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Il "caso" De Gregori: un intervento di Niccolò Agliardi

03.06.2026 Scritto da Franco Zanetti

La risposta di Francesco De Gregori alla domanda di un giornalista, a proposito degli artisti che prendono esplicitamente posizioni politiche e le proclamano dal palco, ha fatto molto discutere, nei giorni scorsi, e (come purtroppo capita troppo spesso) è stata riferita dalla stampa in maniera semplificata e incompleta. Sono seguiti numerosi interventi, molti di firme e testate giornalistiche autorevoli. Anche alcune persone del mondo della canzone italiana hanno voluto commentare (o sono state richieste di farlo) le dichiarazioni del cantautore romano, e vorrei essere certo che prima di farlo abbiano ascoltato con attenzione le parole pronunciate da De Gregori (cosa della quale dubito, in questi tempi di reazioni, magari via social, spesso poco ponderate).

Ho ricevuto da Niccolò Agliardi una sua riflessione – che personalmente sento di condividere – su quanto Francesco De Gregori ha detto giorni fa. Ve la propongo volentieri, preceduta dal video che certifica inequivocabilmente le parole pronunciate da De Gregori (dal minuto 33).

Mi sembra che così si possa considerare chiusa la discussione. Ma chiedo cortesemente a chi vorrà commentare questo articolo di farlo solo dopo che avrà preso visione del video, almeno per distinguersi dai moltissimi – giornalisti, personaggi di qualche notorietà, artisti o sedicenti tali - che hanno commentato la vicenda senza averne una corretta conoscenza. (fz)

 

I BAMBINI NON HANNO BISOGNO DI SPRINGSTEEN 

De Gregori, il silenzio come posizione, e quella canzone del 1989 che spiega tutto

Francesco De Gregori ha deciso di non dirci cosa pensare. In cambio, da cinquant'anni, ci offre canzoni. Se non ci basta, il problema non è suo.

Ha usato alla conferenza stampa di Milano una parola che pochi sembrano aver ascoltato con attenzione. Ha detto che prova “imbarazzo”.  Non disaccordo, e nemmeno fastidio; imbarazzo per quando un uomo di spettacolo si schiera in modo netto e apodittico su questioni internazionali. Quello che si prova quando qualcuno fa una cosa che non sta facendo a te, ma che ti riguarda lo stesso. Poi ha citato Whitman: "contengo moltitudini" per spiegare che il suo non è pensiero totalitario. Ha chiesto, con quella sua ironia obliqua che taglia sottovoce, che titoli abbia un uomo di spettacolo per dare lezioni.

E il web ha risposto come sa fare: male.

Tradimento. Complicità per omissione. Qualcuno ha sfoderato persino la parola "ignavo" con tanto di hashtag #Dante.

Enzo Iacchetti, Eros Ramazzotti, e qualche altro risentito, orfani di un capogruppo obbligato a infondere certezze, ci restano male e allora dicono che le sue stesse canzoni dimostrano il contrario; che De Gregori "predica bene e razzola male". E c'è chi, in modo ancora più sottile e disonesto, usa la sua posizione per agganciarsi al momento, per fare, "instant marketing sull'umido della fama altrui." alludendo a Springsteen e al suo amato Dylan.

Vorrei provare a fare una cosa diversa. Io, partigiano e devoto al mio Principe da quella volta in cui a 16 anni persi la verginità con “Rimmel” in sottofondo, provo a dargli torto senza insultarlo.

È che mentre lo faccio, scopro che non aveva torto affatto.

“Mira Mare 19.4.89” esce nell'aprile di trentasei anni fa. È l'undicesimo album di De Gregori, e la traccia che lo apre si intitola “Bambini venite parvulos”. Il titolo è un pastiche maccheronico del versetto evangelico "sinite parvulos venire ad me", lasciate che i bambini vengano a me, svuotato di grazia e riempito di veleno.

Lo ha spiegato lui stesso, con quella precisione chirurgica che a volte concede: "È una canzone sull'abbassamento progressivo dell'età media dei killer e delle vittime nel mondo di oggi, e sul fatto che tutti e due portano spesso la stessa marca di scarpe."

È, in ogni senso possibile, una canzone politica. Anzi: è una canzone di denuncia feroce, senza attenuanti. Ci sono il trasformismo ("i professori dell'altro ieri stanno affrettandosi a cambiare altare”), la connivenza ("qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua claque”), il populismo predatorio "si avvicina sorridendo l'arrotino col suo know-how, venuto a vendere perline e a regalare crack”. E poi i bambini usati, consumati, sacrificati: "vale un occhio il vostro cuore, mille dollari i vostri occhi, i vostri occhi senza dolore”.

È una delle canzoni più politicamente precise che la musica italiana abbia prodotto negli ultimi cinquant'anni. Ed è firmata da un uomo che, trentasei anni dopo, dice di non voler fare proclami.

Quindi: si contraddice? Razzola male?

No. Fa esattamente quello che ha sempre detto di fare.

C'è una differenza abissale tra prendere posizione in un'opera e salire su un palco per dire al proprio pubblico cosa pensare. La prima è letteratura, o musica, o arte: costruisce una domanda, agita la coscienza, lascia uno spazio vuoto che il lettore o l'ascoltatore deve riempire da solo. La seconda è propaganda anche quando serve una causa giusta, anche quando viene da un posto sincero.

De Gregori, in quello splendido mosaico di ingiustizie e brutture che è “Bambini venite parvulos”, ti piazza davanti ai bambini nel nero del mare, ti scaglia davanti a un arrotino sorridente che porta crack, ti sporca col sangue che sgorga sotto al sole e ti molla lì, da solo con quella immagine che puzza di ferro e dolore. Ma non ti dice chi votare, chi applaudire e chi odiare. Sei tu che devi fare i conti con quello che senti. Sei tu che devi decidere cosa farne.

Sì, questo è proprio il contrario di ciò che fa chi sale sul palco e grida che Trump è un imbecille. o “Palestina libera" prima dell’ultimo bis.

Quella è la scorciatoia emotiva di chi vuole il plauso senza il rischio, non c’entra nulla con l’impegno civile. È parlare a chi è già convinto, sopra ad un palco dove tutti, lì sotto, ti applaudirebbero comunque.

Ero presente alla conferenza stampa dell’altro giorno a Milano e posso garantirvi che De Gregori non ha detto che i bambini di Gaza non esistono. Non ha detto che le loro morti non contano. Ha abbassato lo sguardo, ha appoggiato le mani sulle sue ginocchia ossute e ha confessato confusione in un mondo di presunte certezze, sbandierate. A me è sembrato uno degli atti di onestà intellettuale più rari degli ultimi anni. Ha detto che i mille dollari degli occhi dei bambini, lui, li ha già messi in musica. Da trentasei anni quegli occhi "senza dolore" girano l’Italia suonati dal vivo, nelle cuffie delle persone, nei dormitori e nelle macchine e nelle cucine.

Chi ha una canzone come quella nel proprio repertorio, e sceglie di non aggiungere altro, è tutt’altro che un ignavo. È semmai qualcuno che ha già fatto la sua parte, e che ha abbastanza rispetto per il proprio lavoro e per il proprio pubblico da non ridurlo a volantinaggio.

C'è poi una questione di forma, che in (certe) canzoni è anche una questione di sostanza.

Certe canzoni durano. I proclami no. “Bambini venite parvulos” nel 1989 descriveva l'Italia di Tangentopoli che stava per esplodere, i populismi che stavano per nascere, la generazione che stava per essere sacrificata sull'altare del disincanto. Oggi, ascoltata con Gaza in testa e con Trump che mescola demenza a idiozie geopolitiche, dice le stesse cose. Anzi, ne dice di più, perché il tempo le ha stratificate.

I nostri tweet indignati saranno bit di passaggio, minuzie digitali trascurabili, note d'archivio al massimo.

Pixel a piè di pagina in un saggio sul conformismo degli anni Venti.

O forse nemmeno quello.

La differenza tra arte e militanza non è di valore morale. È di durata. È di profondità. È nel fatto che una canzone scritta bene può cambiare il modo in cui una persona vede il mondo per trent'anni, mentre uno slogan, anche il più giusto, esaurisce la sua funzione nel momento in cui viene pronunciato.

Confesso: per me De Gregori è qualcosa di più di un argomento di dibattito culturale. È la voce che mio padre, tanti anni fa, inconsapevolmente, durante un viaggio in macchina mi ha messo dentro per sempre.

Quella voce non mi ha mai detto cosa pensare. Mi ha insegnato come guardare. Mi ha fatto compagnia, mi ha fatto diventare l’adulto che speravo di essere. E questa, è la forma più alta di impegno che un artista possa permettersi: non dire al mondo dove stare, ma dargli gli occhi per vederlo.

Niccolò Agliardi


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