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Jim Morrison tra mito e realtà nel film di Oliver Stone

14.07.2026 Scritto da Simöne Gall

"Voi siete Bertold Brecht, il cabaret, il rock & roll... Mi avete fatto scoppiare e mi piacerebbe tanto portarvi in uno studio. Tipo: immediatamente". (Battuta del produttore discografico nella scena del primo incontro con la band, dopo il live della stessa).

 

Distribuito da Lucky Red, oggi come nel 1991, "The Doors" di Oliver Stone torna in questi giorni sul grande schermo per un evento speciale: il suo trentacinquesimo anniversario. Lo ritroviamo quindi in una versione 4K Dolby Atmos, denominata "The Final Cut", e con una fotografia rifinita che mantiene il medesimo montaggio editato nel 2019. Sta qui, forse, la vera novità strutturale rispetto alla pellicola del '91; non un'aggiunta, ma una sottrazione di circa tre minuti nei pressi del finale, rimossi dal regista per asciugare la narrazione. Lo stesso Stone che, intervistato per l’occasione, ha svelato che alla fine degli anni Ottanta avrebbe pensato a Tom Cruise per il ruolo di protagonista, forte del successo di "Nato il quattro luglio", ma di aver poi cambiato idea per il carattere "aggressivo e incisivo" di Cruise, decisamente meno "laid-back" (sono parole sue) rispetto a quello di Morrison. Ironia della sorte, la parte andò al suo storico rivale cinematografico in "Top Gun": l'algido Val Kilmer, rivelatosi perfetto nel restituire sul grande schermo il magnetismo del Re Lucertola.

“Val” Morrison

Prima che la scelta definitiva ricadesse su di lui, il ruolo venne offerto a Ian Astbury, carismatico frontman dei Cult. Astbury, pur venerando profondamente i Doors, rispedì al mittente la proposta poiché non condivideva il modo in cui il mito di Morrison doveva essere ritratto. Un destino simile, sebbene per ragioni diverse, toccò a un'altra rockstar allora popolarissima: Billy Idol. Selezionato inizialmente per un ruolo di primo piano, Idol subì un grave incidente stradale poco prima delle riprese, costringendo la produzione a ridimensionare drasticamente la sua presenza sul set (finì per apparire solo in un breve cameo, nei panni del personaggio di Cat). Quando però arrivò Kilmer, la dedizione con cui l'attore si preparò al ruolo fu a dir poco incredibile. Isolatosi per mesi in una baita a Laurel Canyon, imparò a memoria ben cinquanta canzoni dei Doors e studiò alla perfezione il timbro vocale di Morrison (talvolta assistito in studio dal leggendario produttore della band, Paul Rothchild). Assimilando ossessivamente costumi, postura e movenze del cantante, l'attore arrivò persino a farsi chiamare "Jim" fuori dal set. Nonostante questo mimetismo totale, però, il rapporto con Oliver Stone finì per incrinarsi a causa delle infinite e logoranti ore di riprese. Kilmer non nascose nemmeno le proprie perplessità sul fatto che l'opera tendesse a esasperare la drammaticità dei fatti a scapito dell'anima più intima e fragile di un poeta divenuto cantante (e lo sforzo psicofisico fu tale che, una volta concluse le riprese, dovette ricorrere alla terapia per uscire dal personaggio). Dal canto suo, Stone riconosce oggi di aver sottoposto l'interprete a uno stress enorme, esprimendo tuttavia il sollievo di essere riuscito, con gli anni, a ricucire la loro amicizia.

La finzione scenica contro la realtà storica

"The Doors" ha ancora la sua valenza, rivisto oggi, ma è chiaro che nella sua impostazione tematica, Stone ha applicato a Morrison una lente deformante, riducendo una figura complessa a una caricatura persa in deliri dionisiaci. Diverse ricostruzioni biografiche risultano palesemente alterate. Nella scena sulla spiaggia, Morrison dice a Manzarek di aver chiuso col cinema, mentre nella realtà i suoi progetti di regia sarebbero rimasti centrali fino all'ultimo. Tanto che uno degli scopi del viaggio a Parigi, nel 1971, sarebbe stato quello di incontrare l'amica e regista francese Agnès Varda, che lo avrebbe aiutato a proporre agli intellettuali d'oltralpe i suoi lavori sperimentali autofinanziati ("HWY: An American Pastoral", ma anche il documentario d'avanguardia "Feast Of Friends"). Il trip di gruppo nel deserto risulta completamente inventato, così come diversi momenti da palcoscenico. Il famigerato live di Miami del 1969, che costò a Jim l'arresto per atti osceni e una conseguente persecuzione penale, è ridotto a un mero baccanale molesto, ignorando che Morrison stesse in realtà cercando una provocazione inseguendo l'influenza del teatro d'avanguardia (nello specifico il Living Theatre). Ben realizzata, per contro, è la scena finale in cui i Doors, con l'aggiunta del bassista turnista Jerry Scheff, registrano "L.A. Woman" con Morrison che canta seduto sul water nel bagno dello studio, sfruttandone l'acustica.

L'oscuramento della band e la manipolazione dei live

Vista l'esasperazione dei fatti, sullo schermo la band resta spettatrice passiva delle bizzarrie del proprio leader. Nella realtà, i Doors erano invece un collettivo paritetico, in cui la sezione ritmica di John Densmore e Robby Krieger, unita al genio tastieristico di Ray Manzarek, creava il tessuto sonoro essenziale per la nascita di canzoni immortali (a interpretare Manzarek, fra l'altro, è l'agente Cooper di "Twin Peaks", un riconoscibilissimo Kyle MacLachlan, qui penalizzato da un vistoso parruccone). In questo contesto, la colonna sonora si sviluppa come un susseguirsi di brani leggendari, anche se poi la scelta dei pezzi appare volutamente sbilanciata per accentuare l'atmosfera allucinata che Stone ha voluto imprimere al film. Tuttavia è ancora l'impresa di Kilmer a spiccare, che con la sua voce vera si sovrappone direttamente alla musica originale dei Doors. E il risultato è talmente impressionante che perfino Krieger e Densmore, quelli veri, ammisero pubblicamente di non riuscire a distinguere l'ugola dell'attore da quella del vero Jim Morrison.

Il verdetto e l'eredità del film

Il lavoro di Stone, che incassò poco più del budget impiegato per realizzarlo (trentadue milioni di dollari), è stato spesso bocciato dalla critica per una sceneggiatura superficiale, accusata di aver ridotto l'essenza culturale del movimento psichedelico a un catalogo scandalistico di sesso, alcol e stereotipi. Dura anche la reazione dei membri superstiti dei Doors, nonostante i ringraziamenti nei titoli di coda per il supporto tecnico (come Robby Krieger, che istruì personalmente sul set il suo interprete Frank Whaley su come imbracciare la chitarra). Per Ray Manzarek la pellicola mostrava uno "psicopatico fuori controllo" anziché il vero Jim Morrison, mentre John Densmore si sarebbe lamentato per essere stato ritratto come un comprimario perennemente scandalizzato. Ancor più netta la bocciatura di Patricia Kennealy, la giornalista e amante di Jim, che all'epoca stroncò l'opera per come aveva stravolto la loro vita privata (e la loro unione con il rito celtico). Scomparso il primo di aprile del 2025, Val Kilmer è stato infine omaggiato sui canali ufficiali dei Doors come parte indissolubile della loro epopea: un tributo definitivo che travalica i difetti strutturali di un film che, per un verso o per un altro, si è imposto nella memoria di molti.

 

 

 


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