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Jay Buchanan, eremita per necessità

10.02.2026 Scritto da Marco Di Milia

Un Boss in cerca di se stesso è sul palco dello Stone Pony di Asbury Park. Insieme all’energica house band si concede al pubblico per una manciata di classici del rock carichi di grinta e passione. Una scena che in “Liberami Dal Nulla” - la pellicola che racconta genesi di Nebraska, il capolavoro acustico di Bruce Springsteen - mostra uno degli snodi fondamentali della vita e della carriera del cantautore del New Jersey, il passaggio da artista di culto a narratore intimo e profondamente umano, per assumere infino lo status di vera e propria leggenda.

Dalla macchina da presa al deserto

Se a dare volto e voce al protagonista è Jeremy Allen White, nei panni del vocalist del gruppo abbiamo Jay Buchanan, carismatico frontman dei Rival Sons. Per il cantante di San Bernardino, California, l’esperienza cinematografica non ha rappresentato soltanto un debutto davanti alla macchina da presa in un ruolo più che naturale, ma è coinciso anche con una fase di ridefinizione sul piano artistico. Buchanan è infatti al suo esordio con il primo album interamente a proprio nome, “Weapons Of Beauty”, che ne mette a fuoco una dimensione più personale, segnando un deciso cambio di prospettive. 

Al riparo da ogni comfort e da qualsiasi distrazione, il disco nasce da una scelta di isolamento radicale. Per mettere a fuoco le proprie idee, Jay si è letteralmente chiuso in un bunker sotterraneo nel deserto del Mojave, circondato solo da miniere abbandonate dai tempi della grande corsa all’oro e con l’unica compagnia di un generatore a gas. Un eremitaggio contemporaneo che imprime un senso di raccoglimento profondo, in contrasto con le tensioni elettriche della band d’origine. Le atmosfere introspettive dell’album riflettono così il tempo trascorso dal musicista con i suoi pensieri, trasformando il deserto in una presenza attiva e in una sorta di partner creativo.

Con l’amico e collaboratore di lunga data Dave Cobb - produttore di riferimento per Chris Stapleton, Jason Isbell, Greta Van Fleet e gli stessi Rival Sons - Buchanan, in questo modo, ha dato forma a un lavoro sostenuto da arrangiamenti minimali, fortemente radicato nella tradizione americana, ma attraversato da una vulnerabilità nuova. “Mentre la musica continua a essere soffocata dalla tecnologia, volevo tornare a disegnare immagini nella polvere”, ha dichiarato Jay, riassumendo una poetica fatta di silenzio, materia e tempo.

Lontano dal rumore

Le “armi della bellezza” a cui fa riferimento il disco si articolano in dieci tracce caratterizzate da un blend di country, folk, soul e blues che ben risponde alla maestosità e all’arsura dei grandi spazi americani. A emergere, in una dimensione quasi da predicatore illuminato, sono soprattutto l’espressività canora dell’autore, per estensione vicina a quelle dei padri nobili del rock e qui, insieme fragile e potente, messa al servizio di una trama che tocca fede, redenzione, dubbio e amore.

La distesa ballata “Caroline” si muove con una grazia malinconica e vagamente lisergica, mentre “High and lonesome” brilla grazie a una ruvida slide guitar. Le note dell’organo di “Shower of roses” aprono una parentesi di delicata nostalgia e “Deep swimming” riporta su territori elettro-acustici, mettendo in luce armonie vocali raffinate e richiami al Robert Plant della maturità. Se con “True black”  il registro si fa più teso, in bilico tra un sermone incendiario e suggestioni da american gothic, con “Tumbleweed”, invece, si prosegue su un ritmo ipnotico, evocando solitudini in continuo movimento e drammaticità interpretativa.

Nella dedica alla moglie in “Sway” il tono si gonfia di passione e “Dance me to the end of love” di Leonard Cohen è trasformata in una rilettura tinta di soul bianco, che ne rispetta lo spirito e la rende al tempo stesso fortemente soggettiva. Le note al pianoforte del brano che dà il titolo al disco, “Weapons of beauty”, infine, completano il quadro con una conclusione intensa e riflessiva.

Tra gli spettri del Mojave

Pur se in compagnia dei tanti fantasmi del passato che si manifestano qua e là, “Weapons Of Beauty” appare come un album essenziale e diretto. Anche quando dialoga con un immaginario sonoro ben riconoscibile, Jay Buchanan non perde mai il centro di un racconto a tratti cinematografico ma privo di sovrastrutture, dando forma al percorso di un artista che si è allontanato dal rumore e dalla velocità della metropoli per cercare nel silenzio di infinite distese una voce più nuda e insieme autentica. Così, la solitudine del deserto ha trovato la propria eco.


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