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Jack Antonoff: “Internet ha reso impossibile la nostalgia”

22.05.2026 Scritto da Gianni Sibilla

È uno dei produttori  più importanti dell'ultimo decennio ed è la mente dei Bleachers, progetto che porta avanti un suono pop-rock  profondamente legato al New Jersey, la sua terra e quella del suo amico Bruce Springsteen, con cui ha spesso collaborato. Con “Everyone for ten minutes”, in uscita oggi 22 maggio, Jack Antonoff firma "Everyone for ten minutes", un album che definisce autobiografico e ottimista, anche se nasce da una visione durissima del presente: “Internet ha reso terribile il modo in cui comunichiamo”.
Lo abbiamo intervistato tra nostalgia impossibile, sax “potenzialmente kitsch” e il rapporto tra il produttore e l’artista che convivono nella stessa persona.

“Everyone for ten minutes” evoca il famoso aforisma di Andy Warhol sui 15 minuti di fama per tutti. È così?
Non tanto la fama, quanto l’accessibilità. Per me riguarda il modo in cui comunichiamo oggi. Il mio lavoro come artista è comunicare. Ma oggi Internet è un esperimento fallito e il modo in cui comunichiamo è diventato terribile. Ho condiviso parti molto intime di me, ma oggi ogni pensiero viene monetizzato e rivenduto. Per me l’ispirazione, il libero arbitrio e il fare musica devono essere l’opposto di tutto questo. Questo album nasce da lì: da cose che mi ribollono dentro.

Anche la copertina sembra suggerire un immaginario diverso dal passato: meno “on the road”, più intimo.
Quella foto è semplicemente successa. Ma quando l’ho vista ho pensato che rappresentasse perfettamente come ci si sente oggi: vulnerabili in un luogo pubblico in cui non dovremmo essere nudi, mentre cerchiamo comunque di proteggerci e vivere nel presente. Questo è un album rigorosamente autobiografico. A volte scrivo di altri, di altri pensieri, poi torno a me stesso. Ma questo album parla solo di me. Non so esattamente perché, ma è lì che mi trovavo.

Molti artisti raccontano che, andando avanti con la carriera, diventa più difficile scrivere di sé. Vale anche per te?
No, perché quello che scrivo non riguarda mai davvero il successo o la carriera. Riguarda sempre grandi questioni esistenziali. Le cose fondamentali che mi tormentano e mi spingono a scrivere non sono cambiate. Ma sono ottimista: è difficile riuscire a dire davvero tutto quello che senti, e ancora più difficile condividerlo. Poi vai in tour e trovi un modo per celebrarlo con la tua comunità. Tutto quello che riguarda scrivere musica, registrarla e portarla dal vivo mi sembra profondamente ottimista.

Nella tua musica si percepisce nostalgia. Sei d’accordo?
Non so nemmeno se la nostalgia sia ancora possibile. Ho la sensazione che il tempo non scorra più normalmente. Quando anni fa parlavo del passato, mi sembrava davvero passato. Ora, quando parlo del passato, mi sembra quasi di parlare del futuro.

Però in “The Van” citi i “glory days”. A cosa ti riferisci?
Per i primi dieci anni non veniva quasi nessuno ai concerti. Le registrazioni non interessavano a molta gente. Ma io amavo profondamente quello che facevo, e questo non è mai cambiato. Quella per me era una specie di età dell’oro, perché eravamo completamente soli. Nessuno ci chiedeva di farlo: dovevamo farlo e basta. Usavamo i nostri soldi, qualunque risorsa avessimo, pur di continuare.

Da dove nascono le canzoni dei Bleachers? Dai testi, dal suono, dalle immagini?
“Di solito da un testo o da un’immagine. Da qualcosa che senti il bisogno di dire. Quasi come un argomento che porteresti in terapia. ‘The Van’, per esempio, è nata dal pensiero di persone con cui ho condiviso una parte enorme della mia vita e con cui oggi non parlo più. Non c’è un’accusa, solo quella sensazione strana.”

Il sassofono è quasi un marchio di fabbrica dei Bleachers e, per certi versi, anche del New Jersey, da dove arrivi.
Mi piacciono suoni che non si sentono spesso. Sassofono, armonica, perfino il clavicembalo in questo disco. Mi piace lavorare con cose che potrebbero risultare persino kitsch e trovare il modo di farle funzionare.

Esiste un ‘suono del New Jersey’?
Assolutamente sì, se pensi a Southside Johny, a Springsteen: è soprattutto una sensazione. Ma se dovessi descriverlo, direi che ci sono gli ottoni, i fiati, questa idea di musica costiera. E poi il New Jersey è geograficamente vicinissimo a New York, quindi c’è sempre questa sensazione di voler partire, andarsene. Per me è questo: clacson che suonano melodie malinconiche ma piene di speranza.

Come convivono il produttore Jack Antonoff e l’artista Jack Antonoff?
Per me convivono benissimo. Tutti mi chiedono come trovi il tempo per fare tutto, ma mi sembra naturale. Succede tutto contemporaneamente.

Quando lavori ai Bleachers devi ‘disimparare’ qualcosa del tuo mestiere di produttore?
No. Sono solo aree diverse del cervello. Scrittura, registrazione, produzione: sono parti diverse, ma mi trovo bene a passare dall’una all’altra.

I produttori oggi sono molto più visibili che in passato.
Penso che oggi si parli molto di più di come vengono fatte le cose in generale. Non solo nella musica. È il momento storico in cui viviamo.


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