Il 20 maggio 1996 arrivava nei negozi di musica “La fabbrica di plastica”, il secondo album di Gianluca Grignani. Con “Destinazione paradiso” l’anno precedente il cantautore milanese aveva venduto oltre 800 mila copie - quando i dischi si acquistavano davvero - e circa un milione nel resto del mondo, in particolar modo in Sud America, grazie alla versione spagnola de “La mia storia tra le dita”. Chi si aspettava un disco della conferma, dopo l'exploit di "Destinazione paradiso", rimase però deluso: “La fabbrica di plastica” era un gesto di rottura, quasi di sabotaggio. Uno strappo rispetto alle aspettative dell’industria e del pubblico. Un lavoro spigoloso, tormentato, viscerale, che negli anni è diventato culto. Brani come “La fabbrica di plastica”, “Solo cielo”, “L’allucinazione”, “Rock Star” o “Testa sulla luna” raccontavano un artista appena ventiquattrenne già insofferente ai meccanismi della celebrità e alle logiche del mercato. Dietro quelle canzoni c’era il desiderio di sfuggire alle etichette, di smontare l’immagine del ragazzo romantico costruita dopo “Destinazione paradiso”. All’epoca la critica si spaccò. Alcuni lessero nell’album un’ambizione eccessiva, altri ne colsero immediatamente la forza innovativa. Col passare degli anni, però, “La fabbrica di plastica” ha guadagnato uno status quasi leggendario: uno dei dischi italiani più amati e rivalutati degli Anni '90, capace di influenzare artisti e band arrivati molto dopo. Rockol gli dedica questo speciale, a distanza di trent’anni dalla sua uscita.
QUI LO SPECIALE MIXTAPE DI ROCKOL SU "LA FABBRICA DI PLASTICA"
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