1971 Colosseum - Bolero
Sebbene siano oggi forse un po’ dimenticati, rispetto ad altri gruppi, i Colosseum hanno invece svolto un ruolo fondamentale nella storia della musica: si deve infatti anche a loro se alla fine degli anni ’60 il jazz rock è stato in qualche modo sdoganato e accettato anche commercialmente in Inghilterra. Nascono, nell’anno-simbolo 1968, dall’unione di un manipolo di talentuosi musicisti, che difatti in seguito confluiranno tutti in diverse altre importanti band: il batterista John Hiseman, il sassofonista Dick Heckstall-Smith, il bassista Tony Reeves, il tastierista Dave Greenslade e il chitarrista James Litherland.
Con qualche piccolo cambio di formazione i Colosseum pubblicheranno solo tre album, più uno esclusivamente per il mercato statunitense, come vedremo, e la loro vicenda artistica si svolgerà tutta tra il 1969 e il 1971, anche se nel 1975 Hiseman formerà i Colosseum II, e a metà degli anni ’90 si avrà anche una reunion della band con la stessa formazione di quando si erano sciolti nel 1971.
La musica del gruppo è un mix di vari stili: jazz, rock, blues, progressive, ricca di assoli e di interazioni tra gli strumenti, in un’ottica certamente più jazz che rock. Dopo l’uscita nel 1969 del loro secondo album, il capolavoro “Valentyne Suite”, l’etichetta americana del gruppo, la Dunhill Records, per imperscrutabili motivi fa una di quelle operazioni commerciali francamente difficili da comprendere: in pratica pubblica, per Stati Uniti e Canada, un album con la stessa copertina, ma virata sul blu-verde, di “Valentyne Suite”, ma con un diverso titolo, “The Grass is Greener”, con una diversa scaletta e alcune canzoni che non erano presenti nell’originale, e addirittura con alcuni musicisti diversi (infatti dopo il secondo album David “Clem” Clempson era subentrato a Litherland). Insomma un vero pasticcio, un disco “compilato” dall’etichetta discografica e non dal gruppo, che però ci dà modo di scoprire la versione dei Colosseum del celebre "Bolero" di Ravel, brano che non era infatti presente nella “versione inglese” del disco.
L’adattamento della band è notevolmente più veloce dell’originale, ed è ovviamente una perfetta vetrina per tutti i solisti del gruppo, essendo stato proprio concepito da Ravel in funzione dei diversi colori dell’orchestra. Dopo un inizio in cui l’organo e i fiati presentano a turno il notissimo tema, la new entry Clempson mostra subito di cosa è capace lanciandosi in un lungo assolo di chitarra, sorretto da una bella linea di basso e dalla batteria che inizia a trasformare il ritmo originale da marcia verso il rock, con Hiseman che picchia con forza sui tamburi rendendo l’atmosfera del brano progressivamente sempre più parossistica e frenetica.
Solo verso la fine torna il tema, il ritmo si placa e torna a quello iniziale e il sassofono di Heckstall-Smith conduce il brano alla sua conclusione. Probabilmente una delle migliori riletture “rock” (ma con molto jazz) della celebre composizione di Ravel, che riesce a staccarsi dalla monotonia (voluta dall’autore stesso) dell’originale, regalando cinque minuti e mezzo di grande musica.
Questa scheda è tratta dal libro “Rock Me Amadeus. Il lato pop della classica, il cuore classico del rock. Quando il Classico incontra il Pop, il Rock e la Disco” di Davide Pezzi (Youcanprint, 252 pagine, euro 19,50, acquistabile qui) per gentile concessione dell’autore.
Cosa succede quando Mozart, Bach o Beethoven scendono dal podio della grande musica e si ritrovano tra chitarre elettriche, sintetizzatori e luci da discoteca? “Rock Me Amadeus” esplora l’affascinante (e a volte sorprendente) universo delle riletture pop, rock e disco di celebri brani classici. Il libro offre un viaggio che è allo stesso tempo storico e curioso, attraversando decenni di esperimenti, contaminazioni e rivisitazioni. Non mancano pagine dedicate alle versioni meno riuscite — testimonianze di un’epoca e di un gusto — che aiutano a comprendere ancora meglio la forza inesauribile della musica classica come fonte di ispirazione.
Con uno stile accessibile e documentato, l’autore guida il lettore tra aneddoti, dischi, musicisti e arrangiamenti, mostrando come il dialogo tra mondi musicali apparentemente lontani possa generare nuove forme di creatività, tra genio e (talvolta) ingenua goffaggine.