Oggi sono cinque anni senza Charlie Watts. Incastrato da molti nella retorica dell'imperturbabile gentiluomo inglese o della "roccia silenziosa", in contrasto con l'appariscenza eccentrica dei suoi compagni di band, lo storico batterista dei Rolling Stones merita molto più di una lettura stereotipata. Dietro al suo piccolo, essenziale kit Gretsch, Watts ha usato il rock and roll come un "cavallo di Troia" per introdurvi la sensibilità e il respiro del jazz, il suo primo grande amore.
Un jazzista nato nel posto sbagliato
Prima di consacrare le bacchette al servizio del diavolo, alla Sympathy for the Devil, quel giovane grafico pubblicitario con la passione per il disegno e la sartoria su misura adorava il jazz di Charlie Parker. Il ponte inaspettato tra i club per puristi del bebop e l'arena del rock fu il nascente movimento del British blues. All'inizio degli anni Sessanta, Watts divenne infatti il batterista della Blues Incorporated di Alexis Korner, la culla del rhythm and blues londinese. Fu in quell'incubatore che, pur rimanendo fedele al suo tocco felpato, dovette misurarsi per la prima volta con le strutture ruvide e ripetitive del blues elettrico di Chicago. Imparò a tradurre il groove di Muddy Waters e Howlin' Wolf attraverso il filtro della sua estrazione jazzistica, suonando nei fumosi locali di Soho come l'Ealing Club e il Marquee.
E fu proprio quel sottobosco blues incrociò le traiettorie di Mick Jagger, Keith Richards e Brian Jones. Quando i Rolling Stones lo corteggiarono incessantemente per averlo a bordo, tra il 1962 e il 1963, Watts accettò di lasciare la rassicurante Blues Incorporated non per una fulminazione sulla via del rock and roll, ma più pragmaticamente perché i giovani Stones gli garantivano qualche sterlina in più e un paio di ingaggi settimanali fissi.
Quando si ritrovò catapultato nel vortice della nascente British invasion, la sua batteria non suonò mai come quella di un picchiatore rock convenzionale. Mentre i suoi coetanei spingevano sui volumi, pestavano con la frustrazione della gioventù e cercavano la quadratura millimetrica della cassa in quarti, Watts continuò ad applicare al blues elettrico la delicatezza, la dinamica e il tocco sfumato di un batterista da club notturno. Non si è propriamente piegato al rock: ha costretto il rock a imparare il jazz, con la sua insospettabile, caratteristica nonchalance.
L'eleganza della sottrazione
In un panorama dominato dalla frenesia del virtuosismo, dagli assoli interminabili, dai tamburi giganti e dalla potenza dei giganti del rock anni Settanta, la grandezza di Watts si è manifestata attraverso una radicale, quasi ascetica economia dei gesti. La sua batteria era essenziale (il kit Gretsch di cui sopra), ridotta all'osso, privata di qualsiasi orpello. Niente rullate pirotecniche, niente velocità fine a sé stessa.
Ogni colpo era ponderato. Sapeva perfettamente quando fare un passo indietro, quando lasciare che il silenzio parlasse più delle percussioni, guidando le transizioni dei brani con la discrezione del grande regista che sposta l'inquadratura senza che lo spettatore lo noti. Come ogni batterista jazz che si rispetti, non concepiva il proprio strumento come una gabbia inamovibile cui gli altri solisti devono obbedire, ma piuttosto come una voce che dialoga in tempo reale con gli strumenti armonici. Questa specifica forma mentis ha portato Watts a compiere una scelta del tutto controintuitiva per i canoni del genere: non ha mai preteso di guidare la band (come accadeva per esempio con Keith Moon), ma ha scelto di seguire la chitarra ritmica di Keith Richards. Il tempo non era imposto, ma costantemente negoziato tra rullante e Telecaster, generando quel senso di urgenza che faceva sembrare ogni loro esibizione sul punto di deragliare da un momento all'altro, senza che questo accadesse mai.
Negli ultimi decenni, mentre i Rolling Stones si trasformavano in una corazzata planetaria capace di riempire gli stadi di tutto il mondo con produzioni faraoniche, Watts è rimasto l'ancora con la realtà. Indifferente ai riflettori, sempre insofferente alla prospettiva di dover affrontare tournée oceaniche ma implacabile non appena si sedeva sullo sgabello, era il baricentro del gruppo. Non esiste documento visivo migliore per comprendere l'essenza di Charlie Watts di Shine a Light di Martin Scorsese, il film concerto girato al Beacon Theatre di New York nell'autunno del 2006 e distribuito nel 2008. Basta recuperare la celebre sequenza di Jumpin' Jack Flash: mentre Jagger satura il proscenio con la consueta, irresistibile frenesia, la macchina da presa si sofferma sull'imperturbabilità del batterista e ne cattura perfettamente lo spirito. Nel mezzo dell'uragano elettrico, Watts governa il tempo con la calma olimpica di chi sta semplicemente stendendo i colori su una tela, con la bacchetta sinistra rigorosamente appoggiata nell'incavo tra pollice e indice.
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