In Italia il documentario musicale è spesso diventato, negli ultimi anni, uno strumento di marketing di scarsissima qualità. Racconti costruiti, autocelebrazione, autocommiserazione, profondità quasi assente. Spesso perché, banalmente, quella storia forse non meritava davvero di essere raccontata. “King Marracash”, il docufilm di Pippo Mezzapesa, che arriverà al cinema il 25, 26 e 27 maggio, un progetto sulla carta non semplice da realizzare, invece fa centro perché è materia viva. Materia viva innanzitutto perché, come raccontato dallo stesso regista, il progetto è cambiato in corsa, si è trasformato rispetto all’idea iniziale di oltre un anno fa, adattandosi alle strade intraprese dall'artista.
Perché Marracash è uno che non segue binari. Non segue storie già scritte, è uno scultore del proprio destino. E infatti il documentario è dedicato proprio “a chi non si arrende a una storia già scritta e la riscrive”. In “King Marracash” non esistono copioni nel senso canonico del termine, non ci sono lunghe e classiche interviste da “seduti”, talking heads che dicono poco o nulla, ma emergono interventi ponderati che fanno pingpong con vecchie o nuove immagini, girate in questo ultimo anno di cambiamenti e successi per il rapper. È un documentario da un’ora e quarantacinque minuti che scorre con estrema naturalezza grazie al lavoro di Mezzapesa e alla sceneggiatura firmata insieme ad Antonella W. Gaeta, Chiara Battistini e Shadi Cioffi. Un lavoro che riesce a rendere il racconto profondo senza rinunciare all’ironia, a momenti divertenti e soprattutto a tanta vita vera. Ci sono alcune sequenze che restano addosso. Tra le più interessanti c’è quella in cui Marracash attraversa in macchina la Barona ricordando l’infanzia, la famiglia trasferitasi dal Sud a Milano, la prima casa, gli amici, l'amore per la lettura e la musica, l’importanza e il senso di appartenenza verso quel quartiere.
Il momento più bello del documentario è il viaggio a Nicosia, in Sicilia, dove tra l’altro riaprirà un cinema, dopo anni, che proietterà questo lavoro. Le scene a tavola con la famiglia restituiscono una felicità quasi indescrivibile, perché autentica. Una felicità che solo una telecamera attenta, ma mai invasiva, riesce a cogliere davvero. In quei momenti sembra quasi di stare dentro il miglior cinema di Mario Monicelli o Dino Risi: le difficoltà, gli affetti che resistono, un’italianità non macchiettistica, ma popolare e profonda. Il rapporto con la famiglia è centrale. Marracash ammette anche di essersi un po' "vergognato", da ragazzo, delle origini umili dei genitori, del dialetto, dei tanti lavori che hanno dovuto fare, senza però far mai mancare nulla a lui e al fratello. Vederlo parlare con loro, confidarsi, lasciarsi andare dentro una dimensione familiare così ampia e vera, rende tutto estremamente umano.
In quelle scene non vince Marracash. Vince Fabio. Ed è lui stesso a spiegarlo molto bene nel documentario: sul palco esiste Marracash, quasi come fosse un supereroe. Nella vita vera invece c’è Fabio, che deve fare i conti con le fragilità, con i vuoti, con le dipendenze dai sonniferi, con la fatica di restare lucidi quando finiscono gli applausi e si spengono le luci. Ai momenti intimi di unione familiare si alternano quelli giganteschi del tour negli stadi, del concerto di San Siro, fino al Marra Block Party. Migliaia di persone che lo osannano. Poi però arriva la notte, arriva il silenzio, e resta un uomo che prova ad addormentarsi prendendo sonniferi per reggere il ritmo della propria vita, per tenere a bada l’ansia e una mente che non smette mai di scalciare. Anche qui il documentario evita completamente la trappola dell’autocommiserazione. Il suo è un racconto diretto, verace, senza filtri.
Nel doc trovano spazio figure fondamentali del suo percorso, tra queste c’è la manager Paola Zukar. Belle le scene notturne in una casa sui colli piacentini, tra partite a Tekken, conversazioni sul lavoro e riflessioni sul futuro. Da angolazioni diverse, Fabio e Paola inseguono la stessa cosa: lasciare un segno nel presente. Dal punto di vista contenutistico il doc aggiunge poco o nulla a ciò che il rapper ha già raccontato in questi anni, ma ha la capacità di condensarlo e di renderlo visivamente efficace. Ci sono momenti storici della carriera, la Dogo Gang, la trilogia dei dischi che gli ha cambiato la vita, l’amore, il rapporto con Elodie e anche gli indizi sul Marracash che verrà: un ritorno a un “old Marra” che vuole riappropriarsi del valore della musica anche come gioco. Il tutto passando per il Block Party, vissuto come un gesto di restituzione verso il quartiere e verso le proprie radici. Perché se è vero che Marracash ha ottenuto tantissimo, è altrettanto vero che non ha mai smesso di guardare da dove arriva, "dalla periferia di tutto". E forse è proprio questo ciò che rende “King Marracash” qualcosa di diverso dalla maggior parte dei documentari musicali italiani: non costruisce forzatamente un mito, ma lo osserva a un palmo di distanza.
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