La canzone di protesta preferita da Bob Dylan non l'ha scritta Bob Dylan. L'ha scritta un allora poco più che ventenne ragazzo giamaicano, Jimmy Cliff, destinato a diventare un cantore di speranza e un pilastro della musica reggae mondiale. Alla fine degli anni ’60 la guerra del Vietnam è il tema centrale della musica di protesta. In tanti provano a raccontarla. Anche Jimmy Cliff decide di farlo, ma da una prospettiva diversa. Cliff non è mai stato in Vietnam e non ha fatto il militare. Inoltre non vuole fare un pezzo cupo, forzatamente struggente o con facili slogan: quello è un registro che non gli appartiene. L'ispirazione gli arriva da un amico che parte per combattere e torna profondamente segnato dal punto di vista psicologico.
La voce giamaicana sceglie di non parlare di politica o di strategie militari: racconta invece una storia. Nel brano “Vietnam” un giovane soldato scrive delle lettere alla madre dal fronte. Lei aspetta il suo ritorno, finché un giorno riceve un telegramma: il figlio è morto. È una canzone semplicissima, su ritmi in levare, con un testo che colpisce allo stomaco e un sound aperto che fa da contraltare. Proprio per questo è devastante. Invece di raccontare la guerra, racconta quello che la guerra lascia nelle case, tentando di esorcizzarlo. Ed è questo che colpisce Bob Dylan. Anni dopo il grande cantautore dirà che "Vietnam" è la più grande canzone di protesta che abbia mai sentito.
Un apprezzamento che fece rumore e contribuì ad accrescere la fama di quel ragazzo pronto a diventare un gigante. Jimmy Cliff, scomparso nel 2025, non cercò di scrivere una canzone contro la guerra. Scrisse una canzone su una madre che perde un figlio. Ed è forse questo il motivo per cui "Vietnam" continua a colpire ancora oggi: perché le guerre cambiano nome e luogo. Ma il dolore di chi aspetta qualcuno che non tornerà più, resta sempre lo stesso.
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