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La disco-cabaret di Disco Tex and the Sex-O-Lettes

16.07.2026 Scritto da Franco Zanetti

Se vi è mai successo di dover traslocare ventimila album in vinile, beh: sappiate che oltre ad essere una gran fatica fisica, soprattutto se la schiena non è più quella dei vent’anni, è (anche) l’opportunità per riscoprire dischi che non ricordavate più di avere in casa. A me è successo, e dato che certi album li ho acquistati quando non sapevo quasi niente degli artisti che li hanno realizzati – Internet era di là da venire, e le informazioni in Italia arrivavano col contagocce, quando arrivavano – il trasloco è stata anche l’occasione per cercare di saperne di più. Vi propongo quindi queste schede realizzate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, che mi hanno accompagnato nel riascolto di certi dischi estratti dai vecchi scaffali prima che li rimettessi negli scaffali nuovi.

 

 

Prima che la disco diventasse impero, divisa bianca, coreografie da classifica e industria globale, c’era una zona più strana, teatrale e notturna: un territorio fatto di club, camp, soul orchestrale, produttori visionari, personaggi eccessivi e singoli pensati per far esplodere la pista. Disco Tex and the Sex-O-Lettes appartengono a quel momento preciso: non ancora la disco levigata e codificata della fine anni Settanta, ma una sua versione carnevalesca, sfacciata, teatrale, quasi da rivista di Broadway precipitata in un dancefloor newyorkese.

Il progetto nasce nel 1974 per mano di Bob Crewe, autore, produttore e architetto pop già fondamentale nella storia dei Four Seasons. Crewe costruisce Disco Tex come veicolo per Monti Rock III, nome d’arte di Joseph Montanez Jr., performer nato nel Bronx, personaggio televisivo, parrucchiere delle celebrità, frequentatore dei talk show americani e figura camp ben prima che il camp diventasse linguaggio pop pienamente riconosciuto. La formazione viene ricordata soprattutto per due hit: “Get Dancin’” del 1974 e “I Wanna Dance Wit’ Choo (Doo Dat Dance)” del 1975.

Il punto, però, non è soltanto il successo in classifica. Disco Tex and the Sex-O-Lettes furono una delle incarnazioni più esplicite della disco come performance totale. Non semplicemente canzoni da ballare, ma numeri di scena: fiati squillanti, cori femminili, groove elementare e irresistibile, parlato sopra le righe, falsi applausi, chiamate al pubblico, erotismo da cartoon, autoironia, sudore e lustrini. Monti Rock III non canta nel senso tradizionale: presenta, provoca, incita, fa il maître de cérémonie, il banditore, la diva stanca e l’animatore di un locale immaginario.

“Get Dancin’” è la dichiarazione programmatica. Scritta da Bob Crewe con Kenny Nolan, prodotta da Crewe e arrangiata da Bruce Miller, uscì nel novembre 1974 e diventò un successo notevole: numero 1 nella classifica disco statunitense, numero 10 nella Billboard Hot 100 e numero 8 nel Regno Unito. È un brano costruito come una festa che si auto-commenta. Disco Tex entra in scena e, invece di limitarsi a interpretare una canzone, racconta al pubblico perché deve ballare. La traccia vive di questo cortocircuito: è musica da pista, ma anche parodia della musica da pista; è intrattenimento, ma anche caricatura dell’intrattenitore.

L’effetto è irresistibile perché non c’è distanza fredda. La parodia non cancella il piacere del groove, lo amplifica. “Get Dancin’” non prende in giro la disco dall’esterno: la abita dall’interno, la gonfia, la rende teatrale fino al parossismo. Il ritmo è semplice, quasi meccanico, ma sopra quel tappeto si accumulano voci, fiati, battute, riferimenti pop, energia da varietà. La versione completa, divisa idealmente tra parte 1 e parte 2, dura oltre sette minuti; il singolo sfuma prima, lasciando intatta la sensazione di un numero che potrebbe ricominciare all’infinito.

Il seguito, “I Wanna Dance Wit’ Choo (Doo Dat Dance)”, conferma la formula e la spinge ancora più verso il tormentone. Scritta da Crewe con Denny Randell, prodotta da Crewe e arrangiata da Randell, viene pubblicata nel 1975 e raggiunge il numero 3 nella classifica disco statunitense, il numero 6 nel Regno Unito e il numero 23 nella Billboard Hot 100. È meno sorprendente di “Get Dancin’”, ma forse ancora più efficace nel fissare l’estetica del gruppo: call and response, titolo volutamente buffo, fonetica gommosa, sensualità da fumetto, e quella sensazione continua di trovarsi davanti a uno spettacolo più che a una band.

Il primo album, Disco Tex & His Sex-O-Lettes Review, esce nel 1975 e già nel titolo chiarisce tutto: non “album”, ma review, rivista, spettacolo, passerella. È disco music come vaudeville elettrico. Crewe capisce che la pista da ballo degli anni Settanta non è soltanto uno spazio musicale: è anche un teatro sociale, un luogo in cui identità, pose, desideri e finzioni possono essere amplificati. Disco Tex diventa così un personaggio più che un cantante, e le Sex-O-Lettes — con voci di studio tra cui vengono ricordate Jocelyn Brown e Cindy Bullens — funzionano come coro, controcanto, cornice e motore del rito.

Questo è il lato più interessante del progetto: la sua ambiguità. Disco Tex and the Sex-O-Lettes possono essere ascoltati come novelty act, e in parte lo sono. Ma ridurli a scherzo sarebbe un errore. Il novelty, nelle mani di Bob Crewe, diventa forma avanzata di pop. La ripetizione, il tormentone, l’eccesso, il personaggio, la teatralità, il doppio senso: tutti elementi che l’industria disco avrebbe poi imparato a usare in modo massiccio. Disco Tex arriva presto, prima che il genere venga ripulito e monumentalizzato.

C’è anche un dato culturale che oggi appare più evidente. Monti Rock III portava dentro la disco una forma di camp queer già maturata nei salotti televisivi, nei club, nella cultura dello spettacolo minore e flamboyant. Il suo personaggio era costruito su eccesso, trucco, battuta, ambiguità, autoesibizione. Dopo la sua morte, avvenuta a Las Vegas il 23 febbraio 2026 all’età di 86 anni, diverse ricostruzioni lo hanno ricordato proprio come figura bon vivant e presenza televisiva eccentrica, oltre che come volto di Disco Tex.

In questo senso, Disco Tex and the Sex-O-Lettes sono più moderni di quanto sembrino. Non incarnano la disco come perfezione produttiva, ma come identità performata. Monti Rock III non offre una voce canonica, offre un corpo scenico. Non promette autenticità, promette artificio. Ed è proprio l’artificio a renderlo vero: nella disco, come nel glam e nel cabaret, la maschera non nasconde l’identità, la produce.

Il secondo album, Manhattan Millionaire, arriva nel 1976, ma il colpo non si ripete con la stessa forza. La storia del gruppo resta breve: attività concentrata tra il 1974 e il 1976, poi qualche riemersione successiva, ma senza l’impatto dei primi singoli. La parabola è quella di molti progetti da pista degli anni Settanta: un’idea fortissima, due brani memorabili, un’immagine fulminante, poi il genere corre oltre.

Eppure, proprio questa brevità fa parte del fascino. Disco Tex and the Sex-O-Lettes sono l’equivalente musicale di una serata irripetibile: entri, i fiati esplodono, qualcuno urla al microfono, il pubblico risponde, il pavimento vibra, la parrucca suda, la canzone ricomincia. Non c’è profondità nel senso rock del termine, non c’è confessione, non c’è dramma interiore. C’è superficie, ma una superficie densissima: satin, brillantina, desiderio, caricatura, beat, posa, liberazione.

Riascoltati oggi, i loro dischi raccontano un momento in cui la disco non era ancora diventata cliché, ma stava inventando il proprio vocabolario pubblico. “Get Dancin’” e “I Wanna Dance Wit’ Choo” sono capsule di quell’istante: troppo buffe per essere solenni, troppo efficaci per essere liquidate come barzellette, troppo consapevoli per essere semplicemente kitsch.

Disco Tex and the Sex-O-Lettes non furono una grande band nel senso tradizionale. Furono qualcosa di forse più raro: un numero perfetto, una gag musicale trasformata in hit, una maschera camp infilata nel cuore della nascente industria disco. In un genere spesso raccontato attraverso produttori, club e diva vocali, loro ricordano che la disco fu anche questo: una risata truccata, un invito osceno e innocente, un presentatore sudato che supplica il pubblico e poi, naturalmente, ricomincia a ballare.

 


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