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Italian Groove - Pino D'Angiò, gli anni Novanta e l'hip hop

17.07.2026 Scritto da Andrea Laurenza

 

Nel 1943 gli americani sbarcano a Napoli portando sigarette, cioccolato e soprattutto una musica diversa, in cui il ritmo conta quanto — se non più — della melodia. Da quel momento prende forma una lunga storia sotterranea di contaminazioni, rifiuti, adattamenti mancati e attrazioni intermittenti verso quel nuovo modo di pensare il tempo musicale.

Per decenni la cultura italiana resta legata alla centralità della melodia, mentre il ritmo entra solo di riflesso, ai margini delle classifiche e nei linguaggi laterali del cinema, della canzone d’autore più sofisticata e delle sperimentazioni più ibride. Ma proprio in questi spazi periferici, negli anni Settanta, con le colonne sonore del cinema di genere e le scene di Napoli, Milano e Roma, il contatto si intensifica fino a produrre una prima vera esplosione.

Da lì in poi la storia procede a onde: passa per le sintesi pop e disco di Alan Sorrenti, attraversa la scrittura urbana e sensuale di Pino Daniele, le contaminazioni funk di Loredana Bertè, e riemerge ciclicamente nelle decadi successive con Pino D’Angiò e Neffa, fino ad arrivare ai giorni nostri con Nu Genea, Marco Castello e Il Mago del Gelato. Qui proviamo a raccontarla, con una playlist di accompagnamento.

 

Pino D’Angiò

Il periodo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta è fatto di anni davvero speciali, in cui può capitare di tutto: anche che un altro Pino, questa volta arrivato da Pompei, piombi come un asteroide funk nella galassia dell’Italo Disco proprio nel momento in cui una parte del genere inizia a convertirsi verso basi elettroniche sempre più programmate, costruite su sequenze che si ripetono per tutta la durata del brano. Quello che Pino D’Angiò porta con “Ma quale idea” è invece un groove inesorabile, costruito attorno a un basso che diventa il centro gravitazionale dell’intero brano.

La canzone è accompagnata da una serie di aneddoti e leggende che proliferano e si alimentano nel web, tra cui quella, probabilmente la più sorprendente, di avere venduto un numero di singoli superiore persino a “Billie Jean”. Il giro che sostiene “Ma quale idea” è stato spesso accostato, e più volte indicato come derivato, a quello di “Ain’t No Stoppin’ Us Now” di McFadden & Whitehead, successo funk-disco americano del 1979. Un’ombra di plagio che accompagna il brano da decenni, ma che rischia di spostare l’attenzione dall’elemento più interessante: tutto ciò che viene costruito attorno a quel giro di basso. Pino D’Angiò lo rallenta, lo asciuga, lo rende ossessivo, lo porta ancora più in primo piano nel mix, trasformandolo nel centro gravitazionale di una macchina ritmica perfetta. Un groove meno muscolare di quello americano, ma ancora più elegante.

E poi c’è Pino D’Angiò. La sua voce non è quella tradizionale del cantante funky: è un monologo ritmico, ironico, teatrale. Si muove sopra il beat con un’attitudine che anticipa qualcosa della cultura rap, non tanto per la tecnica quanto per l’idea che la parola possa diventare percussione, elemento stesso del groove. Le fondamenta sono costruite dal basso di Stefano Cerri — musicista di formazione jazz e fusion, figlio del grande chitarrista Franco Cerri — e dall’arrangiamento di Enrico Intra, figura centrale del jazz italiano: pianista, compositore, uomo di confine tra improvvisazione, musica colta e linguaggi popolari. Intra aveva già esplorato territori vicini al funk, al pop e al soul con l’album “Momento Intra”, realizzato qualche anno prima con la partecipazione di Tullio De Piscopo e Roberto Colombo

Intorno al 1985 quella stagione si esaurisce quasi senza che nessuno se ne accorga o ne avverta la mancanza. Basta guardare i crediti dei dischi: molti dei musicisti che avevano costruito il suono del groove italiano continuano a lavorare, ma sempre meno all’interno di produzioni funk o jazz-rock. Le grandi sezioni ritmiche lasciano progressivamente spazio a batterie elettroniche, sequencer e sintetizzatori digitali; i bassi, sempre meno protagonisti, vengono spesso sostituiti da linee programmate. Si afferma un pop più sintetico, figlio dell’estetica internazionale della metà degli anni Ottanta, in cui l’efficienza della programmazione prende gradualmente il posto dell’imprevedibilità e dell’interazione tra musicisti. Il risultato è un cambio di prospettiva: il ritmo non nasce più dal dialogo tra strumenti, ma viene sempre più spesso costruito attraverso il controllo dello studio.

È una trasformazione quasi inevitabile. La tecnologia offre strumenti nuovi, più economici e più veloci, mentre l’industria discografica ricerca un suono sempre più uniforme e internazionale. Il risultato è che, nel giro di pochissimi anni, quella straordinaria concentrazione di bassisti, batteristi, percussionisti e arrangiatori che aveva fatto dell’Italia uno dei luoghi europei più fertili per il groove smette di essere il motore del pop nazionale. Non scompare la qualità dei musicisti, né la ricerca sonora: cambia il modo in cui il pop viene costruito. Un ciclo, il ciclo per eccellenza, si è concluso.

 

Anni Novanta e l’hip hop

Alla fine degli anni Ottanta il ritmo torna progressivamente al centro della musica italiana attraverso il linguaggio dell’hip hop, proprio quando il funk, inteso come pratica strumentale e come elemento caratterizzante delle produzioni pop, sembra essersi quasi completamente ritirato. La stagione dei grandi musicisti ritmici degli anni Settanta e dei primi Ottanta lascia spazio a un modo diverso di costruire le basi: il campionamento, le drum machine, i loop e la rielaborazione di frammenti della musica del passato. Non è più l’interazione tra batterista, bassista e percussionisti a generare il movimento, ma il lavoro sul materiale sonoro, sulla scelta del campione e sulla sua trasformazione.

L’hip hop porta con sé un rapporto nuovo con la storia della musica nera. I vecchi dischi funk e soul non vengono più soltanto ascoltati come riferimento, ma diventano materiale da trasformare. Il groove viene isolato da un frammento, ripetuto, manipolato e ricollocato in un contesto diverso. È una rivoluzione produttiva che negli Stati Uniti ha già cambiato il modo di concepire il ritmo e che arriva in Italia attraverso le prime posse, i DJ e poi il rap destinato al grande pubblico.

Quando Jovanotti porta elementi hip hop e funk nelle classifiche con “Non m’annoio” e “Penso positivo”, quel linguaggio entra definitivamente nella cultura popolare italiana. Le basi hanno una forte componente funky e guardano alla musica nera contemporanea, ma il risultato è lontano dal tipo di groove elastico che aveva caratterizzato la stagione precedente. Il fraseggio incalzante di Jovanotti, la velocità delle produzioni e l’energia continua trasformano il funk in una spinta ritmica più che in un dialogo tra strumenti.

Quasi contemporaneamente, la scena dell’hip hop italiano comincia a guardare ai dischi soul, jazz e funk non soltanto come fonte di campioni, ma come scuola ritmica. In questo senso, “Aspettando il sole” di Neffa rappresenta un episodio fondamentale. La sua formazione di batterista, unita alla cultura hip hop e alla conoscenza della musica nera, produce un brano in cui il beat torna ad avere quella qualità di movimento interno, quel senso del tempo rilassato e “tirato indietro” che era stato uno dei tratti distintivi del groove di quella stagione.

È un brano molto diverso dai grandi episodi di groove italiano che lo avevano preceduto: non ha l’urgenza ritmica di “Ma quale idea”, la tensione funk di “Stop Bajon” o la complessità strumentale della stagione del Napolitan Power. Il suo movimento è più lento, quasi sospeso, costruito su un tempo rilassato. Il groove nasce soprattutto dall’interazione tra la base e la voce. La batteria e il campionamento creano un tappeto morbido sul quale il flow di Neffa si appoggia con naturalezza, giocando sui ritardi, sulle pause e sulle accelerazioni interne della frase. È una qualità molto vicina al significato inglese di “organic”: qualcosa che sembra respirare, in cui produzione e interpretazione non sono elementi separati ma parti dello stesso movimento.

È una delle prime volte, dopo molti anni, in cui in una produzione pop italiana torna quella sensazione di groove come equilibrio tra controllo e rilassamento. Non la precisione meccanica della musica programmata degli anni Ottanta, ma nemmeno la fisicità di una band in studio: è una terza via, figlia della cultura hip hop e del campionamento, ma con una sensibilità profondamente musicale. Forse proprio per questo Neffa diventerà, nei decenni successivi, uno dei musicisti italiani più naturalmente associati al concetto di groove. Anche quando abbandonerà il rap per avvicinarsi al pop e alla canzone d’autore, resterà evidente la sua particolare attenzione per il ritmo, per il modo in cui una melodia si appoggia su una base e per quella capacità rara di far sembrare semplici soluzioni ritmiche che in realtà sono frutto di grande consapevolezza.

Uno degli esempi più riusciti è quello di “Prima di andare via”: non c’è più il mondo del rap, il campionamento, la cultura hip hop. Eppure, il principio musicale si muove su coordinate non così lontane. La canzone vive interamente sul movimento del basso, su una linea semplice e insistente che non accompagna soltanto il brano, ma ne determina il carattere. È il basso a dare alla composizione quella sensazione di avanzamento continuo, trasformando una canzone pop in un piccolo esercizio di groove. Anche qui Neffa dimostra una qualità rara nella musica italiana: la capacità di costruire canzoni immediate senza perdere il rapporto fisico con il ritmo. La base ha un’evidente matrice funk e soul, ma non cerca di riprodurre il passato. Il basso, la batteria e gli arrangiamenti costruiscono una superficie morbida sulla quale la voce si muove con quella naturalezza tipica di chi possiede un istinto profondo per il tempo musicale. E poi ci sono le pause, il rapporto tra voce e sezione ritmica, quel senso di equilibrio tra precisione e rilassamento.

Quando si arriva nel nuovo secolo, una cosa sembra certa: è cambiato, probabilmente per sempre, il rapporto con il passato. Dopo la grande stagione in cui il groove italiano aveva trovato una propria identità, mescolando funk americano, jazz, tradizione mediterranea e sensibilità pop, la sensazione è che il nuovo nasca sempre più spesso dalla rilettura di ciò che è già esistito. Invece di costruire un linguaggio completamente originale, molti musicisti iniziano a scavare negli archivi della musica del Novecento, recuperando suoni, estetiche e atmosfere dimenticate.

È una dinamica che caratterizzerà gran parte dei trent’anni successivi: il groove italiano non viene più necessariamente reinventato, ma sempre più spesso riscoperto e ricontestualizzato. Intorno a questi territori nasce anche una nuova idea di coolness: conoscere, e magari citare, il disco raro, il musicista dimenticato, il suono fuori catalogo diventa parte dell’identità stessa dell’artista. La ricerca del passato non è più soltanto una scelta musicale, ma anche un elemento di riconoscibilità.

È una trasformazione particolarmente evidente in un mercato in cui vendere musica diventerà progressivamente più difficile. In un’epoca dominata dalla sovrabbondanza di nuovi contenuti, il richiamo a un immaginario già legittimato dal tempo offre un vantaggio: permette di costruire un’identità immediatamente riconoscibile e di collegarsi a una storia percepita come autentica. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

Quarta puntata 

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