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Il cibo si fa musica: l’estetica delle copertine

31.01.2026 Scritto da Franco Zanetti

"Vino/Vinile" è un viaggio attraverso un banchetto visivo, il significato, il simbolismo e l'impatto culturale di alimenti e bevande immortalati sulle copertine di album più e meno celebri”: dalla provocatoria banana sbucciabile di Andy Warhol per i Velvet Underground al goloso surrealismo di “Let it Bleed” dei Rolling Stones, dagli spaghetti dei Guns N’ Roses alla pentola di serpenti di “Cook” della PFM sino alla passione per la birra dei Tankard, Vino/Vinile”, il libro di Luca Fassina, osserva l'influenza del cibo e delle bevande nell'immaginario musicale e illustra come abbiano contribuito a plasmare la percezione degli album e degli artisti stessi.

A Luca Fassina, autore di questo e altri libri (“Spaghetti. Le rockstar a tavola: dagli AC/DC a Zucchero” è stato recensito qui) ho chiesto di scegliere alcuni brani tratti da “Vini/Vinili”. Ecco la sua selezione.

 

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La banana più famosa della storia delle copertine dei dischi è sicuramente quella di Andy Warhol. Nel 1966 vide suonare la rock band sperimentale dei Velvet Underground, trovando nella loro ricerca musicale un’affinità con quello che voleva esprimere con la sua arte. Mise loro a disposizione la Factory come sala prove, presentandoli alla cantante tedesca Nico. Progettò per il debutto con la Verve Records The Velvet Underground & Nico (1967) una banana ricoperta da una buccia adesiva rimovibile che, seguendo il consiglio della scritta “Peel slowly and see”, rivelava un interno di colore rosa. Era un perfetto equilibrio tra il minimalismo del singolo oggetto con pochi colori e il massimalismo del suo significato. Brian Eno nel 1982 disse: «Lou Reed mi ha confessato che il primo disco dei Velvet Underground ha venduto solo 30.000 copie nei primi cinque anni. Penso che sia stato così importante per così tante persone che chiunque abbia comprato una di quelle copie deve aver fondato una band!»

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La jam o confettura, è una conserva ottenuta dalla cottura della frutta con zucchero. A differenza della marmellata, che è specifica per gli agrumi, la confettura può essere fatta con qualsiasi tipo di frutta. In musica è abbreviazione di jam session, una performance informale, spesso improvvisata, in cui musicisti suonano senza uno spartito predefinito. Così, la band giapponese di fusion-jazz Casiopea ha deciso di chiamare il proprio album Mint Jams (1982), giocando sui termini che suggeriscono una “jam session in condizioni ottimali”, con un’illustrazione del designer della Alfa Records, Masao Hiruma.

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C’è una storia divertente sull’album Better that Raw degli Helloween, uscito nel 1998. La copertina rappresenta una strega intenta a rimescolare una zuppa di zucche: come molte delle idee demenziali della band, anche questa è nata nel loro bar preferito, il Backstage di Amburgo, quando parlando di Puffi, Gargamella e cibo, sono arrivati a concordare che tutti i odiassero il sapore delle zucche. Da lì, la chiamata al nuovo illustratore Rainer Laws: «Per essere onesto, non mi piacevano le loro copertine precedenti che ritenevo “vecchie” e statiche. Inoltre, disegnare copertine non era il mio lavoro, mi occupavo di pubblicità, così ho pensato di rifiutare, ma loro hanno insistito, quindi ho fatto un bozzetto: sapevo di non voler usare colori a olio, ma qualcosa di decisamente più horror, così ho optato uno stile fumettistico, più nelle mie corde. Ho creato quella strega sexy e trasformato le zucche in una sorta di goblin che vengono cucinati perché… sono meglio che crudi».

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They Can't All Be Zingers (2006) è un best of di brani tratti dai singoli degli alt metaller statunitensi Primus, confezionato come una busta di fette di formaggio per toast, progettato da Zoltron, street artist californiano schivo quanto Banksy e presente in una gran quantità di musei, che ha lavorato per numerosi artisti (dai Soundgarden alle Pussy Riot sino ai Devo), e realizzata assieme a Reuben Rude: «Una delle cose di cui vado più fiero è l’idea del packaging di questo disco, perché per sentirlo devi praticamente distruggere la copertina. Dentro è tutto giallo, solo formaggio. Ho pensato che fosse una grande idea, mai vista prima. E vent’anni dopo, le copie ancora sigillate devono valere un sacco!»

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Se i Primus vanno pazzi per il formaggio, c’è chi è ancora più fissato per la birra. Germania, 1982, a Francoforte nascono i Tankard (in italiano: boccale di birra), band appartenente ai Big 4 del thrash metal tedesco assieme a Kreator, Destruction e Sodom. Definiscono il loro stile “metal alcolico” e da subito costruiscono un forte legame con i fan a suon di birre post-concerto. Curiosamente, l’alcool appare nelle loro copertine solo dal terzo disco The Morning After (1988) che mostra con abbondanza di particolari l’hangover per opera dell’illustratore Sebastian Krüger: vediamo la camera di un metallaro che evidentemente ha fatto festa tra avanzi di cibo, dischi, forse una donna (c’è una scarpa col tacco abbandonata) e sicuramente tanta, tanta birra.

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Se musicalmente In Through the Out Door (1979) non è tra i primi dischi che vengono in mente pensando ai Led Zeppelin, la copertina progettata da Storm Thorgerson e Aubrey Powell della Hipgnosis (che venne nominata per un Grammy come Best Album Package nel 1980 perdendo a causa di Breakfast in America dei Supertramp) è un piccolo capolavoro: rappresenta un uomo in un bar che brucia una lettera, ma a renderlo unico è il fatto che sia stato pubblicato con dodici diverse immagini (una per il fronte e l’altra per il retro di ognuno dei sei dischi pubblicati) che mostrano la stessa scena, ma dal punto di vista di ciascun avventore che osserva l'uomo.

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Gigi Cavalli Cocchi è un disegnatore autodidatta dotato di un talento naturale, si era persino iscritto allo IED di Milano prima di venir folgorato nel 1973 dai Genesis del tour di Foxtrot, quando le sue priorità cambiarono e iniziò a suonare la batteria. «Era il 1989, Luciano Ligabue sapeva che mi occupavo anche di grafica e ci mettemmo a parlare: a lui piaceva l’idea di trasmettere qualcosa di più del suo messaggio e mi chiese di trovare immagini da affiancare ai testi ai quali aveva aggiunto frasi e pensieri correlati. Fu con quel portfolio – e con le registrazioni professionali fatte allo Psycho Studios con Claudio Dentes – che l’allora tour manager Claudio Maioli raggiunse, grazie a Pierangelo Bertoli, Angelo Carrara, che li portò al contratto con la Warner; furono loro a scegliere le mie illustrazioni come sottotrama per i testi per la copertina dell’esordio Ligabue. Fu una novità, perché allora si usavano solo foto degli artisti».

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Anche Mina ha ceduto al fascino della citazione: Baby Gate (1974) è un disco chiamato così dal nome d’arte che la cantante ha assunto all’inizio della sua carriera. Per condurre un’indagine di mercato ‘dal vivo’ Giulio Libano - musicista, arrangiatore e all’epoca consulente musicale – fa uscire contemporaneamente un secondo disco chiamato Mina, in attesa di capire quale delle due incarnazioni avrebbe avuto maggior successo di pubblico. Le copertine hanno immagini simili: nella prima, la cantante ha una inconfondibile bottiglietta – sulla quale è stato scritto “gazzosa”, forse per evitare problemi legali – e un bicchiere da martini, nella seconda un più prosaico panino col salame. I due artwork sono stati curati da Mauro Balletti, fotografo di fiducia di Mina che ha riproposto il neorealismo utilizzando tecniche artistiche e digitali.

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Parlando di marketing, gli Who hanno avuto un’idea geniale per il loro The Who Sell Out (1967): è un concept album nel quale ironizzano sul fatto di essersi “venduti” alla cultura consumistica dell’epoca; pensato come trasmissione radiofonica pirata, con i pezzi intervallati da finte pubblicità, mostra in copertina un gigantesco deodorante Odorono e una mega scatola di fagioli della Heinz (cui è dedicato anche un pezzo). Cinquant’anni dopo, hanno collaborato con la famosa multinazionale per raccogliere fondi da devolvere in beneficenza. Dato che avevano appena realizzato una pubblicità per la Coca Cola, Pete Townshend ha pensato bene di fare una proposta all’azienda per inserire pubblicità vera tra una canzone e l’altra. Intrigati dall’idea, i manager della Coca Cola hanno chiesto quante copie pensassero di vendere. Gonfiando le quantità a una misura che ritenne rispettosa, sparò un «centomila». Gli appesero il telefono in faccia.


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