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Jack White ha messo la chitarra al centro di "Frozen Charlotte"

11.07.2026 Scritto da Paolo Panzeri

Jack White l'ha fatto un'altra volta, ed io ci sono cascato un'altra volta. Due anni fa il demiurgo della Third Man Records aveva colto tutti in contropiede pubblicando, a fari spenti, senza nessun annuncio preventivo, l'album "No name": quaranta minuti di rock essenziale, in cui la sua sapiente chitarra si è presa il lusso di fare il bello e il cattivo tempo portando avanti e indietro le lancette dell'orologio, sintetizzando buona parte della storia della musica moderna. Masticando con rara perizia la lezione dei padri del blues, dell'hard rock, del punk, del garage per poi sputare fuori una manciata di canzoni al sapore di passato, che però, naturalmente, non suonano scadute e ancor meno stantie. Ora, due anni dopo, Jack, con "Frozen Charlotte" è tornato sul luogo del delitto, a fare ciò che gli riesce meglio e lo distingue dalla (quasi) totalità dei suoi colleghi musicisti: giocare con la musica. Il nuovo album mantiene la rotta tracciata dal precedente "No name", a cui è direttamente legato, offrendo, un ulteriore saggio delle capacità del ragazzo di Detroit e della sua enciclopedica conoscenza dei suoni venuti prima di lui.

Il settimo album solista

Nel nuovo disco al suo fianco l'ex White Stripes ha confermato la eccellente presenza di Patrick Keeler (batteria), Dominic Davis (basso) e Bobby Emmett (tastiere), musicisti con cui ha affinato l'intesa in tour, prima di chiudersi nei suoi studi di Nashville per registrare "Frozen Charlotte", il settimo album della sua carriera solista. Le tredici canzoni del disco vagano dall'hard rock al blues senza offrire alcuna pausa, si viene continuamente incalzati da un ritmo che spesso si fa indiavolato, e da una infinita energia restituita la maggior parte delle volte da lancinanti riff al fulmicotone. Protagonista assoluta dell'album è infatti, ancora una volta, la chitarra, vero prolungamento degli arti superiori di Jack. Con la sei corde White non è alla ricerca del vanesio virtuosismo fine a se stesso oppure del gioco di prestigio che genera momentaneo ma fugace stupore. Piuttosto la sua è l'eterna insoddisfazione di chi sa che non vi è mai una fine, che la perfezione non è cosa per gli uomini e allora tanto vale fare del proprio meglio, senza dimenticare questo assunto.

Un album teso e divertente

"Frozen Charlotte" - un genere di bambolina di porcellana prodotta nell'Ottocento, a sua volta così chiamata rifacendosi a una cruda ballata popolare per bambini, l'immagine di copertina dell'album ne è una versione rivista e corretta - non ha potuto contare sull'effetto sorpresa che mi lasciò a bocca aperta ascoltando "No name", questo album è meno vario, ma non per questo meno godibile. Non nascondo che a volte sono assalito dal dubbio che Jack White ci stia solo prendendo in giro, che in fondo non vada a ripetere all'infinito, sotto spoglie diverse, sempre la medesima canzone. Potrebbe anche essere, ma poi mi chiedo, è davvero così importante? Anche fosse solo una grande bugia, un mero esercizio di stile, e "Frozen Charlotte" a volte pare esserlo, è comunque un album davvero divertente e io ci sono cascato un'altra volta. Oppure, detto con parole che prendo in prestito da qualcuno: è solo rock'n'roll ma mi piace.


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