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Italian Groove - gli anni Ottanta, Loredana Berté, Pino Daniele

16.07.2026 Scritto da Andrea Laurenza

Nel 1943 gli americani sbarcano a Napoli portando sigarette, cioccolato e soprattutto una musica diversa, in cui il ritmo conta quanto — se non più — della melodia. Da quel momento prende forma una lunga storia sotterranea di contaminazioni, rifiuti, adattamenti mancati e attrazioni intermittenti verso quel nuovo modo di pensare il tempo musicale.

Per decenni la cultura italiana resta legata alla centralità della melodia, mentre il ritmo entra solo di riflesso, ai margini delle classifiche e nei linguaggi laterali del cinema, della canzone d’autore più sofisticata e delle sperimentazioni più ibride. Ma proprio in questi spazi periferici, negli anni Settanta, con le colonne sonore del cinema di genere e le scene di Napoli, Milano e Roma, il contatto si intensifica fino a produrre una prima vera esplosione.

Da lì in poi la storia procede a onde: passa per le sintesi pop e disco di Alan Sorrenti, attraversa la scrittura urbana e sensuale di Pino Daniele, le contaminazioni funk di Loredana Bertè, e riemerge ciclicamente nelle decadi successive con Pino D’Angiò e Neffa, fino ad arrivare ai giorni nostri con Nu Genea, Marco Castello e Il Mago del Gelato. Qui proviamo a raccontarla, con una playlist di accompagnamento.

 

Gli anni Ottanta e Loredana Bertè

Quando iniziano gli anni Ottanta si respira un po’ di groove nell’aria in Italia e i suoni neri arrivano in classifica in maniera un po’ meno sporadica. Il jazz-rock ha ormai contaminato molti musicisti, il funk è diventato un linguaggio parlato in hit parade, il reggae è esploso anche in Europa. Sono solo pochi anni e questa esperienza non avrà un vero seguito, ma ad ascoltare oggi alcuni di quei pezzi l’intento è chiaro e lodevole: portare dentro la canzone italiana una nuova idea di ritmo.

A Milano continua il sodalizio tra Mario Lavezzi e Loredana Bertè, iniziato a metà degli anni Settanta, e la collaborazione diventa sempre più intensa, con Lavezzi che interrompe per alcuni anni la propria carriera discografica solista per dedicarsi alla cantante calabrese. Se i primi dischi avevano già mostrato un’artista insofferente alle convenzioni del pop italiano, è nel 1980, con “LoredanaBertÈ”, che la ricerca trova una forma compiuta. Lavezzi costruisce intorno alla Bertè un suono che guarda con decisione alla musica afroamericana del periodo e, dopo avere portato in classifica il reggae con “E la luna bussò”, con “In alto mare” consacra una scelta stilistica inconsueta per il panorama italiano, facendo del funk uno degli elementi che definiscono la canzone. E non si tratta della classica cassa in quattro degli ultimi cascami della disco music: è un funk assimilato e metabolizzato, che non si trasforma mai in esercizio di stile, sostenuto dagli arrangiamenti di Tony Mimms e da una scrittura che rimane profondamente pop.

L’ultimo passo, quello decisivo, avviene l’anno successivo. Per incidere “Made in Italy”, Lavezzi decide di registrare agli Electric Lady Studios di New York e coinvolge i Platinum Hook, una formazione americana proveniente dall’area funk e disco. Non è una scelta cosmetica né un’operazione d’immagine: significa piuttosto spostare il baricentro della produzione, lasciando per una volta sullo sfondo il consolidato gruppo di turnisti milanesi che aveva caratterizzato gran parte della musica italiana della seconda metà degli anni Settanta, per affidarsi a musicisti cresciuti direttamente dentro quella cultura musicale.

Come dimostrano “Movie” e ancora di più “Number One”, un’artista italiana mainstream, abituata a frequentare le classifiche, sceglie di costruire il proprio suono lavorando direttamente con una band americana, senza cercare una mediazione “all’italiana”. Il disco mantiene una scrittura melodica riconoscibile, ma il fraseggio della sezione ritmica e il dialogo tra gli strumenti appartengono ormai a un orizzonte internazionale. Poco importa che il primo singolo estratto racconti un’altra storia: dietro quella canzone c’è un album che vende duecentomila copie e che ha una quantità di groove difficilmente riscontrabile nella produzione italiana del periodo.

Il triennio 1979-1981 accoglie la più alta concentrazione di groove che abbia mai frequentato le classifiche italiane, ma all’improvviso, solo un anno dopo, cambia quasi tutto. Il 1982 è un anno di cesura nella storia della musica italiana: il funk pressoché scompare dall’orizzonte, sostituito da una nuova attitudine pop, spesso elettronica e iper-semplificata. La Bertè sceglie, come spesso le è accaduto, una strada diversa: cambia produttore e inizia la collaborazione con Ivano Fossati, con il quale aveva già lavorato occasionalmente in passato. Anche se “Traslocando” continua a essere registrato a New York, il baricentro si sposta verso una forma canzone più narrativa e armonicamente più sofisticata. Il ritmo continua a essere importante, ma smette di essere l’elemento identitario del progetto.

Il Napolitan Power

In studio, a suonare “LoredanaBertÈ” con molti  dei migliori turnisti milanesi — Calloni, Pulga, Cocilovo, D’Autorio, Pascoli — c’è anche un giovane Pino Daniele, alle porte del grande salto che lo proietterà nell’empireo della musica italiana. Napoli sta infatti per riprendersi lo scettro del groove e lo terrà ben stretto per buona parte degli anni Ottanta.

I suoi primi due album sono ancora centrati sulla canzone, con un gruppo che suona come una band di musicisti napoletani cresciuti insieme. La batteria di Agostino Marangolo è ancora profondamente acustica e jazzistica, il basso non è quasi mai “funk” nel senso americano del termine, le chitarre sono asciutte, spesso folk-blues, mentre pianoforte e strumenti acustici conservano un ruolo centrale. L’impressione è quella di dischi registrati quasi “in presa diretta”: molta aria, poca compressione, tanti piccoli rallentamenti e accelerazioni naturali. Rimane fortissima la componente della canzone napoletana, che si intreccia con il blues e con il jazz. È come se Pino Daniele fosse ancora alla ricerca di un punto di equilibrio tra quattro mondi: la canzone napoletana, il blues americano, il jazz e la tradizione melodica italiana.

Dal terzo disco le cose iniziano a cambiare. La band è più o meno la stessa, ma una serie di elementi modifica profondamente il quadro. I musicisti che lo accompagnano hanno ormai alle spalle centinaia di concerti insieme e non sono più semplicemente ottimi turnisti: sono diventati una vera band. In questo processo anche il ruolo di Gigi De Rienzo si consolida definitivamente. Il suo basso porta con sé un drive diverso, più nero. Anche il modo di registrare cambia. Mentre nei primi due album basso e batteria sembrano quasi accompagnare la voce, da “Nero a metà” in poi diventano il motore dei brani più veloci. La sezione ritmica conquista il centro della scena e le percussioni smettono di essere colore per diventare parte integrante del groove.

Nonostante la presenza di numerose ballate, pezzi come “A me me piace ’o blues” e “Musica musica” sono vere e proprie dichiarazioni programmatiche, sostenute dalla pulizia sonora e dalla dinamica offerte dagli Stone Castle Studios di Carimate, dove l’album viene registrato e mixato con Allan Goldberg ingegnere del suono. Non è soltanto un cambio di studio: è un ambiente che permette una qualità tecnica e una definizione della sezione ritmica nettamente superiori rispetto agli esordi. Il basso è più profondo, la batteria ha più punch, ogni strumento occupa uno spazio preciso nel mix. Il risultato è un suono asciutto, aperto e sorprendentemente moderno, che con non aveva ancora trovato posto nelle classifiche italiane e che rimarrà un unicum ancora per molti anni. “Nero a metà” segna il consolidamento della scena campana con un gruppo di musicisti italiani che produce una musica profondamente napoletana usando, con assoluta naturalezza, il vocabolario del blues, del funk, del jazz e della musica mediterranea.

Passa un anno ed esce “Vai mo’”, che parte dalla stessa formula e la porta alla perfezione: il punto in cui il Napolitan Power raggiunge la sua sublimazione. Molto più dell'idea, nata all'inizio degli anni Settanta, di emancipare la musica napoletana dalla cartolina folkloristica. Il dialetto non più il linguaggio della nostalgia, ma quello del blues, del jazz, del funk, della vita urbana. Una rivoluzione culturale prima ancora che musicale.

È il produttore Willy David a suggerire di riunire stabilmente quei musicisti che fino ad allora avevano collaborato in maniera più fluida. Nasce così quella formazione che negli anni sarebbe stata ricordata come il "Supergruppo": Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo, James Senese, Tony Esposito, Joe Amoruso e, naturalmente, Pino Daniele. Sei fuoriclasse nello stesso studio, capaci di rappresentare le diverse anime del Napolitan Power: il jazz e la lezione dei Napoli Centrale, il funk americano, le percussioni africane e mediterranee, il blues e la canzone napoletana. È, di fatto, la più grande sezione ritmica mai riunita stabilmente nella storia della musica pop italiana.

Le registrazioni nascono spesso da un’idea embrionale sviluppata collettivamente attraverso l’interazione tra i musicisti e l’improvvisazione. Il groove è ancora più serrato: la batteria di De Piscopo suona più secca, il basso è quasi sempre in primo piano, le chitarre ritmiche hanno un’impronta più funk, il suono complessivo è ancora più internazionale pur rimanendo profondamente napoletano. Non è un album di canzoni accompagnate da una grande band, ma una grande band che, per un momento irripetibile, coincide perfettamente con il progetto artistico di Pino Daniele.

“Vai mo'” rappresenta anche uno dei vertici assoluti della qualità sonora raggiunta negli studi di Carimate. Lo studio, fondato da Antonio Casetta e diventato uno dei riferimenti della discografia italiana, aveva già ospitato produzioni straordinarie, ma qui sembra verificarsi una particolare convergenza: musicisti nel pieno della maturità, una band ormai stabilizzata, una registrazione estremamente naturale e una dinamica che ancora oggi colpisce per apertura e tridimensionalità. Riascoltate oggi, “Yes, I Know My Way”, “Che te ne fotte” e “Ma che ho” suonano freschissime e attuali, veri classici senza tempo. È l’ultimo momento in cui una grande band italiana riesce a coniugare spontaneità, virtuosismo e una qualità di registrazione eccezionale senza che nessuno di questi elementi finisca per prevalere sugli altri. Negli anni successivi il pop italiano diventerà spesso più sofisticato, talvolta più elegante, ma raramente raggiungerà di nuovo lo stesso senso di naturalezza collettiva.

Anche il disco successivo di Pino Daniele, “Bella 'mbriana”, è diverso. Non necessariamente inferiore, ma orientato verso un’altra idea di perfezione. Gli arrangiamenti diventano più cesellati, le architetture armoniche più sofisticate, la produzione più controllata. L’immediatezza quasi live di “Vai mo'” lascia spazio a un suono più rifinito, in qualche modo più consapevole di sé.

Il successo travolgente di Pino Daniele produce un effetto che va ben oltre la sua carriera personale. È come se, d’improvviso, il grande pubblico riconoscesse la legittimità di un’intera generazione di musicisti cresciuti dentro o ai margini del Napolitan Power. Una scena fino a quel momento percepita come un’élite di straordinari strumentisti e innovatori scopre di poter ambire anche a un successo popolare senza rinnegare la propria identità.

Così James Senese intraprende un percorso solista, Enzo Avitabile trova una cifra originale capace di intrecciare soul, funk e tradizione mediterranea, Tony Esposito porta le percussioni al centro della canzone italiana con hit ultra pop come “Kalimba de Luna” e “Papa Chico”. Ma il risultato più sorprendente nasce dall’incontro tra Pino Daniele e Tullio De Piscopo.

Nel 1983 Pino scrive con lui “Stop Bajon”, ne cura gli arrangiamenti all’interno dell’album “Acqua e viento” e soprattutto contribuisce a trasformare un batterista conosciuto in tutto il mondo per il suo talento dietro i tamburi in un protagonista anche sul piano vocale. Il risultato è un vero capolavoro di contaminazione: un rap ante litteram costruito su un groove di percussioni irresistibile, attraversato da jazz, funk, Mediterraneo e suggestioni afro-latine, registrato con una formazione che comprende musicisti del calibro di Don Cherry, Famadou Don Moye, Joe Amoruso e Rino Zurzolo. In poche parole, una delle vette assolute del groove italiano di tutti i tempi, il cui successo discografico travalica i confini nazionali e si espande in Europa.

La canzone diventa il manifesto di una scena che ha ormai imparato a parlare anche il linguaggio del pop senza perdere complessità. Se Pino Daniele aveva dimostrato che il Napolitan Power poteva conquistare il centro del mercato, “Stop Bajon” certifica che quel patrimonio appartiene ormai a un’intera comunità di artisti. È il momento in cui un movimento musicale nato nella scena napoletana, tra club, studi, concerti e jam session, smette definitivamente di essere una nicchia e diventa cultura popolare. “Stop Bajon” diventa nel tempo una sorta di standard della musica da ballo italiana: una canzone che ogni epoca sembra avere il bisogno di reinterpretare e riscoprire, perché il suo motore ritmico resta intatto e il suo linguaggio continua a sembrare incredibilmente attuale.

La prima puntata è stta pubblicata qui

La seconda puntata è stata pubblicata qui


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