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“La fabbrica di plastica”, 30 anni dopo: le foto delle sessions

20.05.2026 Scritto da Mattia Marzi

«Gianluca voleva suoni sporchi, distorti. Passava il tempo a provare combinazioni varie tra chitarre e amplificatori. Non era chiaro cosa cercasse di preciso, ma lui continuava a cercare, a sperimentare», ha raccontato il chitarrista Massimo Varini a Rockol, ricordando la sua esperienza accanto a Gianluca Grignani nelle registrazioni de “La fabbrica di plastica”. Le foto delle sessions, che provengono dal suo archivio e che Varini ha gentilmente messo a disposizione di Rockol e dei suoi lettori, restituiscono tutta la tensione creativa, la sperimentazione continua e la complicità umana che si respirava in studio di registrazione durante la genesi del disco. Raccontano molto più di semplici momenti in studio: restituiscono il ritratto di una squadra di musicisti e tecnici immersi in uno dei progetti più importanti del rock italiano degli Anni ’90.

La prima immagine è quasi una fotografia di famiglia. Da sinistra a destra compaiono Franco Cristaldi (basso), Massimo Luca (co-produttore del disco), Gianluca Grignani, Massimo Varini (chitarre elettriche), Roberto Molinari (batteria) e Greg Walsh (fonico). È uno scatto che sintetizza perfettamente il carattere collettivo dell’album: un lavoro nato dal confronto costante tra personalità diverse, tutte al servizio della visione di Grignani.

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La seconda foto cattura invece Grignani mentre suona la chitarra elettrica. L’immagine restituisce l’anima più istintiva del disco: quella di un artista giovane, inquieto e visceralmente legato al proprio strumento. Ne “La fabbrica di plastica” la chitarra non è mai semplice accompagnamento, ma diventa una vera estensione emotiva della scrittura.

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Nella terza fotografia, Massimo Luca e Greg Walsh ascoltano uno dei provini preparati da Grignani. È uno scatto silenzioso ma fondamentale, perché racconta il lavoro invisibile dietro ogni brano: l’ascolto, la selezione delle idee, la ricerca del suono giusto. Walsh, forte della sua esperienza internazionale (ha lavorato con Tina Turner, Amii Stewart, Pink Floyd e Lucio Battisti lo arruolò nel 1978 come ingegnere del suono per “Una donna per amico”, continuando a lavorarci anche per i successivi “Una giornata uggiosa”, “E già”, “Don Giovanni”, “La sposa occidentale”), contribuì a dare all’album una pasta sonora moderna e aggressiva, mentre Luca svolse il delicato ruolo di mediatore artistico e produttivo.

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La quarta immagine è un collage che unisce due momenti distinti: da una parte Grignani da solo in sala di registrazione, dall’altra una prova condivisa con Massimo Varini. Il contrasto tra i due scatti mette in evidenza le due anime del disco: la dimensione intima dell’autore e quella collettiva della band. Varini, in particolare, fu una presenza decisiva nella costruzione delle trame chitarristiche che caratterizzano l’album.

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La quinta foto mostra Massimo Luca e Massimo Varini mentre provano insieme. C’è concentrazione, ma anche il senso di una continua ricerca musicale. Le sessioni di “La fabbrica di plastica” furono infatti caratterizzate da lunghe sperimentazioni sugli arrangiamenti, con l’obiettivo di trovare un equilibrio tra rock elettrico, melodia italiana e suggestioni internazionali.

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Con la sesta immagine emerge invece il lato più spontaneo delle registrazioni: Massimo Varini e Gianluca Grignani si nascondono dietro gli amplificatori, quasi come due ragazzi in sala prove. È una fotografia che spezza la tensione creativa e ricorda quanto il clima umano fosse importante all’interno dello studio.

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La settima foto prosegue su questa linea e immortala Varini e Grignani mentre scherzano tra loro. In mezzo alle pressioni produttive e alle aspettative dell’epoca, momenti come questo rappresentavano probabilmente una valvola di sfogo necessaria. Il legame tra i due musicisti fu centrale anche dal punto di vista artistico, soprattutto nella definizione dell’identità chitarristica del disco.

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L’ottavo scatto vede invece Massimo Varini scherzare con Greg Walsh. È un’immagine significativa perché mostra il dialogo continuo tra musicisti e parte tecnica: nelle sessioni de “La fabbrica di plastica” il lavoro sul suono fu tanto importante quanto quello sulle canzoni stesse.

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Infine, la nona fotografia è forse la più simbolica. Massimo Varini e Gianluca Grignani sono stesi a terra, circondati dalle numerose chitarre utilizzate durante le registrazioni. Lo scatto restituisce perfettamente l’ossessione sonora che attraversa l’intero album: ogni chitarra, ogni amplificatore, ogni dettaglio contribuiva alla costruzione di un’identità precisa, ruvida e personale.

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