A volte, c’è bisogno di un po’ di luce per affrontare la notte. Una considerazione che per i White Lies rappresenta una precisa cifra estetica, ma anche materia emotiva. E l’ultimo “Night Light” arriva proprio da quella zona del crepuscolo dove non si respingono le ombre, ma le si accetta come parte del percorso.
Luci nel buio
Se fin dagli esordi la band londinese si è infatti identificata con una certa malinconia urbana, nel loro settimo album in carriera questa sensibilità viene ora rimodellata in un metodo di lavoro più organico rispetto al passato. Il post-punk solido e allo stesso romantico acquista respiro e brillantezza nelle nove tracce del disco, risultato del tempo che Harry McVeigh, Charles Cave e Jack Lawrence-Brown hanno trascorso insieme per rifinire ogni dettaglio prima di registrare. Funziona quindi come una dichiarazione d’intenti, tra atmosfere e texture elettroniche, l’apertura carica di ritmo di “Nothing on me” e la successiva “All the best”, con la voce che recita: “ho dato ai giorni neri troppo tempo, e a quelli buoni non abbastanza”.
“Night Light” alterna in questo modo slanci e riflessioni, tra l’energia di “Juice” e le inquietudini agrodolci di “Everything is OK” che si prendono il tempo per un passaggio più raccolto. Ancora, “Going nowhere” sembra catturare quel senso di stasi che accompagna le notti in cui ci si abbandona ai propri pensieri, con un tocco da cantastorie che chiama in causa Springsteen. Il brano che dà il titolo al disco, poi, rappresenta un’istantanea evocativa concentrata tra una fiammella accesa, il silenzio e l’impressione di essere presenti e distanti allo stesso tempo.
In chiusura, “I just wanna win one time” si apre con un ritornello solennemente teatrale e coinvolgente, e le progressioni à la Ultravox di “In the middle”, singolo e manifesto di tutto il lavoro, si espandono per oltre sei minuti, fino a una euforica coda strumentale insieme ipnotica e liberatoria. Il terzetto ha spiegato come il testo del pezzo fosse rimasto sparso su quaderni e taccuini per anni, in attesa della giusta melodia per prendere forma.
Rispetto al passato gli arrangiamenti della formazione inglese si fanno più elaborati e il timbro più maturo, da moderno crooner. Nel bilanciamento tra elettricità e intimismo, trovano spazio cori, trame scure di synth e pure richiami al rock americano e al prog anni Settanta, filtrati secondo un’inedita sobrietà che mette volentieri da parte l’impeto più cupo del gruppo. Dopo anni di attività, nel cercare un’espressività differente, i White Lies mostrano così un passo consapevole verso un’apertura più dinamica e luminosa.
Verso un nuovo chiarore
Distante dalla trama fosca dell’esordio “To Lose My Life”, tutto l’album sembra riflettere sul concetto stesso di aprirsi a un nuovo chiarore. Non uno carico di watt, ma piuttosto a quel barlume fioco di una lampada che riesce a condividere gli spazi con le tenebre. Il tipo di riflettore che, pur senza rivelarsi troppo, accompagna e avvolge chi è in cerca del proprio equilibrio. E per questo “Night Light” risulta ancora più immediato.