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Jay-Z, live a Londra: la strada, il potere, la fame di racconto

05.09.2026 Scritto da Claudio Cabona

L’introduzione al concerto, in un Tottenham Stadium sold out ed elettrico, nella prima delle due date in programma, è affidata all’attore Idris Elba, nei panni di un predicatore. È la voce che introduce “American Gangster”, disco del 2007, e porta immediatamente il pubblico dentro il racconto della strada e dei vertici del potere: politica, epica gangster, black culture, riferimenti all’America e alle sue contraddizioni, comprese le vie imbottite di crack per effetto delle politiche governative. Un’introduzione potentissima, che stabilisce subito il tono del concerto: “If you believe in Jay-Z, then you too can be a gangster”. Shawn Corey Carter, 56 anni, entra in scena. Un boato lo travolge come un’onda: è vestito di nero, occhiali da sole e cappellino di New York, che non si toglierà mai per tutte le oltre due ore di live, come se fosse una divisa.

Non si esibiva a Londra, da solo, da quasi dieci anni. Riappare per celebrarsi, come ha fatto nei tre concerti evento a New York, dal vivo e da vivo, per ripercorrere in musica trent’anni della sua personale odissea, che l’ha portato dall’asfalto di Brooklyn a diventare uno dei rapper e artisti più importanti al mondo, oltre che un imprenditore tra i più ricchi dell’industria musicale. 
Il primo brano in scaletta è “Pray”, tratto proprio da “American Gangster”: la scalata di un ragazzo che dalla strada arriva al potere, parallelo musicale e ideale al film omonimo con Denzel Washington. Si passa immediatamente a “Bam”, un pezzo che omaggia il sound reggae, realizzato con Damian Marley. Non è casuale che Jay-Z lo proponga proprio a Londra, una delle grandi città della diaspora e uno dei luoghi fondamentali per la diffusione della cultura giamaicana nel Regno Unito. Anche “Lucifer”, più avanti in scaletta, verrà introdotto da una parte reggae, rafforzando questo continuo dialogo tra le diverse anime della black music, uno dei fili conduttori di tutta la serata. 

Hov è in formissima, rappa come se non avesse mai smesso di farlo, il suo ultimo album solista “4:44”, disco sofferto e personale in cui abbandona l’armatura dell’hustler, è addirittura del 2017. Si parla da tempo di nuova musica, ma la sua Roc Nation ha ribattuto con un “fake news”. Dal punto di vista scenografico, lo show è rigoroso ed elegante: alle spalle dell’artista c’è un enorme ledwall rettangolare che occupa un’intera curva dello stadio. È accompagnato da una band straordinaria, impreziosita anche dalla presenza degli archi che si inseriscono delicatamente per rendere più emotivi brani come “
Never Change” e “Song Cry” dove Jay-Z si trasforma in un crooner. L’equilibrio musicale è uno degli aspetti più sorprendenti: il concerto è un continuo abbraccio tra sequenze, più idonee alla riproposizione dei banger di repertorio, e lunghe parti suonate, con assoli di chitarra e una batteria che scandisce il tempo come un metronomo.

È la ricerca del groove a dominare ogni singola canzone in scaletta, un approccio intrinsecamente black, un andamento costruito per valorizzare il modo di rappare, da sempre “swingato”, della voce di New York. Un contrappunto, mai fuori dai binari, tra rap e una quantità enorme di linguaggi musicali, con una componente rock particolarmente evidente. Questa anima esplode con “99 Problems”, storica traccia prodotta da Rick Rubin, con cui Jay-Z ha realizzato anche un dialogo-documentario in otto puntate in uscita il 18 settembre, e contenuta nel disco “The Black Album”. C’è solo un faro a illuminare lo stage, si sente crescere il rombo di un elicottero della polizia, che compare sul megaschermo: le parole sputate dalle viscere diventano così vie di fuga da un controllo. Nel libro “Decoded”, consigliato a chiunque voglia approfondire le liriche di Jay-Z, lui stesso spiega come una canzone, che a un primo ascolto sembra parlare semplicemente di donne, abbia in realtà un significato multistrato sulle scelte, a cominciare da quel ritornello diventato un detto popolare “I got 99 problems, but a bitch ain't one”. E questo fotografa con chiarezza il suo modo di scrivere e di concepire una canzone, un modo denso che lo ha consacrato come uno dei songwriter più rilevanti, non solo della sfera rap, a cavallo tra i due secoli. 

Non mancano le hit che tutti vogliono ascoltare: “Run This Town” ed “Empire State of Mind”, che chi visita la Grande Mela ascolta talmente tante volte nei locali e per le strade, essendo diventato un inno, quasi da impazzire. Con “Dead Presidents” si torna indietro fino al 1996 e il concerto piomba su un terreno più politico e malinconico. Sul grande schermo scorrono immagini militari, soldati neri in guerra, funerali di Stato. Sopra quelle istantanee risuona il refrain di Jay-Z, che riporta al centro uno dei temi ricorrenti della sua scrittura, ovvero il rapporto tra potere e denaro. Il ritornello cita “The World Is Yours” di Nas, fu quello l’inizio della rivalità tra i due, oggi risolta. Il resto è storia. Il live a Londra non è soltanto una celebrazione di se stesso. È anche un tributo agli artisti che lo hanno formato. Questo emerge in maniera particolarmente evidente con l’arrivo di due terzi dei Fugees sul palco, Lauryn Hill e Wyclef Jean: una quasi reunion storica. Jay-Z lascia loro spazio, racconta quanto siano stati una fonte d’ispirazione e, soprattutto, si inchina. È uno dei momenti più significativi della serata. In tanti si aspettavano anche un duetto con Beyoncé, che però è sugli spalti, dove a un certo punto viene inquadrata dalla regia: Jay-Z, marito della popstar, le regala un cielo illuminato di fuochi d’artificio per il suo compleanno.

“No Church in the Wild”, tratta da “Watch the Throne”, il joint album realizzato con Kanye West nel 2011, porta nuovamente il concerto su un piano minaccioso. Sul ledwall scorrono immagini di persone nere inseguite dalla polizia, mentre le fiamme si alzano sullo sfondo. Anche qui musica e immagini esplorano temi come l’autorità e la gerarchia in un sistema selvaggio e privo di regole. “Girls, Girls, Girls” inaugura una sezione più morbida e ballabile che si infrange sulla scalmanata “Niggas in Paris”, con le immagini di Mike Tyson sullo schermo. Lo stadio esplode ancora una volta per un’altra scheggia impazzita uscita da “Watch the Throne”. 
Quello che rimane addosso, alla fine, è la sensazione di aver visto non soltanto uno dei più grandi rapper viventi, ma anche un uomo che sente ancora l’urgenza di raccontarsi e di raccontare. Che sembra ancora credere in ciò che dice. Jay-Z lo fa senza nascondersi dietro la spettacolarità: mette al centro la musica e le parole. Perché dopo tre decenni, il suo bisogno più forte sembra essere ancora quello di prendere tutto ciò che ha vissuto, la strada, il successo, il potere, le cadute, le persone che lo hanno ispirato, e trasformarlo in una lettera a un domani che lo inquieta. 

Scaletta:
Intro di Idris Elba
Pray
Bam
Jigga My Nigga
Izzo (H.O.V.A.)
Beach Is Better
Fuckwithmeyouknowigotit
Jigga What, Jigga Who
Run This Town
On to the Next One
Empire State of Mind
Family Feud
U Don't Know
Dead Presidents
Where I'm From
Hard Knock Life (Ghetto Anthem)
Lucifer
No Church in the Wild
Can I Live
99 Problems
Girls, Girls, Girls / '03 Bonnie & Clyde
Excuse Me Miss / La-La-La (Excuse Me Miss Again) / I Just Wanna Love U (Give It 2 Me)
Dirt Off Your Shoulder
I Know
Never Change
Song Cry
GOD DID con Dj Khaled
Talkin the Hardest con Giggs
Heart of the City (Ain't No Love)
Ready or Not con i Fugees
Killing Me Softly With His Song con i Fugees
Fu-Gee-La con i Fugees
Niggas in Paris
Public Service Announcement
Big Pimpin'
Numb / Encore
 


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