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Kula Shaker, prove di resistenza per una di queste vite

06.02.2026 Scritto da Marco Di Milia

Quando le incursioni nel Punjab non bastano più, per trascendere i mali terreni è necessario allargare il più possibile gli orizzonti, richiamando tanto J.R.R. Tolkien quanto Hanna & Barbera. Così, per spezzare le dinamiche tossiche della vita moderna, i Kula Shaker del biondo Crispian Mills arricchiscono il proprio panorama mistico, mescolando in un colpo solo fantasy e avventura, con tanto di ammiccamenti a “Il Signore degli Anelli”, “Dungeons & Dragons”, “He-Man”, “Scooby-Doo” e “I Goonies”. Ma dietro draghi, stregoni e mondi misteriosi si cela un racconto del tutto concreto, che prende forma compiuta nel nuovo “Wormslayer”.

Trascendere il presente

Con una mitologia pop presa in prestito per decifrare il nostro presente, l’ottavo capitolo discografico della band britannica amplia ed espande una ritrovata fase di compattezza e di continuità creativa. Nelle undici tracce che lo compongono, si alternano slanci visionari e momenti più introspettivi, attraverso figure, vicende e prospettive che riflettono una vera saga di sopravvivenza alle moderne manipolazioni emotive.

Arrivato a distanza relativamente breve da “Natural Magick” del 2024, un intervallo comunque significativo se rapportato ai tradizionali tempi di lavorazione del gruppo, di solito piuttosto dilatati, l’album risulta pervaso da una magia diffusa e stratificata. Quella compositiva di Mills, principale autore del progetto, quella sviluppata in fase di produzione da Alonza Bevan in studio, quella delle ritmiche leggere e insieme sostenute di Paul Winterhart e, soprattutto, quella del vero sciamano del quartetto londinese, Jay Darlington, rientrato in organico dopo diversi anni passati alla corte dei fratelli Gallagher, in grado di lasciare un’impronta tanto nella presenza scenica quanto nel sound.

Inni, presagi e vermi

In apertura, l’hammond squillante di “Lucky number” mette subito in moto l’intero immaginario del disco tra presagi e un’energia scaturita dai segnali dell’universo trasmessi da numeri fortunati forse solo in apparenza. Come nel migliore dei registri epici, l’impresa sembra quella di abbattere una moltitudine di draghi, i cosiddetti “worm” degli impavidi paladini. In realtà il confronto si sposta su forze molto più strutturate.

Se il passo deciso di “Charge of the light brigade” diventa un inno contro tutti i “vampiri della luce” di un mondo fin troppo affamato e confuso, con “Broke as folk” si prova a splendere della migliore luce esistenziale, con una buona eco di Doors e Pink Floyd, dove esperienza materiale e inquietudini profonde finiscono per sovrapporsi. Altrove, con un andamento quasi da carillon “Little darling” offre un’atmosfera nostalgica e delicata, mentre con la preghiera laica di “Be merciful” le chitarre acustiche si intrecciano in un lungo ed etereo crescendo in technicolor che sembra guardare molto più in alto del presente.

A rafforzare la dimensione narrativa di “Wormslayer” contribuiscono anche le sue basi cinematografiche. L’album infatti poggia in parte su una vecchia sceneggiatura scritta anni addietro dallo stesso Mills e lasciata a lungo decantare nei cassetti dei produttori di Hollywood. La storia di un bambino a cui crescono le ali trova quindi la sua realizzazione attraverso i temi dei brani, senza farne però un vero e proprio concept. Le avventure di Shaunie, il ragazzo alato simbolo dell’innocenza sfruttata, emergono così non solo nell’idealismo hippie di “Good money” ma proseguono in “Shaunie” e “The winged boy” amplificando il racconto per caricarlo di una dimensione dai toni fiabeschi, sospesa tra meraviglia e inquietudine.

Ancora, tra riff poderosi e aperture celestiali, l’epica satira della title track “Wormslayer” mette in scena un confronto simbolico con creature tossiche, trasformando la lotta in un atto di liberazione e presa di coscienza. Oltre sette minuti di mitico confronto che finiscono così per dischiudere lo sguardo interiore.

Sopravvivenza spirituale 

L’aura mistica, da sempre parte del patrimonio dei Kula Shaker, diventa in questo modo, tra le sovrabbondanze del disco, un elemento organico di un percorso che mescola volentieri Beatles e Kinks, anni Sessanta, psych, garage e folk. Non solo una questione di tabla e sitar o di palette cromatiche, ma una vera e propria matrice spirituale che attraversa ogni passaggio e ne orienta il senso più profondo. Il cammino però non procede affatto in linea retta e trova una sintesi conclusiva nell’eterea ballata “Dust beneath our feet” per una chiusura disillusa in cui l’illuminazione è costretta a misurarsi con la realtà.

Affrontando l’ombra per cercare la luce, “Wormslayer” fa quindi i conti con mantra, passaggi iniziatici e prove di resistenza, dove non importa avere una sola vita o molte a disposizione, perché conta ciò che si sta cercando, visto che non c’è rivelazione che non comporti una caduta, né visioni che prescindono dalla polvere sotto i piedi. E non ci sono spade magiche o stregoni che tengano.


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