In oltre quarant’anni di attività, Ermanno Labianca è passato dalla radiofonia alla televisione, attraversando la discografia e la critica musicale. Ha recentemente firmato contributi per l’Enciclopedia Treccani Musica. Da Stoccolma 2016 a Vienna 2026 ha seguito, come autore, dieci Eurovision e “Shine a light”, l’edizione senza gara in cui, causa pandemia, Diodato cantò “Fai rumore” nell’Arena di Verona senza pubblico. Per Rockol ha scritto questo racconto/riflessione sui luoghi della musica, a partire annche dall’esperienza dell’ultimo Eurovision, di cui è stato autore delle telecronache italiane per la RAI
Ho scovato, divorato e digerito qualsiasi ambito della musica internazionale, dal folk al rhythm’n’blues, dal rock al soul. Sono entrato in ogni tempio, piccolo e grande di quelle musiche: il CBGB’s e il Bottom Line a New York prima che diventassero un ricordo, due di questi. Lì, nella Big Apple, ho visto Luther Allison sbattere fuori dalla porta del Lone Star Café un amplificatore che aveva preso fuoco, e al Ritz ho visto Ron Wood e Keith Richards presentarsi a sorpresa sul palco di Chuck Berry (quest’ultimo ho contribuito poi pesantemente a farlo arrivare sul palco del Primo Maggio nei primi anni Duemila, trasferimento bancario dell’ingaggio compreso). E poi l’Ole Man River’s fuori New Orleans, raggiunto in autostop sul pianale di un furgone Ford scassato all’inseguimento del taciturno J.J. Cale, il Roxy a Los Angeles, il Mocambo a Toronto, dove Jonathan Richman mi colpì per il perfetto italiano che parlava. E il Grand Ole Opry a Nashville, ed anche il Marquee a Londra, per vedere gli ancora sconosciuti Dire Straits. Sempre all’inseguimento di musiche, musicisti e storie, per impazzire di gioia ogni volta.Non cambierei nulla di quanto fatto, ci mancherebbe. Ma ho vissuto una dicotomia incurabile, che quindi persiste. Con un mangianastri legato al manubrio della bicicletta me ne andavo in giro a dieci anni ascoltando Abbey Road ma se mi fermavo davanti a un juke-box selezionavo Battisti, Flora Fauna e Cemento, Mia Martini con “Minuetto” e le canzoni del Festival di Sanremo. Qualche anno dopo, forse per via del successo planetario degli Abba reduci dall’Eurofestival in terra inglese (vinto con Waterloo), impattai in “Save your kisses from me” dei Brotherhood of Man, che un po’ al quartetto svedese si rifacevano. Erano inglesi e freschi di primo posto nella competizione europea della canzone. Avevano gareggiato in Svezia proprio perché Agnetha e compagni si erano aggiudicati il primo posto l’anno precedente. Funziona così, ormai è di dominio pubblico: chi vince porta la manifestazione nel proprio paese. Per merito dei Mäneskin, reduci dalla vittoria al Festival di Sanremo, Torino e l’Italia tutta, Rai compresa, ottennero la possibilità di fare un figurone mondiale organizzando nel 2022 tre serate televisive – con Mika, Laura Pausini e Alessandro Cattelan - che resteranno negli annali e di cui il mondo dell’Eurovision (che da un bel po’ si chiama così, una parola sola) ancora parla, dispensando complimenti veri.
Sanremo abbracciato all’Eurovision non è una storia recente. Nel 1955, nel Salone delle feste del Casinò di Sanremo, dove si teneva il Festival della Canzone Italiana, sedevano in platea i rappresentanti dei diversi servizi pubblici europei. Con l’allora direttore della Rai Sergio Pugliese ebbero l’idea del concorso da estendere all’Europa. La riunione di EBU (European Broadcasting Union, la principale alleanza mondiale delle emittenti di servizio pubblico) dove venne sancito l’inizio dell’Eurovision Song Contest, si tenne qualche tempo dopo in Italia, a Roma. Vogliamo essere ostinatamente più precisi? Accadde a Trastevere, nel palazzo Corsini alla Lungara, abitato secoli prima da Cristina, la Regina di Svezia, svedese dunque come gli Abba che seguirono e che dell’Eurofestival nella sua più classica accezione sono l’immagine.
Una certa dedizione, molta perseveranza e un pizzico di fortuna mi hanno portato a diventare autore di due Festival (quelli di Claudio Baglioni, “dittatore” artistico) e dal 2016 delle anteprime nonché delle telecronache dell’Eurovision così come arriva nelle case degli italiani. Entrambe le manifestazioni raccolgono critiche ed elogi, come quasi tutti gli spettacoli che incrociano l’attenzione di milioni di telespettatori. Se ne sentono tante e tanti sono i motivi, per chi ha vissuto e vive quelle serate del di dentro, per difendere ciò che viene portato in scena. L’Eurovision non è più solo un fatto musicale, uno spettacolo passato da esibizioni decisamente folkloristiche e discutibili a un impasto di tecnologia, messa in scena e produzione musicale nonché televisiva eccellenti. Le singole proposte potranno non piacere a tutti, la ridondanza è di casa ma si tratta di un luogo libero, dove ci si imbatte nella bulgara Dara e nel ritmo ossessivo e vincente della sua “Bangaranga” ma anche nel Fado di Salvador Sobral che nel 2017 toccò elegantemente il cielo con “Amar pelos dois”. Quei due testi parlano di amore e forza interiore.
Tutto può succedere in quelle arene poliglotte, anche che come quest’anno alcuni paesi si ritirino in segno di protesta per la partecipazione di Israele. Più gli organizzatori hanno insistito nel tenere fuori la politica, più la politica si è presa giustamente il suo spazio. L’orrore e il dolore della guerra hanno animato grandi canzoni nella storia della musica (da “Masters of war” di Dylan a “Zombie” dei Cranberries), ed anche all’Eurovision (“1944” di Jamala, che vinse nel 2016 parlando della deportazione dei tatari di Crimea).
L’Eurovision Song Contest mi ha portato in un paio di lustri in città dove difficilmente tornerò (Kiev, Tel Aviv), in altre che conoscevo bene (Stoccolma) e in tanti luoghi dove ho avuto il piacere di osservare culture diverse e musiche distanti dai miei ascolti quotidiani. Soprattutto, mi ha consentito di godere di un microcosmo fatto di libertà e rispetto, un’abitudine che andrebbe tradotta in tante lingue.
“Una canzone può portarti lontano” cantava in “The Road” Jackson Browne, uno che di rispetto e uguaglianza ha raccontato per tutta la vita. Ringrazio le tante canzoni, belle e anche brutte, che mi tengono ancora su questa strada.
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