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Il bassista che lasciò i Queen perché "non vedeva potenziale"

22.08.2026 Scritto da Lucia Mora

La storia del rock è costellata di eroi, leggende e figure di passaggio che, per un istante, hanno sfiorato l'eternità prima di prendere un'altra strada. La scomparsa di Barry Mitchell, avvenuta lo scorso 17 agosto e confermata dall'archivista ufficiale della band Greg Brooks, riapre uno dei capitoli meno noti ma più affascinanti della genesi dei Queen: la ricerca della quadratura ritmica perfetta, avvenuta ben prima del successo planetario.

I mesi formativi e le scalette di ripiego

Tra l'agosto del 1970 e il gennaio del 1971, i Queen erano una creatura ancora in via di definizione. Mitchell fu il secondo bassista a tentare l'impresa, subentrando a Mike Grose per un totale di 13 concerti, tenutisi principalmente in Inghilterra con tappe significative a Liverpool. Le testimonianze di quel periodo, confermate dallo stesso Mitchell in un'intervista a "Rolling Stone" nel 2018, restituiscono l'immagine di un gruppo ambizioso ma ancora acerbo e in cerca di identità.

Con un repertorio originale insufficiente a coprire la durata di un'esibizione completa, Freddie Mercury guidava la band attraverso serrate sessioni di classici del rock and roll, cercando di sopperire con il carisma scenico alla mancanza di materiale autografo.

Questione di chimica e di onestà

Il cuore della vicenda di Mitchell risiede nella disarmante onestà con cui ha sempre analizzato il proprio addio alla band. Se da un lato i futuri idoli degli stadi lo considerarono inadatto al progetto arrivando al licenziamento, dall'altro fu lo stesso bassista a manifestare una profonda insofferenza verso la direzione musicale intrapresa.

Le sue parole rimangono una delle più lucide e autoironiche ammissioni di fallibilità nella storia della musica contemporanea: Mitchell ammise candidamente di non aver percepito il potenziale di un progetto che, di lì a poco, avrebbe ridefinito le regole della discografia internazionale. I Queen del 1970 non erano ancora l'entità di culto che il mondo avrebbe imparato ad amare, e quella scintilla di sperimentazione non risuonava minimamente con le sue corde.

Dai Queen al proto-punk

La vera dicotomia artistica di questa vicenda si palesò subito dopo l'uscita dalla band, quando Mitchell venne sostituito per due sole date da Doug Bogie, per poi lasciare definitivamente il posto allo storico basso di John Deacon. Mitchell trovò invece la sua vera dimensione nei Tiger, una formazione precedentemente nota come Crushed Butler e oggi riconosciuta dalla critica come una delle realtà seminali del proto-punk britannico.

Abbandonate le imminenti complessità armoniche che avrebbero portato i Queen verso i trionfi del 1975, il bassista abbracciò un suono incomparabilmente più crudo, diretto e ruvido. Un incrocio di destini che portò ciascuno ad assecondare la propria e personalissima urgenza espressiva.

Queen Budapest al cinema

A chiudere idealmente il cerchio tra le incertezze degli esordi e l'Olimpo del rock mondiale ci penserà il grande schermo. Dal 7 all'11 ottobre, infatti, le sale italiane ospiteranno Queen Budapest, il film-concerto che cristallizza l'esatto opposto della dimensione vissuta da Mitchell. Registrato nel luglio del 1986 al Népstadion durante "The Magic Tour" – la tournée che dettò i nuovi standard degli show da stadio – il live ungherese ha una duplice portata storica: fu il primo grande spettacolo di una band occidentale oltre la "Cortina di ferro" e l'ultima esibizione dei Queen al completo immortalata su pellicola.

Restaurato oggi in 4K per celebrarne il quarantesimo anniversario, il film ci consegna Freddie Mercury e compagni all'apice assoluto di quella grandeur visiva e sonora che, 15 anni prima, aveva allontanato il loro secondo bassista. È l'istantanea del contrasto perfetto tra ciò che Mitchell aveva intravisto e rifiutato, e ciò che il resto del mondo avrebbe poi consacrato alla storia.


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