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“La fabbrica di plastica”: “Grignani voleva Jonny Greenwood”

20.05.2026 Scritto da Mattia Marzi

«Io volevo solamente rifare “The Bends” dei Radiohead», recita la citazione in alto nella pagina Wikipedia dedicata a “La fabbrica di plastica”, a rendere l’idea del culto che circonda l’album di Gianluca Grignani del 1996. Grignani voleva talmente rifare “The Bends” che ad un certo punto si mise in testa di farsi produrre da John Leckie, lo stesso produttore dei Radiohead, e di far suonare le chitarre a Jonny Greenwood, il braccio destro di Thom Yorke nella band di “Creep”. A raccontarlo è Massimo Luca (nella foto in alto è il primo da sinistra), che co-produsse l’album dopo aver affiancato artisti come Lucio Battisti, Fabrizio De Andrè, Zucchero, Biagio Antonacci e Gianna Nannini.

Come andarono le cose?
«Venivamo da un successo gigantesco, quello di “Destinazione paradiso”. Di conseguenza la PolyGram ci aveva accordato un budget importante. Gianluca voleva John Leckie come produttore. E Jonny Greenwood: gli piaceva il suono della chitarra, nuovo, mai sentito. Chiedemmo a Stefano Senardi della PolyGram di contattare i due. Gli scrisse un fax».

E poi?
«Non se ne fece nulla, purtroppo. Sia Leckie che Greenwood erano impegnati con la promozione del disco dei Radiohead e declinarono l’offerta. Peccato. Gianluca era sinceramente convinto di quello che stava per fare: voleva che “La fabbrica di plastica” fosse un disco di rottura. Ascoltava i Radiohead, appunto, ma anche gli Smashing Pumpkins, gli Oasis. Voleva intenzionalmente distruggere l’immagine del belloccio che piaceva alle ragazzine».

Entraste in conflitto dopo “Destinazione paradiso”?
«Non lo definirei conflitto. Diciamo che all’inizio non ero tanto d’accordo con quella svolta. Ma in PolyGram erano tutti gasati. Così decisi di continuare a seguire Gianluca. Anche per senso di protezione. Ci buttammo a capofitto nell’impresa di un album che era tutto tranne che pop. Capii che Gianluca non si sentiva a suo agio nel vile pop. Mi convinse della bontà di quell’operazione».

Quando realizzasti che la macchina si era inceppata?
«Prima al Festivalbar del 1995, l’esibizione di “Falco a metà”: Gianluca fece un’azione rivoluzionaria, smascherando il playback. Poi in un’intervista a Radio Italia disse: “Basta con le adolescenti, mi hanno rotto i cogl.”. Va detto che già “Destinazione paradiso” era un disco che Gianluca non sentiva tanto suo, ma che aveva accettato di fare per farsi conoscere. Ottenuto il successo, si mise in testa di fare ciò che gli pareva».

Come suona “La fabbrica di plastica” a riascoltarlo oggi, a distanza di trent’anni?
«Come un disco di culto. A me ricorda “Anima latina”, nello spirito. Un disco anti-pop. Sono orgoglioso di averne fatto parte. È un album che ha portato in Italia i suoni del rock internazionale, ma in maniera credibile, senza scimmiottare nulla. La vittoria di Gianluca da questo punto di vista fu epocale: aveva combattuto il plasticismo della musica».


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