Marta Del Grandi, eclettica cantautrice milanese, a un certo punto sorride e, cercando di sfuggire a ogni etichetta, dice con ironia: “la mia musica è anti-marketing”. Ed è vero perché è complessa e ricercata, non semplificabile o raccontabile con slogan. Canta in inglese, vola tra mondi sonori differenti come art rock, folk ed elettronica, affronta temi profondi e ha un’evidente pasta internazionale, ma vanta anche un gusto magico per l’armonia e la melodia. Un elemento che rende molto di quello che fa “pop”, nel senso più alto del termine. Scordatevi sperimentalismi tortuosi e fine a se stessi: la sua musica in realtà può parlare a tutti, ma lo fa con un linguaggio forbito. Digerisce poco l’idea di essere incasellata in generi, ama il contrasto, il non definito, l’inaspettato: “Dream Life”, il suo secondo album, uscito per Fire Records, è esattamente questo. Un salto quantico tra realtà e sogno.
L’album è concreto, ma anche onirico, sia nei suoni che nei testi. Come sei arrivata a concepirlo così?
Il disco parla di sogni che si intersecano con la realtà, perché tra questi due mondi esistono confini molto sottili. Tutto è nato ancora prima di mettermi davvero a lavorare sull’album. Arrivavo da un tour estremamente intenso: le routine cambiano completamente, incontri sempre le stesse persone, il ritmo fisico è diverso. Sei costantemente in transito, in macchina, in treno, vai a dormire a orari strani, perdi persino un po’ il senso di dove ti trovi.Questo ti ha influenzato?
In quel periodo mi è capitato di fare sogni molto vivi, al punto da raccontare alcuni eventi come se fossero realmente accaduti, quando in realtà erano successi solo nei miei sogni. Ero completamente spanata (ride, ndr). Sono partita da qualcosa che mi stava succedendo davvero, da un’esperienza personale su cui ho sentito il bisogno di indagare: è una delle mie caratteristiche principali, come mi riconosce anche Alioscia dei Casino Royale.Sono le canzoni ad averti portato verso questa direzione?
Nel disco ci sono due brani che non sono propriamente nuovi. Il primo è ‘Some Days’ con Fenne Kuppens, un pezzo che avevo scritto nel 2016, ma che all’epoca non aveva ancora trovato la sua veste giusta. L’ho quindi riscritto e inserito nell’album perché dialoga perfettamente con le atmosfere e i temi del disco. L’altro è ‘Days of Summer’: anche questo nasce qualche anno fa, tra il 2018 e il 2019, e per molto tempo non sapevo dove collocarlo. Alla fine ha trovato il suo spazio naturale all’interno del concept dell’album, perché parla del sogno, ma nello specifico del sogno americano.Il sogno, quindi, viene trattato anche dal punto di vista sociale.
Ho vissuto in Nepal, in un contesto in cui una parte della popolazione aspirava a vivere e lavorare in Occidente inseguendo un’idea di riscatto: un sogno luminoso e attraente che, però, spesso finisce per essere ingabbiato in dinamiche lavorative totalizzanti, in realtà in cui lo spazio per la vita personale è ridotto al minimo e tutto viene assorbito dal lavoro. Mi interessava raccontare anche questo: il sogno ingabbiato, il sogno beffardo.Che cosa hai capito alla fine della lavorazione?
Il disco mi ha permesso di osservare certe storie da angolazioni diverse. Sai quando parli con una persona e, improvvisamente, emerge un tema che poco prima avevi letto in un libro, e tutto sembra collegato? Sembrerebbe che ciò che stai ascoltando e vivendo si intrecci, anche se in realtà non è detto che lo sia. Ma in quel momento succede, no? Attraverso questo percorso ho capito che sogno e realtà spesso viaggiano in parallelo, si intersecano, e forse, a volte, senza finire troppo nel filosofico, non siamo mai del tutto sicuri di dove finisca l’uno e inizi l’altra. Nel sogno, infatti, succedono cose che possono avvenire solo lì.“Oh, my father” è un pezzo più personale di altri.
Quella canzone l’ho scritta in Sicilia, in modo molto veloce perché sentivo l’urgenza di farla uscire. Racconta il rapporto con i propri genitori, in particolare con il padre, e di come non sempre si riesca a comunicare solo con un atteggiamento adulto, anche quando si è adulti. A volte emerge ancora un lato bambino.L’album ha una dimensione onirica offerta dall’elettronica e una più verace resa possibile grazie a strumenti come fiati e basso. Quell’intreccio tra sogno e realtà è anche nel sound.
Mi ha sempre interessato che la mia musica avesse una doppia natura: terrestre e onirica. Non è mai scontato che questo accada. Nell’industria musicale il marketing ha un peso importante, e se un brano contiene molte sfumature, non è detto che tutto risulti chiaro. Il mio modo di lavorare è abbastanza definito: sono molto pignola e faccio molte cose da sola. In questo disco ho suonato anche il basso, scrivendo le linee. Io suono un po’ chitarra e tastiere. Lavoro molto sui software e seguo praticamente tutte le fasi del disco: faccio delle demo e poi vado dal mio produttore Bert Vliegen, con cui ho lavorato anche al primo disco, “Selva”, per ridefinire tutto insieme. Vivo a Milano, ma viaggio in Belgio per lavorare con lui.Hai cercato strade particolari?
In alcune occasioni abbiamo affrontato linee e pezzi complessi dal punto di vista armonico, perché era importante anche lavorare su elementi più articolati. Ci sono anche tanti fiati, che non rappresentano sperimentalismo, ma richiamano quelli che si trovano nel pop con la P maiuscola, nelle grandi canzoni R&B, con arrangiamenti ricchi e curati. La sfida alla semplicità per me è un elemento determinante.I tuoi spiriti guida?
Sono una grande fan di Lucio Battisti, di Fiona Apple, che a livello testuale mi ha cambiato la vita, di Franco Battiato. Amo Saya Grey che se ne frega di essere un po’ funk, un po’ trap, un po’ folk, un po’ pop, fa quello che vuole, che è lo stesso approccio che cerco di avere io.La cover? Suscita sfacciataggine, ma anche pudore.
Le foto per questo disco dovevano essere scattate tra casa mia e quella dei miei genitori, e la cover inizialmente doveva essere una foto in cui indossavo un vestito rosso. Per gioco, però, ho fatto uno shooting alternativo, indossando un body. Da quell’esperimento è emerso uno scatto molto inaspettato: la fotografa me l’ha subito segnalato perché la rilassatezza del mio corpo e del mio viso creava un contrasto interessante con l’insieme. Così ho deciso di usarlo come cover. Tra l’altro, i quadri sulla destra sono quelli di casa dei miei genitori, mentre il disegno sulla sinistra è di una mia amica: ho dovuto inserirlo per coprire l’originale, che era soggetto a copyright.Il tema del contrasto è ricorrente. Per te è importante?
Sì, assolutamente. Ma non deve essere ricercato in modo forzato. Deve avvenire in modo naturale, quasi senza pensarci.
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