A chi vuoi più bene? Papà o mamma, John o Paul, Liam o Noel, Johnny o Moz? Nell’estate della reunion degli Oasis è impossibile ascoltare questo album dal vivo senza pensare all’altro melodramma musicale di Manchester. Quello degli Oasis aveva una fine già scritta, la reunion era inevitabile e si intuiva che prima o poi sarebbe successa, anche se non con queste proporzioni. La saga che vede opposti Johnny Marr a Morrissey non ha vie di fuga positive. Da queste parti, lo si dice in maniera diretta, siamo Team Johnny Fuckin’ Marr. Senza nulla togliere alla grandezza della voce e dei testi di Moz, ma anche considerando le sue bizzarre uscite e scelte – l’ultima, l’annuncio di voler vendere ogni diritto sul nome e sul catalogo degli Smiths. Ma Marr ha trovato un suo modo di fare il musicista, forse più prevedibile ma comunque molto solido e coerente. E questo album live ne è la dimostrazione.
Registrato nel 2024 all’Hammersmith Apollo di Londra, “Look Out Live!” mette in fila 22 brani che raccontano bene l’universo Marr: i pezzi della sua carriera solista (“Hi Hello”, “Easy Money”, “Somewhere”), i classici degli Smiths (“This Charming Man”, “How Soon Is Now?”, “Bigmouth Strikes Again”), le parentesi degli Electronic, fino alle cover (“The Passenger” di Iggy Pop, “Rebel Rebel” di Bowie, con Neil Tennant dei Pet Shop Boys come ospite speciale). Un percorso che mostra come Marr abbia imparato a far convivere i diversi capitoli della sua storia musicale.
Nell’intervista che ci aveva rilasciato qualche tempo fa, spiegava che si sente legittimato a cantare le canzoni degli Smiths perché ha un repertorio solido di brani da solista che costituiscono il cuore dei suoi concerti. Aggiungere i vecchi classici, raccontava, è un modo per restituire ai fan lo stesso tipo di esperienza che lui stesso desiderava quando andava a vedere dal vivo band come i Wire o i Television: un equilibrio tra novità e memoria, non solo nostalgia. Sul tema dei paragoni con Morrissey, ci aveva detto di non essere minimamente interessato: il suo modello di cantante è Lou Reed negli anni ’70, oppure Ray Davies dei Kinks o Patti Smith. Non ha mai voluto essere un crooner o puntare su un canto molto melodico. È un approccio che si ritrova in questo live: Marr non punta a emulare nessuno, ma porta sul palco la sua voce per quello che è, al servizio di una scrittura chitarristica che resta la sua cifra. Anche la dimensione della collaborazione è centrale: non solo Tennant sul palco. Marr continua a muoversi in un orizzonte in cui il dialogo con altri artisti è parte integrante della sua identità.
Ci sono diversi modi di prendere questo disco, tra cui fare paragoni con la voce di Morrissey e con gli originali. Il secondo è semplicemente goderselo per quello che è: il lavoro di un’icona, appunto. Uno che ha trovato la sua voce – non solo in senso letterale, perché alla fine Marr non avrà la voce di Morrissey (e chi ce l’ha, d’altro canto?). Canta benino, ma soprattutto ha trovato una sua identità musicale, una sua scrittura, un suo modo di fare canzoni e di stare sul palco: i suoi concerti sono puro rock ’n’ roll e quando tornerà a novembre merita la pena vederlo. Ci ha messo una vita, a fare il solista, ma ora che lo fa, lo fa a ragion veduta, e bene.