Suonare la chitarra nella band di Bob Dylan non dev'essere un mestiere come gli altri. Bisogna conoscere un repertorio sterminato, essere pronti a seguire arrangiamenti che possono cambiare senza preavviso e, soprattutto, accettare che la propria permanenza sul palco sia avvolta nella stessa imprevedibilità che caratterizza da decenni i concerti del cantautore. Il tour statunitense dell’estate 2026 lo ha dimostrato ancora una volta, trasformandosi in una sorprendente girandola di musicisti.
La tournée si è conclusa il primo agosto all’Ascend Amphitheater di Nashville, dove Dylan ha invitato Jimmie Vaughan a raggiungerlo per tre brani: “False Prophet”, la cover di Bo Diddley “I Can Tell” e “Goodbye Jimmy Reed”. Vaughan, che apriva i concerti insieme a Lucinda Williams, è diventato così l’ultimo protagonista di una vera e propria partita a sedie musicali tra chitarristi. Il rapporto tra Dylan e il fratello maggiore di Stevie Ray Vaughan risale almeno alle sessioni di “Under the Red Sky”, l’album del 1990 nel quale i due Vaughan suonarono in brani come “10,000 Men”, “God Knows” e “Cat’s in the Well”. Jimmie era già tornato accanto a Dylan il 6 aprile 2024 ad Austin, partecipando a nove canzoni del concerto al Moody Theater. A Nashville, però, la sua presenza ha assunto un significato particolare, arrivando al termine di una tournée segnata da cambi di formazione continui.
Il primo scossone era avvenuto il 17 giugno, dopo il concerto al Santa Barbara Bowl. Doug Lancio, nella band di Dylan dal tour di “Rough and Rowdy Ways” del 2021, era improvvisamente scomparso dalla formazione. Al suo posto era comparso Julian Lage, virtuoso del jazz contemporaneo, entrato nel gruppo senza comunicati ufficiali e senza che fosse chiaro se si trattasse di una collaborazione temporanea o di un ingaggio stabile. Nemmeno due settimane dopo era arrivato un secondo addio. Bob Britt, collaboratore di Dylan dal 2019, aveva annunciato la propria partenza con un eloquente messaggio pubblicato sui social: “Sayonara Bobby”. In seguito aveva precisato di non essere stato licenziato, ma di avere lasciato volontariamente per ragioni che preferiva mantenere private. Il chitarrista aveva aggiunto di voler tornare al lavoro in studio e di dedicarsi alla realizzazione di un disco gospel della moglie Etta.
La sua uscita aveva creato un problema immediato. Lage, impegnato anche con la propria carriera, non poteva garantire la presenza in tutte le date. Dylan aveva quindi chiamato Joel Paterson, musicista della scena blues e jazz di Chicago, che il 29 giugno ad Austin si era ritrovato a sostenere da solo gran parte delle parti di chitarra davanti a migliaia di spettatori, dopo avere suonato abitualmente in locali molto più piccoli. Successivamente era entrato in scena anche Jad Tariq, chitarrista rhythm and blues di Memphis. Il suo ruolo sembrava essere soprattutto quello di sostituire Lage quando il jazzista era impegnato altrove. Quando Lage tornava, Tariq spariva dalla formazione; quando Lage non era disponibile, Tariq ricompariva accanto a Paterson. Una situazione quasi senza precedenti nella lunga storia concertistica di Dylan.
Più che una semplice serie di sostituzioni, la vicenda racconta quanto sia particolare lavorare con Dylan. Il cantautore non annuncia quasi mai formalmente i cambiamenti nella propria band. Spesso il pubblico scopre chi suonerà soltanto quando si abbassano le luci e i musicisti entrano sul palco. Anche gli addetti ai lavori possono avere difficoltà a capire se un chitarrista sia stato assunto stabilmente, chiamato per poche serate o destinato a scomparire alla data successiva. A rendere il compito ancora più complesso c’è il metodo con cui Dylan tratta le proprie canzoni. Le melodie, i tempi, gli attacchi e le strutture possono essere modificati durante l’esecuzione. Il chitarrista non deve limitarsi a riprodurre parti fissate in precedenza, ma deve osservare Dylan, interpretarne i gesti, seguirne il fraseggio e reagire in tempo reale. Virtuosismo e personalità non bastano: occorrono disciplina, capacità di ascolto e disponibilità a rinunciare al protagonismo.
La difficoltà non consiste necessariamente nell’imparare gli accordi. Consiste nel capire quale versione di una canzone Dylan voglia suonare quella sera. Brani eseguiti centinaia di volte possono cambiare atmosfera, ritmo o impostazione; vecchi classici possono riemergere senza preavviso, mentre cover oscure vengono inserite stabilmente in scaletta. Nel tour del 2026 sono comparsi, accanto ai brani di “Rough and Rowdy Ways”, pezzi come “I Can Tell” di Bo Diddley e “Share Your Love With Me” di Bobby “Blue” Bland. Jimmie Vaughan, a Nashville, sembrava possedere le qualità necessarie. Durante “False Prophet” si è avvicinato a Dylan, che gli ha rivolto sorrisi e cenni di approvazione. In “I Can Tell” il chitarrista ha progressivamente ampliato i propri assoli, ricevendo alla fine un ringraziamento divertito da Dylan. È tornato più tardi per “Goodbye Jimmy Reed”, provocando un’altra risata del cantautore. Era forse il modo più adatto per chiudere una tournée dominata dall’incertezza. Vaughan non è entrato ufficialmente nella band, ma ha aggiunto il proprio nome all’elenco dei chitarristi comparsi accanto a Dylan nel giro di poche settimane: Doug Lancio, Bob Britt, Julian Lage, Joel Paterson e Jad Tariq.
Il prossimo capitolo comincerà il 17 ottobre a Oslo, con l’avvio della tournée europea, che arriverà anche in Italia. Lage sarà contemporaneamente impegnato negli Stati Uniti e difficilmente potrà raggiungere Dylan prima della metà di novembre. Paterson e Tariq appaiono quindi i candidati più probabili per accompagnarlo in Europa, ma fare previsioni sulla formazione di Bob Dylan resta un esercizio rischioso. Essere il chitarrista di Dylan significa anche questo: prepararsi per il concerto senza avere la certezza del concerto successivo. Entrare in una delle band più prestigiose della storia della musica e, nello stesso tempo, sapere che tutto può cambiare nel giro di una serata, di una canzone o di un semplice cenno del suo leader.
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