la cultura pop verso un’era completamente nuova, dove musica, danza e immagine diventano un tutt’uno. Jackson consolida la sua immagine di King of Pop, dimostrando che il video musicale può avere un valore culturale e artistico autonomo, capace di entrare nell’immaginario collettivo globale. Da quel momento, e per lungo tempo, chiunque voglia vendere dischi non potrà più fare a meno di accompagnare un singolo con un videoclip, anche se fino a quel giorno non ne aveva avuto la benché minima intenzione.
Touched for the very first time
Se Michael Jackson è il primo video artist, Madonna arriva subito dopo e dimostra rapidamente di saper trasformare il videoclip in uno strumento di provocazione ed esibizionismo. Dopo alcune clip a basso budget – “Lucky Star” viene girato con 14.000 dollari – trova la sua estetica grazie alla regista Mary Lambert. Con “Borderline”, inventa un linguaggio video tutto nuovo: bianco e nero mischiato al colore, ragazzi ispanoamericani di strada, energia urbana. “Like a Virgin” risente dell’effetto “Thriller” e delle aperture che le case discografiche cominciano a concedere sui budget: Venezia, gondole, Carnevale, un leone reale e feste sfrenate al Cipriani, con un budget che schizza a 150–175.000 dollari per meno di quattro minuti, proporzionalmente superiore a quanto speso da Jackson l’anno precedente.
Il 14 settembre 1984, al Radio City Music Hall di New York City, va in scena la prima edizione di qualcosa che è ancora difficile da definire. Non è esattamente una premiazione musicale, non è un concerto, non è uno show televisivo nel senso tradizionale. È la prima edizione degli MTV Video Music Awards, inventata dalla ancora giovane MTV per celebrare un linguaggio che esiste da pochi anni ma che ha già cambiato il modo di guardare la musica: il videoclip. Il suo pubblico è giovane, molto più giovane di quello dei Grammy. L’idea è semplice e insieme radicale: premiare i video musicali come se fossero cinema, con categorie dedicate alla regia, al montaggio, alla coreografia, alla fotografia. Il risultato è una cerimonia che ha qualcosa di improvvisato e di rivoluzionario allo stesso tempo. Si capisce fin da subito che sul palco può accadere di tutto e Madonna, fino a pochi mesi prima poco più di una promessa dei club di downtown Manhattan, non tradisce le attese.
Madonna insiste per cantare un pezzo nuovo, che uscirà solo un mese dopo: “Like a Virgin”. Quando emerge da una gigantesca torta nuziale è vestita da sposa: tacchi, corsetto, velo, guanti di pizzo, perle e una cintura destinata a diventare famosa con la scritta “Boy Toy”. Durante la coreografia si getta a terra – dirà in seguito per un problema con una scarpa – e inizia a rotolarsi sul palco, giocando con il velo e il vestito da sposa in un amplesso simulato, mentre la telecamera si sofferma su gambe e biancheria intima. Sembra davvero troppo per la televisione americana del 1984, anche via cavo. Molti dirigenti televisivi dietro le quinte pensano che la carriera della cantante sia finita quella sera. Lo pensa anche il suo manager. Succede esattamente il contrario: in pochi minuti, Madonna costruisce una delle immagini più provocatorie della televisione americana degli anni Ottanta. La sua apparizione è come un Oscar consegnato alla cultura pop tutta, un modello definitivo contro cui ogni artista sarebbe stato misurato. La cultura americana deve finalmente prenderla sul serio, nonostante le critiche iniziali. E lei lo sapeva: MTV e Madonna cresceranno insieme, reinventando l’idea stessa di artista pop.
Terza parte – continua domani
La prima parte è stata pubblicata qui.
La seconda parte è stata pubblicata qui.
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