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James Ellis Ford, un disco più forte della storia che racconta

25.08.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Ci sono dischi molto belli che fai fatica a recensire perché non hanno storie, ci sono dischi mediocri che però hanno uno “storytelling” e per questo ottengono attenzione anche più del necessario. Poi ci sono album come questo, dove c’è tutto: un’idea musicale forte, una bella esecuzione, un personaggio che vale la pena raccontare. Anzi, questo album ha più di una storia, oltre a quella di James Ellis Ford, che di professione fa soprattutto il produttore: ha in curriculum gli ultimi lavori dei Depeche Mode e ha curato quell’album-monstre, per dimensioni, artisti coinvolti e risultato, che è “HELP(2)” per War Child.

James Ellis Ford, che ha avuto una carriera come artista nei Simian Mobile Disco e ha già inciso da solista, ha registrato questo album in ospedale. Il mondo in cui era perso e che dà il titolo è quello di una malattia che gli è stata diagnosticata all’inizio del 2025: una forma aggressiva di tumore del sangue. Ford si è trovato improvvisamente davanti a nove mesi di cure e a una probabilità di sopravvivenza del 30%. Durante il secondo ciclo di cure ha fatto quello che gli veniva più naturale: musica.

“Lost In Another World” è nato in poco più di due settimane, con un laptop, un microfono economico e alcuni synth sistemati su un tavolino pieghevole comprato dalla moglie, registrato tra una cura e una visita. Ford ha raccontato di avere lavorato senza filtri, cantando la prima cosa che gli veniva in mente. Più che un album progettato, una sorta di diario sonoro: un modo per osservare quello che stava succedendo, ma anche per cercare uno spiraglio dentro una situazione che di spiragli sembrava averne pochi.

È questa origine a determinare il tono del disco:  “Lost In Another World” è intimo, minimale, delicato, ma non è un album che esibisce il dolore. La malattia c’è continuamente, nelle parole e inevitabilmente nell’atmosfera, ma Ford non la mette in scena. Si osserva senza giudicarsi e soprattutto senza autocommiserazione. Ci sono paura, dolore, noia, incredulità, ma anche amore e una continua ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi - come dice alla lettera “Silver Lining”. Come ha spiegato lui stesso, alcune canzoni erano una specie di discorso di incoraggiamento rivolto a se stesso: dirsi che sarebbe andato tutto bene era anche un modo per provare a farlo succedere. Ma non c’è ottimismo forzato. In “Parallel Dimension” Ford racconta di affidarsi alle cure mentre ammette quanto facciano male e arriva a chiedersi se quel veleno non stia peggiorando le cose. In “People Just Don’t Know” c’è invece la sensazione di giocare semplicemente la mano che ci è stata data, sapendo che alla fine il banco vince sempre, ma senza che poi ci si renda conto davvero di cosa si sta vivendo. Sono pensieri diretti, quasi annotazioni, più che frasi costruite per diventare dichiarazioni definitive sulla malattia.
La voce è centrale proprio per questo; Ford non è un cantante dalla voce particolarmente “bella”, almeno nel senso più convenzionale del termine, e non cerca mai di esserlo. È una voce esposta, a volte fragile, perfettamente coerente con un disco che vive di introspezione più che di interpretazione. Quella vulnerabilità finisce per diventare la sua forza espressiva.

Anche la produzione segue la stessa logica: una non-scelta interessante, pensando a chi ha fatto questo disco, uno dei produttori più richiesti della sua generazione, abituato a costruire e rifinire il suono di artisti molto diversi tra loro. Qui fa quasi il contrario: non usa il disco per mostrare quanto sa produrre. I suoni sono sobri, essenziali, le parti elettroniche e i synth accompagnano le canzoni senza sovraccaricarle. Qualche eco dei Depeche Mode si sente inevitabilmente nelle atmosfere più scure, in pezzi come “This Too Shall Pass” e soprattutto “The Eve After”, ma “Lost In Another World” non sembra mai un esercizio di stile.

Ford avrebbe potuto rimettere mano al disco una volta tornato a casa: non l’ha fatto, se non in minima parte. Ha definito l’album una “fotografia”, una capsula del tempo, e sarebbe stato facile rovinarne il senso cercando di renderlo più perfetto. Quella scelta spiega molto del risultato: le canzoni conservano la sensazione di essere state registrate mentre le cose stavano succedendo, senza la distanza che normalmente separa un’esperienza dal momento in cui viene trasformata in racconto.

È inevitabile che “Lost In Another World” venga raccontato attraverso la storia della sua nascita: è una storia troppo forte per essere ignorata. Ma il punto è che il disco regge benissimo anche senza questo “storytelling”, che qui oltretutto viene dopo ed è quasi involontario, non una costruzione di marketing. Ford ha mantenuto nelle interviste lo stesso atteggiamento che ha nel disco: schietto, lucido, mai autocommiserante. La storia spiega perché queste canzoni esistono; non è ciò che le rende belle.


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