Che gli Iron Maiden siano sinonimo di heavy metal è un assioma valido sin dai tempi del debutto omonimo del 1980 e del successivo "Killers". Due dischi che, con il compianto Paul Di'Anno alla voce, precedevano l'era Bruce Dickinson da cui sarebbero arrivati "The Number Of The Beast" (1982) e i successivi gioielli della decade d'oro: "Piece Of Mind" e "Powerslave", il futuristico "Somewhere In Time" e il più progressivo "Seventh Son Of A Seventh Son". Sulla qualità specifica di questi progetti discografici non troveremo però nulla, in "Burning Ambition", il documentario sulla band in sala in questi giorni - in attesa del concerto di San Siro del 17 giugno, il primo di un gruppo Heavy Metal nello stadio.
Il regista Malcolm Venville mette programmaticamente al centro il viscerale rapporto della band con la comunità globale di fan, anziché la genesi dei singoli brani o le dinamiche di songwriting. Questi analizza inoltre la parabola maideniana attraverso una prospettiva cinematografica a sé stante e non necessariamente in linea coi precedenti e più didascalici documentari legati al quintetto (e poi sestetto) britannico, siano essi "12 Wasted Years" (1987), "The Early Days" (2004) o il noto "Flight 666" (2009).
La Vergine di Ferro fra emozione e contemplazione
In epoca di biopic ultraprodotti e non sempre necessari, "Iron Maiden: Burning Ambition" è un’opera abbastanza atipica, forte di un linguaggio contemplativo e di una fotografia dai toni caldi. La saturazione cromatica evoca le storiche copertine degli album curate da Derek Riggs, e molto interessante si rivela il montaggio, dove preziosi video footage d'epoca si alternano fluidamente a travolgenti momenti live. Tra questi i vecchi filmati del Ruskin Arms, lo show al Rock In Rio del 1985 e l'ampio spazio concesso allo storico tour in Polonia, passaggio epico in cui la band riuscì a portare la propria musica oltre la Cortina di Ferro nonostante il regime oppressivo. La scelta più radicale risiede nelle confessioni dei membri odierni degli Iron Maiden, i quali colorano la narrazione parlando a cuore aperto, ma sempre fuori campo e concedendosi unicamente attraverso le loro voci.
Un espediente che permette di analizzare a fondo il delicato rapporto tra i membri della band e la gestione degli spazi di ognuno all'interno della stessa. Altrettanto interessante è la sfilata sul grande schermo di una straordinaria comunità di sostenitori d'eccezione, tra cui Lars Ulrich (Metallica), Tom Morello (Rage Against the Machine), Gene Simmons (KISS), Scott Ian (Anthrax) e Chuck D (Public Enemy), ma anche l'attore Javier Bardem, che parla del gruppo con trasporto e umiltà affiancato da testimonianze toccanti come quella di una fan libanese la cui vita fu letteralmente salvata dalla scoperta dell'album "Fear Of The Dark". Tale attitudine transnazionale trova una sponda perfetta in uno specifico momento sul palco catturato nel film, in cui Bruce Dickinson si rivolge alla folla facendo notare con la massima apertura che un vero fan degli Iron Maiden lo è a prescindere dalla propria religione o provenienza geografica.Onestà intellettuale: le crepe dietro il mito
Il vero punto di forza di "Burning Ambition" lo si rinviene nell'onestà con cui si scavano gli alti e i bassi del percorso pluridecennale della band: le dolorose dipartite e i successivi ritorni di Adrian Smith e dello stesso Bruce Dickinson (non sono risparmiati i dettagli personali sulla vita del carismatico frontman); il pesante tributo psicologico imposto dalla celebrità (e dai conseguenti, massacranti tour mondiali); la meno fortunata parentesi con Blaze Bayley alla voce (qui scagionato dalle colpe del calo di popolarità commerciale); le frizioni che precedettero la reunion del 1999, nello specifico quelle relative al batterista Nicko McBrain e al risentimento provato per un certo periodo verso Dickinson. Un passaggio che acquista un retrogusto ancora più malinconico se letto alla luce della successiva e storica dipartita dal vivo dello stesso McBrain, costretto, a fine 2024, ad abbandonare la routine concertistica causa problemi di salute derivati da un ictus. Un momento di autentico "cinema verità", che si affianca all'affondo sull'importanza di Paul Di'Anno come membro costitutivo della band, ma anche ad alcuni approfondimenti sulla figura del sottovalutato batterista Clive Burr, colonna portante dei primi tre album.
Il mito di Eddie: dall'ideazione grafica alle animazioni
Particolare risalto viene dato alla leggendaria figura della mascotte Eddie: il film ne esplora l'ideazione iniziale, l'evoluzione onstage e le svariate rappresentazioni sulle copertine dei Maiden. Un'epopea visiva celebrata attraverso innovative animazioni digitali, a tratti particolari, bizzarre e spassose, come quella decisamente ironica che fa da sfondo all'esecuzione dal vivo del brano "Powerslave". La spazializzazione audio permette di isolare nitidamente il leggendario "galoppo" di basso di Steve Harris, e dalle note live di "Revelations", fino alla storica suite "The Rime Of The Ancient Mariner", viene imbastita una narrazione sinestetica di qualità eccelsa.
Pur avvertendo il controllo protettivo del management sul materiale selezionato, un aspetto inevitabile, data la presenza dello storico co-manager Rod Smallwood tra le voci narranti, "Burning Ambition" non risulta essere una pigra operazione nostalgia, sebbene quel sentimento affiori inevitabilmente durante la visione. Semmai, siamo di fronte a un testamento d'amore, da cui appuriamo il fatto che, dopo cinquant'anni di fiera indipendenza dalle radio commerciali, sono ancora i fan il vero motore immobile degli Iron Maiden.
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