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“La fabbrica di plastica”: “Pensavano che il cd fosse difettoso”

20.05.2026 Scritto da Mattia Marzi

«A Carpi, dove vivevo, c’era un negozio di dischi in cui andavo a fare rifornimento. Un giorno un ragazzo che aveva comprato “La fabbrica di plastica” entrò e disse al proprietario: “Il cd è difettoso, suona male, dovete cambiarmelo”. Il proprietario lo mise nello stereo: il disco non era difettoso, non suonava male. Suonava esattamente così. Per molti ragazzi che seguivano Gianluca da “Destinazione paradiso”, la svolta fu sconvolgente». Massimo Varini - nella foto in alto accanto a Gianluca Grignani - rispolvera un episodio di cui è stato testimone diretto, per raccontare l’impatto che ebbe “La fabbrica di plastica” di Gianluca Grignani e le reazioni che ne accompagnarono l’uscita. Varini, classe 1970, aveva ventisei anni quando Grignani gli chiese di entrare a far parte della band con la quale di lì a poco avrebbe registrato “La fabbrica di plastica”, suonando le chitarre elettriche dei brani.

Il primo incontro con Gianluca come avvenne?
«Conosceva Biagio Antonacci, che era già molto popolare a metà Anni ’90. Mi aveva visto suonare nei suoi concerti e gli era piaciuto il mio stile. Mi spiegò che voleva fare un disco rock, ma con strutture musicali che fossero pop».

Aveva già in mente quello che doveva essere “La fabbrica di plastica”?
«Sì. Lavorammo alle canzoni come una vera band, nello studio di Ron a Garlasco. C’erano Greg Walsh come fonico e Massimo Luca come co-produttore. Al basso c’era Franco Cristaldi. Io portai nel gruppo il batterista Roberto Molinari: volevano uno che non avesse un suono pop e lui era il musicista giusto. Gianluca ci fece sentire le demo del disco, registrate chitarra e voce. Ascoltandole ebbi immediatamente la consapevolezza che avremmo registrato un disco che avrebbe fatto la storia del rock italiano».

Cosa avevano di speciale quelle demo?
«Una storia. Nella testa di Gianluca il disco doveva incarnare la ribellione di un artista nei confronti dell’immagine del teen idol, quella che gli avevano cucito addosso. Non ci si ritrovava più nel vestito del belloccio che canta canzoni, ma che è percepito più come un bel cantante che un vero artista: gli stava stretto, voleva dimostrare che c’era dell’altro. La sera, dopo aver lavorato in studio, ce ne andavamo in giro nei locali. Le ragazze lo avvicinavano e gli dicevano: “Sei bellissimo”. Lui ci stava male. Diceva: “Perché non mi dicono ‘Sei bravissimo?’”. Del fatto commerciale non gli importava: voleva fare un disco realizzando il suono che aveva in testa. Venendo da un grande successo, che non aveva vissuto però primariamente nella costruzione, perché “Destinazione paradiso” era stato scritto e arrangiato principalmente da Massimo Luca e dai turnisti, voleva riprendersi il controllo».

Quali modelli di chitarre suonasti?
«Io usai prevalentemente una Gibson les Paul Deluxe del 1971 con pickup minihumbucker, molto aggressiva. Per le parti più “precise” poi usai anche la Frudua Mv Custom del 1991, chitarra realizzata da un liutaio italiano. Per qualche parte suonai anche una Stratocaster "Strat Ultra" del 1993 che montava dei Lace Sensor. Come amplificatore usai principalmente il preamp Mille di Brunetti con il finale Van Der Graaf e come effetti prevalentemente Eventide H3000. Poi usammo tanto il digitech di Gianluca. Quanto alle casse, sia una vecchia Marshall che una Soldano 2x12».

Che approccio ebbe Gianluca ai brani?
«Voleva suoni sporchi, distorti. Passava il tempo a provare combinazioni varie tra chitarre e amplificatori. Non era chiaro cosa cercasse di preciso, ma lui continuava a cercare, a sperimentare. Non aveva estrema competenza, a livello di tecnologia, ma in compenso aveva un’estrema lucidità. Ascoltavamo i Radiohead. Lui stesso ha detto che sognava di rifare “The bends”. Studiava anche i Beatles più oscuri e cripitici, quelli del “White Album”, per intenderci. Eppure le canzoni avevano una forma pop. Non era semplice applicare a quel tipo di composizione le sonorità che Gianluca aveva in mente. Fu un disco soffertissimo, che nel corso dei mesi subì anche diversi cambiamenti».

Di che tipo?
«Ricordo che Gianluca ad un certo punto si spostò in un altro studio per finalizzare il disco. Ma nello studio di Garlasco aveva un banco mixer particolare, all'avanguardia, che permetteva di ascoltare i suoni senza trattarli. Nell'altro studio, che non aveva lo stesso banco mixer, invece, si accorse che il suono non gli piaceva e ripartì registrando le batterie. Rimise mano anche alle chitarre, qui e là».

Pensi che Gianluca si sia autosabotato?
«Non credo. A me sembrava genuinamente convinto che “La fabbrica di plastica” potesse funzionare. Era chiaro, però, che la strada intrapresa era molto pericolosa, con l’effettistica della voce, sonorità lontane anni luce rispetto a ciò per cui era diventato famoso e tutto quanto il resto. Insomma, si percepiva che stesse facendo il passo più lungo della gamba. Credo che se Gianluca si fosse fatto consigliare un po’ di più, l’album avrebbe avuto più successo. Dall’altra parte, però, dico: se non fosse stato per il flop, oggi non staremmo qui a parlarne. È diventato un disco di culto».


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