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Il più grande promoter italiano di sempre? Massimo D’Alema

07.08.2026 Scritto da Andrea Laurenza

Il contesto

Nell’estate del 1976 Massimo D’Alema ha ventisette anni ed è segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana che sta attraversando una fase delicata: dopo essere stata, negli anni Sessanta, una delle più grandi organizzazioni giovanili politiche d’Europa, con centinaia di migliaia di iscritti, la FGCI si trova a fare i conti con una trasformazione profonda della società italiana e con una generazione che sembra sfuggire ai suoi tradizionali strumenti di mobilitazione.

Il 20 giugno il Partito Comunista Italiano non ha superato la DC, ma ha ottenuto il risultato elettorale più importante della sua storia repubblicana, sfiorando il 35 per cento dei consensi, vivendo quella che per molti appare come la vigilia di una possibile svolta politica. Il partito di Berlinguer è forte nelle fabbriche, nelle città, nelle amministrazioni locali, nelle organizzazioni di massa, con una struttura militante capace di attraversare in profondità la società. Proprio mentre il PCI raggiunge il punto più alto della propria influenza, una parte importante del mondo giovanile con cui aveva costruito un rapporto storico comincia ad allontanarsi. La generazione cresciuta dopo il Sessantotto è ancora fedele alla sua idea di trasformazione della società, ma ha cambiato il modo di immaginarla e i mezzi ipotizzati per raggiungerla. Non si fa più politica appartenendo a un’organizzazione, vivendo la sezione o partecipando alla riunione di partito; la politica passa attraverso nuovi luoghi e nuovi linguaggi, dalle assemblee universitarie ai collettivi, dalle radio libere ai festival musicali, dalle esperienze comunitarie alla ricerca di forme di vita alternative.

Per la FGCI la questione è quindi decisiva: come avvicinare una generazione che non vuole semplicemente essere rappresentata, ma chiede di partecipare direttamente alla costruzione della propria cultura? La risposta arriva attraverso lo strumento che più di ogni altro riesce, in quegli anni, a unire persone molto diverse: la musica. Nasce così il primo Festival Nazionale dei Giovani della FGCI, organizzato a Ravenna dal 24 luglio al 1° agosto 1976.

Ravenna appartiene a quella geografia dell’Italia comunista nella quale il partito è da decenni radicato profondamente, ma allo stesso tempo è una città sufficientemente aperta e vicina al mondo del turismo e della cultura giovanile. Per una settimana l’Ippodromo Darsena diventa il centro di una grande esperienza collettiva: un luogo nel quale concerti, dibattiti, cinema, incontri politici e momenti di socialità provano a convivere dentro la stessa cornice.

Il paesaggio è quello delle grandi manifestazioni giovanili degli anni Settanta. Migliaia di ragazzi arrivano da tutta Italia con zaini, sacchi a pelo, tende e strumenti musicali. Il campeggio allestito a Lido Adriano diventa una piccola città temporanea, abitata da giovani comunisti, militanti della sinistra extraparlamentare, studenti, sottoproletari e diseredati soprattutto dal sud Italia, appassionati di musica, e semplici curiosi attratti da un programma che appare immediatamente fuori dal comune

La line-up

Ed è proprio il programma musicale il primo elemento che colpisce ancora oggi. Se esistesse una classifica dei festival musicali più ambiziosi mai organizzati in Italia, quello di Ravenna occuperebbe probabilmente il primo posto, perché difficilmente un'organizzazione, politica o non, è riuscita a costruire un cartellone tanto ricco e rappresentativo di un'intera stagione culturale.

Sul palco arrivano molti degli artisti più importanti della musica italiana degli anni Settanta: Lucio Dalla, Francesco Guccini, Enzo Jannacci, Rino Gaetano, Edoardo Bennato, Gino Paoli, Angelo Branduardi, Claudio Lolli, Eugenio Finardi, la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, gli Area, Napoli Centrale, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Claudio Rocchi, Toni Esposito, Giorgio Gaslini. Accanto a loro, due figure straordinarie del jazz internazionale come Don Cherry e Cecil Taylor, mentre la serata conclusiva prevede Joan Baez, la voce simbolo della stagione della protesta americana che in Italia promette di funzionare ancora.

È un programma che racconta quasi per intero la complessità della musica italiana di quel momento. Ci sono tanti cantautori a rappresentare il rapporto più profondo fra canzone e cultura politica e Ravenna sorprende molti di loro nell'istante esatto in cui stanno per diventare ciò che oggi ricordiamo. Lucio Dalla è a un passo dalla sua versione a colori, quella di “Come è profondo il mare”, l'album con cui, nel 1977, sceglierà per la prima volta di scrivere personalmente tutti i testi e inaugurerà la stagione più alta della sua produzione. Edoardo Bennato meno di un anno dopo pubblicherà “Burattino senza fili”, il disco che lo trasformerà in un fenomeno nazionale.

C’è anche Eugenio Finardi, forse il musicista che meglio rappresenta il presente di Ravenna, uno dei pochi punti di raccordo con il festival del Parco Lambro del mese prima. “Sugo” è uscito da poco e “Musica ribelle” comincia a circolare come una parola d'ordine generazionale, insieme al desiderio di avvicinare la musica italiana alle sonorità internazionali, mantenendo un rapporto diretto con la realtà urbana e generazionale del Paese.

Claudio Lolli arriva invece a Ravenna nel momento in cui ha appena consegnato alla storia il suo capolavoro. “Ho visto anche degli zingari felici”, pubblicato soltanto pochi mesi prima, è il racconto poetico e politico di una generazione determinata a tenere intrecciate la dimensione personale e quella collettiva, tra la strage dell'Italicus, Piazza Maggiore a Bologna, le ingiustizie sociali e la militanza.

Non mancano le grandi formazioni del progressive rock, con la Premiata Forneria Marconi e il Banco del Mutuo Soccorso a rappresentarne gli esempi di maggior successo, mentre gli Area incarnano il lato più sperimentale e radicale, unendo sperimentazione artistica e impegno politico.

Le assenze di rilievo sono davvero pochissime. Tra queste, spicca quella di Francesco De Gregori, il cantautore che più di ogni altro incarna il rapporto fra la nuova canzone d'autore e la sinistra giovanile, reduce dall'umiliazione del "processo" al Palalido di Milano e dall'episodio di Licola, dove l'anno precedente ha abbandonato il palco prima dei lanci di scarpe riempite di sabbia e altri oggetti destinati ad Alan Sorrenti. Ha scelto di ritirarsi temporaneamente dalle scene e passa le giornate dietro il bancone della libreria di un'amica a Santa Maria in Trastevere, distante da un mondo che lo giudica non abbastanza di sinistra e gli chiede conto della sua autenticità. Antonello Venditti è chiuso negli studi de Il Mulino, impegnato a completare “Ullàlla”. Fabrizio De André ha appena concluso il suo primo vero tour, un'esperienza affrontata con la consueta riluttanza verso i concerti e che non gli lascia alcun desiderio di tornare su un palco, tanto meno in un grande festival collettivo, anche se inizialmente dichiara la sua disponibilità a partecipare a un dibattito sul rapporto tra artista e pubblico.

Cionondimeno, Massimo D’Alema realizza qualcosa di sorprendente: un giovane dirigente politico riesce a mettere insieme quello che potrebbe essere considerato il cartellone più importante della musica italiana degli anni Settanta.

Il festival

Ravenna arriva dopo anni nei quali la sinistra alternativa ha costruito un modello diverso di aggregazione giovanile, soprattutto attraverso i festival organizzati dalla rivista Re Nudo. Il Festival del Proletariato Giovanile - soprattutto quando tra il 1974 e il 1976, approda al Parco Lambro di Milano - rappresenta il tentativo più radicale di creare uno spazio nel quale politica, musica e vita quotidiana possano fondersi senza la mediazione delle organizzazioni tradizionali. Un luogo di libertà, sperimentazione e partecipazione, in cui la generazione del Sessantotto immagina una politica diversa, meno verticale e più spontanea. Ma nel giugno del 1976 l’utopia mostra tutte le sue contraddizioni. La folla enorme, la difficoltà di gestione, le tensioni interne, i servizi insufficienti, le contestazioni sui prezzi, le polemiche sul servizio d’ordine di Lotta Continua e la crisi del rapporto fra pubblico e organizzatori trasformano il festival in una rappresentazione esemplare delle difficoltà del movimento a costruire una forma stabile di convivenza.

Anche musicalmente qualcosa è cambiato. Se nelle prime edizioni avevano trovato spazio molti degli artisti più vicini alla sinistra culturale italiana, nella rassegna del 1976 il rapporto fra movimento e grandi nomi della musica sembra interrompersi. Sono presenti artisti più vicini come Area e Finardi, ma molti altri che avevano accompagnato la stagione fino a quel momento non fanno parte della rassegna in quanto ritenuti in una posizione troppo vicina alla sinistra istituzionale.

Ravenna nasce anche come risposta a quella esperienza. La FGCI prova a dimostrare che il partito può parlare alla nuova cultura giovanile senza rinunciare alla propria capacità organizzativa: è il tentativo di costruire una grande manifestazione giovanile dentro una struttura politica organizzata che in Italia conta 150.000 iscritti con il meglio della musica che l’Italia può esprimere, complessa e d’autore ma anche capace di entrare in classifica. Lo dice anche lo slogan con cui la manifestazione viene pubblicizzata sulle pagine de L’Unità: “Perché… la libertà non è un festival”.

Il problema è che molti dei giovani arrivati a Ravenna si sentono qualcosa di più di partecipanti a un evento organizzato per loro, pretendono un ruolo nella sua costruzione, nella definizione dei suoi aspetti pratici e logistici. La prima contestazione riguarda il costo. Il biglietto d’ingresso costa 700 lire per serata, il campeggio 500 lire e i maccheroni 200 lire. Per gli organizzatori sono prezzi politici, sostenibili, necessari per coprire i costi. Una parte del Movimento pensa invece che a una festa per i giovani, organizzata da un'organizzazione comunista, non si debba pagare e la discussione sui prezzi diventa una discussione sul significato stesso della festa. Del resto, l'autoriduzione è ormai uno degli strumenti politici del Movimento: stabilire collettivamente quale sia il prezzo giusto significa mettere in discussione l'autorità stessa di chi quel prezzo lo ha deciso.

Accanto al campeggio ufficiale nasce un contro-campeggio, frequentato da gruppi che contestano apertamente l’impostazione del festival parlando di un “lager” fatto di controlli, filo spinato e torre di avvistamento. I dieci chilometri fra Lido Adriano e il centro della manifestazione diventano una distanza simbolica: da una parte il partito che prova a organizzare un grande spazio collettivo, dall’altra una generazione che vede proprio nell’organizzazione una forma di controllo.

Passano i giorni e la tensione cresce. Da Umbria Jazz e dal Festival di Pescara arrivano esponenti di Lotta Continua, gruppi dell’Autonomia Operaia e dell’area più radicale del Movimento. Ravenna, per qualche giorno, concentra tutte le contraddizioni della sinistra italiana: un festival organizzato dal partito più forte della storia comunista occidentale per una generazione fatta anche di ragazzi che usano i nomi di Kocis e Satana e considera proprio quel partito ormai parte integrante del sistema che intende contestare.

Il 28 luglio arriva l’episodio che cambia il volto del festival. Durante un controllo della polizia all'esterno dell'area della manifestazione nasce un conflitto. Un giovane viene fermato e, nella concitazione del momento, vengono esplosi alcuni colpi d'arma da fuoco che colpiscono due ragazzi. Pochi minuti e si diffonde la voce che un ragazzo è morto. La reazione è immediata: il corteo raggiunge il centro di Ravenna e una giornata che doveva essere dedicata alla musica e al confronto politico diventa teatro di scontri con le forze dell'ordine. Vetrine infrante, espropri proletari, autobus incendiati, guerriglia urbana segnano la città e la trascinano improvvisamente dentro una storia nazionale. Ravenna, fino a quel momento lontana dalle tensioni delle grandi metropoli, diventa per alcuni giorni un laboratorio delle contraddizioni che attraversano la sinistra italiana: le stesse che esploderanno meno di un anno dopo, nel 1977, aprendo una stagione di violenze e instabilità politica.

Per il PCI quello che accade è un vero e proprio tentativo di sabotaggio del festival da parte di Autonomia Operaia e della sinistra extraparlamentare, ulteriore segnale di una radicalizzazione che non riconosce più il ruolo storico del movimento operaio e della sinistra organizzata. Per una parte dei giovani contestatori è invece la conferma che anche il più grande partito comunista occidentale è ormai diventato un elemento dell'ordine costituito.

Fino a quel momento - con l’eccezione de L’Unità, che segue la manifestazione con continuità - Ravenna è rimasta ai margini del racconto dei grandi quotidiani, impegnati con il nuovo governo Andreotti monocolore DC nato con l’astensione del PCI, la nube di diossina di Seveso e il quarto posto di Pietro Mennea nei 200 metri alle Olimpiadi di Montréal. Quando il festival entra finalmente nelle cronache nazionali, non è per la musica, per il cartellone straordinario o per gli artisti presenti, ma per il conflitto che lo attraversa. Le letture si dividono tra le testate più vicine agli ambienti governativi che parlano dei consueti “teppisti” e “freak”, e quelle, soprattutto nell’area della sinistra radicale, che raccontano gli scontri come l’ennesimo episodio di repressione ai danni dei giovani e degli sfruttati.

Il Festival non si ferma. La FGCI decide di andare avanti e il momento conclusivo vede il comizio di Massimo D'Alema e Giancarlo Pajetta davanti a migliaia di persone, ma il clima creatosi dopo gli scontri rende impossibile il concerto conclusivo di Joan Baez.

L’eredità

Mentre intorno ai festival di Re Nudo si è costruita negli anni una vera e propria mitologia — libri, documentari, fotografie iconiche, testimonianze, ristampe, ricostruzioni storiche — Ravenna sembra essere sprofondata in una sorta di buco nero della memoria. Di quella settimana straordinaria rimangono pochissime tracce. Non esiste una ricostruzione dei concerti, le setlist sono andate perdute, non circolano registrazioni audio degne di questo nome e, per un festival che mette insieme alcuni dei più grandi musicisti italiani del decennio, il silenzio archivistico è quasi sconcertante. Fa eccezione soltanto qualche frammento della Premiata Forneria Marconi, sopravvissuto in un bootleg comparso molti anni dopo, insieme a “Cronaca di un Festival”, il documentario realizzato da Ugo Antonelli e Paolo Belletti, un film che sembra condividere il destino della manifestazione che racconta: esiste, ma per vederlo bisogna cercarlo con ostinazione.

È difficile non vedere, in questa rimozione collettiva, qualcosa che va oltre la semplice casualità archivistica. La memoria culturale conserva con maggiore naturalezza gli eventi che nascono ai margini, che sfidano il potere, che possono essere raccontati come esperienze di rottura. Ravenna, invece, nasce dentro una grande organizzazione politica, è "organica" — per usare una parola che allora ricorreva continuamente — al più potente partito della sinistra occidentale. Troppo ambigua per entrare nella storia ufficiale del PCI, troppo legata al PCI per essere adottata dalla mitologia del Movimento. Così finisce per occupare uno spazio incerto, sospeso fra due memorie che non la rivendicano davvero, lasciando che uno dei cartelloni musicali più straordinari degli anni Settanta sopravviva quasi soltanto nei ricordi di chi c'era.

Alla fine dei conti, Ravenna 1976 fotografa la fase storica nella quale la sinistra italiana raggiunge il massimo della propria forza istituzionale proprio mentre perde progressivamente la capacità di parlare a una parte della propria base giovanile. La musica riesce a fare per pochi giorni, prima e dopo i disordini, quello che per la politica è diventato impossibile: mettere insieme mondi diversi, almeno per qualche ora, sotto lo stesso palco. Ma il festival mostra che quel terreno comune sta scomparendo.

Sia quel che sia, per una settimana Massimo D’Alema diventa davvero il più grande (e, soprattutto, improbabile) promoter musicale italiano, capace di riunire a Ravenna alcune delle voci più importanti di una stagione irripetibile.

L’estate del 1976 è l’ultima estate prima del 1977.


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