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Il viaggio dell'eroe di Marracash è qualcosa in cui credere

27.11.2025 Scritto da Marta Blumi Tripodi

Lo spiega bene Paola Zukar nella prefazione di uno dei volumi più attesi dell’anno, “Qualcosa in cui credere”, pubblicato da Rizzoli Lizard e firmato da Marracash e dal (nostro) giornalista Claudio Cabona: quello della famigerata trilogia – ovvero degli album “Persona”, “Noi, loro, gli altri” e “È finita la pace” – è il viaggio dell’eroe, fatto di rovinose cadute e vertiginose rinascite. Una storia che sarebbe perfetta per un film americano, di quelli sugli underdog che alla fine trionfano sulle avversità; e invece è diventata un libro. Un vero libro musicale, vivaddio, non uno dei tanti memoir da supermercato che si trovano in circolazione negli ultimi anni, tutti buoni sentimenti, aneddoti motivazionali e gossip. Qui si parla di canzoni, di visione artistica, di processo creativo, con una veste grafica da coffee table book di pregio che ne fa apprezzare ancora di più lo sforzo di cura. D’altra parte, dischi come quelli di Marra non meritavano nulla di meno.

Durante la presentazione del libro, martedì scorso, Marracash e Claudio Cabona hanno ripercorso le tappe che hanno portato da un momento di crisi nera alla nascita di tre album che hanno segnato un prima e un dopo nella storia della musica italiana. “Nel 2019 come artista mi davano per morto, e anch’io mi sentivo un po’ così. Ricordo che andavo dallo psicologo e gli dicevo che non sapevo se sarei riuscito a fare un altro album”. Era l’indomani dell’uscita di “Santeria”, il joint album con Gué che aveva consolidato il successo di entrambi, ma qualcosa mancava: “Avevo tralasciato molti aspetti della mia vita. Ero realizzato nel mio lavoro, ma infelice in molti altri” ricorda. “E in momenti di fragilità è facile ritrovarsi a fare cose dannose”. Il riferimento, ovviamente, è alla relazione tossica poi magistralmente descritta in “Crudelia”. La rinascita è partita proprio dalla musica, anche se in salita: “L’incontro con Marz e ricominciare a lavorare su idee che avevo in serbo per una vita intera è stato salvifico” racconta. L’idea in questione è quella di un album “che fosse a mia immagine e somiglianza, un simulacro. L’avatar, Frankenstein, il golem, l’homunculus: da sempre esiste la mitologia dell’uomo che crea un altro uomo, e io volevo renderla al centro un disco. Un giorno ero in studio da Mace e raccontavo il mio concept: a un certo punto Venerus, che era lì con noi, dice ‘Ah, proprio come il film di Bergman, ‘Persona’’: da lì è nato tutto”.

“Persona” rappresenta una svolta, finalmente il pubblico riesce a capire Marracash in tutte le sue sfaccettature. “Prima di allora vedevo che la gente veniva ai miei concerti e faticava a inquadrarmi: ma chi è questo, il tamarro di periferia con i diamanti sui lobi o quello dei pezzi conscious? Invidiavo un po’ Caparezza che aveva un’immagine sempre coerente anche agli occhi dei suoi fan”, riflette. L’intenzione è quella di continuare in quella direzione, ma “forse se non ci fosse stato il Covid ‘Noi, loro, gli altri’ non sarebbe mai esistito” ammette. “Per come vanno normalmente le cose, sarei andato in tour e poi avrei pensato altri progetti”. E invece, il tour viene rimandato di un anno e mezzo per via del lockdown. “All’inizio ho pensato fosse la legge di Murphy, poi io e Marz abbiamo deciso di sfruttare i tempi morti per lavorare su altre canzoni: volevamo fare un disco ancora più nostro”. Inizialmente doveva essere un EP, ma poi la pandemia si è prolungata ed è arrivato ‘Noi, loro, gli altri’, che è ancora il mio preferito della trilogia”. Ancora una volta mette la sua esperienza al servizio della narrazione, ma parlando di cose in cui tutti possono immedesimarsi: “Quando ascolti una canzone che l’interprete non ha vissuto sulla sua pelle, si sente, non ha nessuna forza” osserva. “Se imiti ciò che va di moda e ti adegui a dei cliché puoi funzionare per un po’, ma mai sul lungo periodo. La gente comune ha una percezione quasi animale di ciò che è autentico e ciò che non lo è, non puoi ingannarla”.

“Noi, loro, gli altri” è un album spinoso, in cui il messaggio è potentissimo ma potenzialmente fraintendibile a più livelli, vedi il caso di brani come “Cosplayer”. “Cerco sempre di misurare molto bene le parole, ma stare attenti a ciò che si dice per paura di offendere qualcuno alla fine danneggia tutti, un po’ come il patriarcato paradossalmente danneggia anche tutti gli uomini” riflette Marracash. “La sassaiola è sempre dietro l’angolo e tutti hanno paura di esprimersi. Perfino i ragazzi non postano più, c’è una cringe culture che ormai imperversa”. Ma questo non lo frena dal continuare sulla sua strada e dall’uscire nel 2024 con “È finita la pace”, a suo parere il capitolo più sottovalutato della trilogia per via della sua connotazione sociale. “L’aspetto politico delle canzoni non attecchisce, o diventa una battaglia a squadre che nessuno vuole affrontare” dice. E quello psicologico si appiattisce fino a diventare quasi inconsistente: “I mantra che vanno tanto oggi, come ‘Sii la miglior versione di te stesso’, sono slogan un po’ new age: cosa vuol dire te stesso ai giorni nostri? È importante capire cosa ci fa davvero felici e inseguirlo, e non è detto che debba essere il successo, i soldi, la popolarità. Non sarai mai felice fino in fondo se ambirai a un modello di felicità che non funziona per te”.

Ed è un momento decisamente felice per Marracash, che durante il tour negli stadi della scorsa estate ha messo in scena il conflitto e la riconciliazione tra la persona e il personaggio. “Mi sento serenissimo, quel ricongiungimento tra Fabio e Marra che rappresentavamo sul palco alla fine c’è stato” sorride. Per il suo imminente tour nei palazzetti “voglio godermi il viaggio, cantare le mie canzoni, parlare con la gente senza pensare alla sceneggiatura serratissima del concerto che deve andare avanti. Sarà una festa per chiudere questo periodo” dice. La sua trilogia ha lasciato un’eredità importante, in primis per se stesso: “Mi è servita tantissimo, è stata una terapia, anche se molto pubblica, per come si è svolta” ride. “Spero che aiuti e ispiri anche gli altri: non voglio essere avanguardista o fare roba che resta elitaria, ma comunicare a tutti”. Da qui in poi, si pensa al futuro. “C’è stato un periodo in cui mi chiedevo al servizio di chi fosse la mia spada, per chi dovevo combattere” ricorda. “Quando ero piccolo c’era un grande senso di appartenenza al nostro ceto sociale: i ricchi li disprezzavamo, oggi i ragazzi di periferia vogliono imitarli”. Un cambio di paradigma che inizialmente lo ha messo un po’ in crisi. “Ma poi ho capito che già impegnarsi ed essere coerente è un gesto potentissimo. Non puoi cambiare la società, se nella tua vita personale non fai le cose che predichi nei post sui social. Se tutti ci impegnassimo a fare nel nostro piccolo ciò che è meglio, sarebbe già un atto politico”.

(Articolo originale su Rockol.it)

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