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Il talento fuori dal tempo di Celeste

29.11.2025 Scritto da Paolo Panzeri

Quasi cinque anni fa Celeste Epiphany Waite, con l'album d'esordio "Not your muse", aveva sbaragliato la classifica di vendita inglese, oltre ad aggiudicarsi una lunga teoria di premi, compresa una nomination all'Oscar nella sezione riservata alla migliore canzone ("Hear my voice") inclusa nel film 'Il processo ai Chicago 7' del regista Aaron Sorkin, regalando ai sudditi di sua Maestà rinnovato orgoglio e una voce degna di essere accolta alla corte di stelle quali Amy Winehouse e Adele. Dopo tali premesse le aspettative per la sua seconda prova naturalmente erano altissime. Alle difficoltà insite nella pubblicazione del 'difficile secondo album' nel caso di "Woman of Faces", questo il titolo del disco, a complicare ulteriormente la questione si sono aggiunte vicende personali - leggi la fine di una relazione – e professionali – vedi alla voce pesanti dissapori con l'etichetta discografica e con il produttore Jeff Bhasker a causa di una differente visione artistica.

Sincerità e talento

Comunque sia, la prima canzone in scaletta, "On With The Show", è un pugno al basso ventre, la voce di Celeste, accompagnata dal solo pianoforte, disorientata e consapevole al medesimo tempo, lascia davvero senza fiato mentre canta la desolazione di una persona stordita e sola che deve suo malgrado andare avanti. Una partenza col quasi botto che si insinua con naturalezza nella seguente "Keep Smiling", brano sul perdono verso l'altro ma anche verso se stessi. La cupa inquietudine delle prime due canzoni si dissolve un poco nella title track che fa leva sugli archi per librarsi in alto con tanto di acuto finale che profuma di un altro periodo musicale. Il tormento d'amore è di casa in "Happening Again", mentre "Time Will Tell" spicca per essere una delle canzoni di più semplice ascolto dell'album. Un album in cui Celeste guarda alle atmosfere musicali del passato, rimanendo in bilico tra soul e (soprattutto) jazz, per esaltare le proprie indubbie capacità vocali. "People Always Change" e "Sometimes" riflettono sulla propria condizione concedendosi di utilizzare il dubbio quale metro di valutazione. "Could Be Machine" è un capitolo a sè differenziandosi totalmente dal tono generale dell'album, regalando una estemporanea e dissonante scossa rock in un disco che ha scelto di essere scarno e trattenuto per veicolare con maggiore forza il potere delle parole. Il gran finale riserva l'ascolto di "This Is Who I Am", questo è ciò che sono, che rimanda (omaggia?) ed è all'altezza delle migliori sigle dei film di James Bond, siamo dalle parti di Shirley Bassey e ne godiamo.

Talento e sincerità

Celeste con "Woman of Faces" pubblica un album a sua completa immagine e somiglianza, le cui fondamenta affondano nell'esperienza personale, senza farsi sconti, senza avere il timore di mostrarsi nelle proprie debolezze. Riversando su disco una sorta di seduta terapeutica dove la cantautrice inglese (con padre giamaicano) non esita a svelarsi in ogni sua fragilità e difficoltà – come richiede una seduta terapeutica - legando la riconquista della stabilità e della serenità alla purezza della sua arte. "Woman of Faces" probabilmente non presenta il pop d'autore che bramava l'etichetta discografica, e probabilmente non è un lavoro riuscito al 100%, ma la disarmante sincerità di Celeste (e il suo talento cristallino) colma ogni eventuale imperfezione e porta la sua musica fuori dal tempo.

(Articolo originale su Rockol.it)

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