“Vi chiedo un po’ di comprensione, sono appena arrivato da Cannes e sono un po’ disorientato”. Park Chan-wook ci raggiunge a Milano, nella cornice della Milanesiana, dopo aver premiato il collega Cristian Mungiu al celebre Festival francese, in qualità di presidente della giuria. A Milano ci ha anche vissuto alcuni mesi, tempo fa, per girare un cortometraggio su commissione, ma questa volta è lui il protagonista dietro al microfono. Amo tutto del suo cinema, ma – ça va sans dire – ho un’attenzione particolare per il ruolo che riserva alla musica.
Il cinema del regista sudcoreano è un universo di estremi: violenza viscerale e lirismo poetico, vendette spietate e amori impossibili. A fare da collante tra queste forze contrastanti è, da sempre, l'elemento sonoro. Le colonne sonore dei suoi film sono celebri per la loro natura profondamente eclettica e stratificata (proprio come le trame delle sue pellicole): spaziano dalla solennità della musica classica all'energia grezza dell'hip hop, mescolando ritmi forsennati, malinconiche ballate anni Sessanta e temi che richiamano l'epica western o le atmosfere tese dei gangster movie. Quindi, la domanda è: qual è il processo di scelta? Ha mai costruito una scena partendo dalla musica, o è una componente che inserisce a posteriori, dopo aver girato? Ecco la sua risposta.
L’approccio (sempre diverso)
Park Chan-wook chiarisce subito che non esiste una formula matematica nel suo cinema. La musica non è un elemento decorativo applicato in fase di postproduzione con lo stampino, né è sempre il motore trainante dell'azione visiva. Nella maggior parte dei casi, il regista ammette di procedere in modo empirico:
Questa ricerca sul campo permette alle immagini di respirare e di suggerire, in corso d'opera, quali note possano esaltarne o sovvertirne il significato. Tuttavia, le eccezioni a questa regola sono affascinanti e rivelano molto della sua poetica.
The Little Drummer Girl e Decision to Leave: la nostalgia di casa
L'eccezione più celebre e recente al suo metodo abituale è il pluripremiato Decision to Leave (2022). In questo caso, il film stesso è germogliato attorno a una suggestione musicale, una sensazione nata ben lontano dalla Corea del Sud. Tutto ha avuto inizio in Inghilterra, durante la lavorazione della miniserie televisiva The Little Drummer Girl. Park racconta:
Tra i brani ascoltati in quel periodo di lontananza e malinconia, ce n'è stato uno capace di accendere una scintilla narrativa: "Una in particolare mi ha ispirato, Angae (in inglese Mist, ndr), perché raccontava di un uomo e di una donna che passeggiano e si innamorano". La genesi musicale di Decision to Leave non si è limitata a una semplice ispirazione testuale, perché il regista ha voluto compiere un'operazione di recupero e di trasformazione della memoria sonora:
Il risultato di questa commozione non è stato uno storyboard rigido costruito sui battiti della canzone. Al contrario, la musica ha agito come un profumo, permeando l'intera opera. Park Chan-wook precisa infatti un dettaglio fondamentale della sua estetica: "Non l’ho tradotto sotto forma di immagine: è una sensazione che il film ha assorbito naturalmente".
Lady Vendetta: il barocco italiano
Se Decision to Leave è nato dalla malinconia di una canzone pop coreana degli anni '60, Lady Vendetta (2005) — capitolo conclusivo della celebre Trilogia della Vendetta — ha trovato la sua anima nel rigore e nell'eleganza della musica classica europea, scoperta quasi per caso durante la produzione.
La protagonista, Lee Geum-ja, compie un percorso di vendetta che assume i contorni di una via crucis religiosa, una ricerca di redenzione attraverso il sangue. Per accompagnare questa dicotomia tra brutalità e salvezza spirituale, il regista ha attinto a piene mani dal repertorio barocco:
L'uso di Antonio Vivaldi e delle sonorità barocche (spesso caratterizzate da contrappunti complessi e da un forte senso di ineluttabilità drammatica) in Lady Vendetta non fa che elevare le azioni terrene e cruente dei personaggi a un livello quasi divino e teatrale. In questo caso, l'immagine era già in divenire, ma la musica ha fornito la chiave di lettura definitiva per l'opera.
No Other Choice: l'ironia tragica di Mozart
Un'ulteriore evoluzione nel rapporto tra Park Chan-wook e la colonna sonora si registra nel suo ultimo progetto, No Other Choice. Qui, l'uso della musica cambia nuovamente funzione: non è né un'ispirazione malinconica sorta per nostalgia, né una folgorazione avvenuta durante le riprese. Questa volta, la partitura musicale era incisa già nella struttura dello scheletro narrativo.
La scelta di Wolfgang Amadeus Mozart risponde a una specifica esigenza tematica. Il regista utilizza la perfezione formale, la grazia e la presunta spensieratezza di alcune composizioni mozartiane per creare un potente effetto di dissonanza cognitiva con ciò che accade sullo schermo: "Il concetto di famiglia che sembra perfetta e stabile ma che non lo è, che sembra felice ma che è triste: ecco, tutto questo stava bene con la musica di Mozart, secondo me". Mozart diventa così lo specchio delle apparenze borghesi: una facciata di armonia e serenità ineccepibile che, a un ascolto più attento (e a una visione più profonda del film), nasconde nevrosi, instabilità e una profonda, insanabile tristezza.
Che nasca da un senso di estraniamento e nostalgia (come in Decision to Leave), che si incastri alla perfezione in corso d'opera esaltando il tono mistico-violento dell'immagine (come in Lady Vendetta), o che venga usata come strumento di amara ironia fin dalle prime stesure della sceneggiatura (come in No Other Choice), la colonna sonora è a tutti gli effetti un personaggio attivo. Un personaggio sempre diverso, ma sempre essenziale per dare al cinema di Park Chan-wook la sua inconfondibile e vibrante identità. Ci ha detto che il prossimo film seguirà il solco del cinema di Sergio Leone, un western per raccontare la violenza insita nella storia americana. E noi siamo molto curiosi di scoprire il passaggio da Vivaldi a Morricone.
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