C’è uno sketch piuttosto noto del “Saturday Night Live” che racconta bene le dinamiche capaci di prodursi attorno ai Weezer. Una festa di Natale che degenera in uno scontro sulla loro produzione musicale, con Matt Damon e Leslie Jones a incarnare le posizioni che da diverso tempo a questa parte si confrontano intorno alla formazione californiana. C’è chi considera “Pinkerton” del lontano 1996 l’ultimo grande album di Rivers Cuomo e soci e chi invece continua a pensare che ci sia ancora ben altro da offrire.
L'istinto e la violenza
Una sorta di discussione senza soluzione che ormai accompagna la band di Los Angeles uscita dopo uscita. Con il nuovo, ennesimo, eponimo “Weezer”, questa volta caratterizzato da una cover color oro, però, la risposta sembra essere stata accantonata in favore della propria storia e di un ritorno a un metodo “classico”. Tutti nella stessa stanza, per costruire canzoni suonandole insieme, anziché assemblandole a tavolino.
Così, durante la lavorazione del disco, Kenneth Blume - il produttore altrimenti noto come Kenny Beats - ha raccontato di aver voluto realizzare l’album del gruppo “più violento di sempre”. Nessuna svolta estrema o sterzate in territori speed metal perché l’impeto ricercato è stato tutto nel modo di registrare, con pochissimi interventi di editing e i quattro chiamati a suonare, ascoltare e reagire l’uno con l’altro. La stessa ricerca di immediatezza si ritrova anche nella volontà di preservare l’umanità dell’esecuzione attraverso sfumature, dinamiche e qualche piccola imperfezione che definiscono in pieno il carattere dei dieci brani del disco.
A rafforzare ulteriormente la filosofia del “Gold Album” c’è anche un richiamo ai Kyuss, non tanto per le suggestioni desert rock quanto per la ricerca di un suono più saturo e roccioso. Un’influenza più di timbri che di stile per garantire un approccio maggiormente istintivo, bilanciato in parte dall’intervento di Klas Åhlund - già alla corte dei Ghost -, che ha invece preservato quella meticolosa attenzione ai dettagli che da sempre caratterizza le uscite della formazione statunitense.Il peso di essere Weezer
Anche il processo creativo della fase “oro” racconta di un cambiamento significativo. Il batterista Patrick Wilson ha infatti firmato il singolo “Shine again” ed è tornato a collaborare attivamente con Cuomo come non accadeva da anni, contribuendo a spostare il baricentro creativo verso una dimensione più condivisa. Dopo un lungo periodo in cui il frontman aveva rappresentato il motore compositivo pressoché unico dei Weezer, il nuovo album offre l’immagine di una band che torna davvero a funzionare come un collettivo, distribuendo in modo più equilibrato idee, arrangiamenti e responsabilità. Persino il lancio del brano sembra aver seguito la stessa logica, diffuso su chiavette usb disseminate qua e là ai concerti, premiando il gusto della scoperta e il desiderio della condivisione, oltre che a un rapporto diretto con il proprio pubblico.
Ma è anche il contenuto dei brani a mostrare come il “Gold Album” porti con sé vecchie e nuove dosi di weezeritudine. In “Don’t make it weird” ci si ripropone di non essere, al solito, impacciati e strani, mentre in “We might as well be strangers”, realizzata con la partecipazione dei Wednesday, il canto a due voci con Karly Hartzman offre un’ironia agrodolce e una certa sfumatura malinconica.
Ancora, in “C.E.O.” arrivano le riflessioni sul paradosso di essere artista e custode di un brand di successo, più forte dei singoli membri che lo compongono. Il brano porta un nuovo livello di autoreferenzialità, dialogando apertamente sulla tessitura di “The sweater song”, che nel 1994 contribuì a lanciare la band, con un testo che non ammette troppi giri di parole: “Vorrei poter fare qualcosa di nuovo / ma nessuno vuole ascoltarlo / vogliono solo i classici”.Una cruda maledizione che ogni nuova uscita porta con sé, ma anche una malcelata maturità che invita a osservare le grandi e piccole pressioni della vita adulta con maggiore lucidità. Così, anche “Say yes” in apertura, testimonia questa nuova consapevolezza. Dietro la sua immediatezza, c’è l’invito ad accettare incertezze e imperfezioni nel proprio percorso di crescita. Accanto alle riflessioni sul presente non manca, in ultimo, uno sguardo alla propria storia. “The L.A. Sound”, con il suo registro un po’ nostalgico, infatti, riavvolge il nastro recuperando ricordi e immagini dei primi concerti, per evocare anni di formazione e fare finalmente pace con il proprio passato anziché tentare di replicarlo meccanicamente.
L'età dell'oro
Perciò, l’ennesimo album omonimo questa volta chiude davvero un cerchio. Dopo oltre tre decenni non è più il colore a raccontare una nuova fase della carriera dei Weezer, ma è il suo nome stesso a evocare un immaginario ben definito, tra malinconia mascherata da sorrisi e un equilibrio sottile di leggerezza pop ed esuberanza rock.
Probabilmente è in questo modo che il nuovo “Weezer” aggiunge una nuova sfumatura alla tavolozza della band. Smettere definitivamente di inseguire i fasti del loro periodo d’oro (appunto) per riscoprire in ultimo il piacere di continuare a stupirsi nel fare musica insieme. E forse, il valore del “Gold Album” è di saper convivere finalmente con la propria storia senza continuare a inseguirla.
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