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Il caso Cobain: indagine su un suicidio sospetto

12.07.2026 Scritto da Redazione Rockol

Seattle, aprile 1994. Kurt Cobain viene trovato morto, il fucile ancora tra le dita.

Prima che l’indagine sia chiusa, la polizia parla di suicidio: ci sono l’arma, un biglietto, persino un precedente tentativo.

Eppure quasi subito circolano dubbi e voci di omicidio. Epìsch Porzioni, scrittore musicale e voce di Radio Popolare, ha indagato per anni sull’universo del leader dei Nirvana: indizi trascurati, calligrafie sospette, impronte mancanti, testimonianze ambigue, mezze ammissioni. E poi lei, la vedova più controversa della storia del rock: Courtney Love.

Il libro di Episch Porzioni, “Il caso Cobain: indagine su un suicidio sospetto” (400 pagine, 19 euro) esce per Il Castello Editore; per gentile concessione ne pubblichiamo un estratto.

 

GRUNGE, o la percezione di flanella

Ricordo con estrema precisione come andò. Era un periodo buio per chiunque ascoltasse musica chitarrosa. Eravamo in piena barbarie Bon Jovi, quello che cantava di vivere di preghiere e si faceva come un cocco. MTV, quando mandava un video di un gruppo rock, ti sparava i Poison in faccia e alla fine ti ritrovavi con l’eyeliner e la lacca tra i capelli volente o nolente. Certo, ti potevi tranquillamente rifugiare sui nascenti lidi Death Metal e trovare anche gruppi di pregio – qualcuno ha detto Carcass? Ho sentito dire Pan-Thy-Monium? – ma non è che a tutti piaccia quella soglia di rumore. E chi più chi meno, ci dividevamo così. Non parlo dei giovani punk e dei ragazzi dell’Hardcore, i primi in ritardo incolpevole di quindici anni e i secondi di dieci anni buoni. In ogni caso non erano così numerosi come gli piace ricordare.

Ricordo Mark Harris che incontrandomi esultava garrulo: “Hai sentito i Winger? Easy come easy go! Ho anche preso l’ultimo dei Warrant!”. I temi di questa roba giravano sempre inevitabilmente intorno allo stessoleitmotiv: la cara vecchia passera. In tutte le salse. Passera in salsa piccante? Singolo con ritornello orecchiabile il cui sottotesto era dammela dammela dammela. Passera in salsa rosa? Ballatona come secondo o terzo singolo obbligatorio, con tanto di sdolcinato assolo acustico. Dammela sarà amore. A volte anche con la A maiuscola.

Ricordo il buon vecchio Virus che mi passava gli Impetigo e i Meat Shits su una cassetta: “Questi spaccano. Marci”. E qui coi testi si esplorava l’allegro mondo della patologia splatter, budella contro un ventilatore. Anche nelle varianti porno grind e satanic war metal. Personalmente mi sentivo come l’ultimo singolo degli Aerosmith suonato dai DarkThrone. Non male, ma dà un po’ alla testa alla lunga.

E poi, dal nulla sbuca quel video, quel riff, quel ritornello incredibile: si voltano tutti. Hello hello, how low? Hello hello, how low? Cazzo, questa roba sì che è buona. E nel giro di una settimana ce l’avevano in tanti e lo conoscevano tutti. Sì, anche Virus. Lui ha comprato l’album intero. John Random che lo compra insieme all’ultimo degli Agnostic Front, dal suo negozietto specializzato in 45 giri di fanatici straight edge. Persino le signorine, sia quelle di fatto che quelle sempliciotte che si ingoiano l’ultimo di Ramazzotti neanche fosse caviale.

Finalmente una canzone rock che non parlava delle solite tre cose. Di cosa parli poi il testo di “Smells Like Teen Spirit”, è ancora bene da definire, ma tant’è...

Non era una questione di vestirsi come dei ritardati di Seattle, anche se c’è sempre chi si beve ogni moda e quando sei un pivello in fondo il cattivo gusto te lo puoi permettere. Sì, dietro a quel riff si è mossa subito ogni industria possibile e immaginabile. Vero, nessuno ti obbliga ad acquistare il pacchetto completo, anche se vorrebbero con tutte le loro forze infantili. L’album “Nevermind” vende così tanto da eclissare “Dangerous” di Michael Jackson. Come diavolo è stato possibile? Strategia di marketing azzeccata? Spinta mediatica? Ipnosi di massa?

Magari si tratta solo dell’ultima “canzone di una generazione” che ci ha regalato il rock. Perché canzoni carine ce ne sono un tot, e non poche. Canzoni memorabili ce ne sono pochine, ma non così poche. Quando canzoni memorabili ne hai ascoltate tante da non ricordartele più tutte, che fai? È il segno di qualcosa?

Ma le canzoni che segnano una generazione di giovani arrivano solo una per volta. E Kurt Cobain ha scritto l’ultima. Che questo significhi che siamo pressappoco all’ultima generazione? Direi che è il momento che produciate un po’ qualcosa oltre che consumare, pivelli. Siamo in trepidante attesa, e le arti tutte pure.

Poi si diffonde il grunge e i tanti gruppi, alcuni anche buoni, che sono stati lanciati seguendo la scia di “Nevermind”. Non sono mai stato un fan accanito dei Nirvana in senso letterale, ma so ancora tutto quell’album a memoria. Ricordo a malapena la voce di mio nonno, ma quel disco lo so ancora tutto a menadito, fino alla traccia “Endless, Nameless”.

Prodigi e maledizioni del paradiso del Rock. Quello maiuscolo, quello che dà la scossa quando la scossa va data, quello che fa tutto ciò che può fare una stramaledetta canzone, e forse anche qualcosa di più.

Sigh, sob... quelle maledette camicie di flanella! E così capitò che i capelloni laccati tornarono a cantare nei minuscoli strip-bar, dove quelli che avevano appena finito di suonare death metal davanti a cinquanta persone andavano a finire la serata.

In classifica passavano nuovi ceffi: Soundgarden, Alice in Chains, Screaming Trees. Veniva passato per grunge pure il gruppo spalla abusivo di Neil Young, i Pearl Jam. Diamine, cercarono di far saltare sul carrozzone del grunge pure i Kyuss. Le ultime vacche grasse che sapevano anche suonare la chitarra.

È durata per un paio d’anni poi, con un colpo di fucile e una pera di troppo, se ne andò Kurt e con lui il grunge. Ci lasciò con appena tre album e varie amenità, scordando di lasciarci su un appunto almeno la sua canzone più bella. Avide rockstar.

A pensarci ora era proprio una bizzarria: i punk ti dicevano che i Nirvana erano punk, i metallari li definivano hard rock, gli scoppiati li chiamavano “roba buona”, i culetti pop ne fischiavano i ritornelli. E quelli SEMPRE contro? Beh, per una volta se ne restarono buoni pure loro. O almeno quasi; in fondo i plebisciti mettono spesso e volentieri a disagio.

Quando mai è più successo un fenomeno trasversale simile?

Gli intenditori, i nostalgici, gli ascoltatori casuali, quelli sotto la doccia, quelli dell’autoradio in fila sull’autostrada. Mai più, ecco quando è successo di nuovo.

A meno che non pensiate che il duetto Jay Z-Beyonce metta d’accordo un po’ tutti, anche i palati più fini. E siete liberi di pensarlo, ma non in mia presenza, mi offendo per molto meno.

Se la musica trasversale ci ha lasciati, però, chiediamoci tutti dove è andata in vacanza, perché qui ne abbiamo piene le palle. Sì, piene anche dell’hip hop. E della Trap robbosa.

Ci vuole un inno per essere considerati una generazione?

Forse no, ma forse vi accontentate.


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