A mezzo secolo dalla sua prima pubblicazione, M.U. - The Best of Jethro Tull si prepara a tornare sugli scaffali in una veste speciale. In uscita il 31 luglio, la storica raccolta della leggendaria band prog britannica viene ripubblicata in edizione limitata su vinile con incisione a metà velocità curata da Miles Showell negli studi di Abbey Road. L'operazione fa parte della campagna Spirit of ’76 di Warner – pensata per celebrare i grandi album usciti in quell'anno – e sarà disponibile in esclusiva per i negozi di dischi indipendenti aderenti all’iniziativa.
Oltre a capisaldi del repertorio come Aqualung, Locomotive Breath, Teacher e Living In The Past, la tracklist include perle come Rainbow Blues. Ne abbiamo parlato con Ian Anderson, che ha supervisionato la riedizione e – con la consueta ironia – ci ha guidato nel dietro le quinte di questo patrimonio musicale: dall'enigma della modella sulla copertina di Thick as a Brick al rifiuto del divismo rock, fino a una lucida riflessione sul cinismo della politica contemporanea, sulla "cerimonia" dell’ascolto del vinile e sul valore insostituibile dei negozi di dischi.
Curiosità. Chi è la misteriosa ragazza nella foto di copertina di Thick as a Brick?
Era una delle modelle che scelsi da un catalogo nello studio del fotografo. Non ricordo il suo nome né nient'altro di lei. I suoi genitori erano lì con lei e, non so, avrà avuto circa 15 anni. Fu letteralmente portata lì solo per fare il servizio fotografico e sapeva il fatto suo; aveva già fatto molte cose del genere in passato. Il fotografo la mise in posa per il servizio, scattò qualche foto, lei fu pagata e tornò a casa. Quindi fu tutto molto semplice e indolore. A dire il vero, non ricordo di averle parlato, ma, sai, il fotografo era a capo del servizio, quindi sarà stato lui a comunicare con lei. Comunque non era un'amica, una sorellina, una fidanzata o niente del genere. Solo una giovane modella professionista.
A proposito di copertine. Sulla cover di questa raccolta c’è la tua signature move, in piedi su una gamba sola. Una silhouette astratta, spoglia. Ti sei sempre sottratto al divismo tipico del rock?
Be’, ci sono alcune rockstar che erano giovani uomini di bell'aspetto e piacevano a giovani donne di bell'aspetto; io non sono mai stato uno di quelli. Credo che, in particolar modo in Italia, per esempio, direi che il 90% del nostro pubblico negli anni '70 fosse maschile. Ora è più un 50 e 50 perché le persone vengono con le mogli, le fidanzate, le nonne o altro, quindi il pubblico è molto più bilanciato in termini di genere. Ma all'epoca piacevamo di più agli uomini. Quindi, avere un'immagine visiva che fosse una semplice forma di identificazione a mo' di logo era più facile che avere fotografie che forse sarebbero risultate troppo esplicite e troppo realistiche. Sai, se fossi stato un bel ragazzo, forse avrei cercato di attrarre maggiormente un pubblico femminile. Ma non lo ero. Ero un giovanotto discretamente brutto, vestito in modo improbabile con calzamaglia e brachetta, una cosa che, stranamente, sembrava attrarre gli uomini più delle donne.
In Bungle in the Jungle, l'ecosistema animale diventa uno specchio per il cinismo umano. Dopo cinquant'anni, hai cambiato idea sull’umanità?
Essenzialmente sono un ottimista, quando si tratta di sperare e di immaginare un futuro migliore per i miei figli e i miei nipoti. Ma la realtà in questo momento non promette nulla di buono. Voglio dire, credo che 30 o 40 anni fa fossimo nel mezzo della Guerra Fredda e vivessimo, penso, con la consapevolezza generale che ci sarebbe potuta essere un'altra guerra mondiale che avrebbe segnato la fine della civiltà. Quei sentimenti pessimistici hanno poi lasciato il posto alle preoccupazioni per il cambiamento climatico e le malattie pandemiche. Ci sono molte cose che dobbiamo affrontare là fuori, ancor prima di considerare le remote probabilità di un impatto meteoritico che minacci il pianeta o di un qualche enorme evento cataclismatico interno in termini di vulcani, terremoti e maremoti.
La realtà è che stiamo affrontando un periodo piuttosto spaventoso. Ci sono in giro un mucchio di persone davvero spiacevoli, ossessionate dal potere e dal mantenere e controllare il mondo che li circonda finché vivono. E ovviamente penso in primis a Putin, poi là in Corea del Nord abbiamo il piccolo Kim, che è piuttosto ottuso. Little Kim quite dim. E in Nord America abbiamo il bugiardo inveterato e gradasso Donald J. Trump. Questi sono tipi pericolosi, persone pericolose. E in Israele abbiamo Netanyahu. Sono stato in Israele molte volte per esibirmi e raccogliere fondi per organizzazioni non governative. Non ho paura di criticare il governo israeliano, perché per me non vuol dire essere antisemita – cosa che non sono. Ho un grande rispetto per l'Ebraismo e le sue tradizioni, così come per il Cristianesimo. Ma non vedo perché io non possa criticare il governo israeliano per quello che ha fatto.
E, di nuovo, si tratta di un uomo solo che si aggrappa al potere, perché se non lo fa rischia di finire in prigione. Anche Putin si aggrappa al potere, perché se non lo fa finirà due metri sotto terra. Verrà assassinato. Per quanto riguarda Trump, il suo mandato dovrebbe giungere al termine, ma è probabile che la sua eredità, sotto forma di Pete Hegseth e J.D. Vance, continuerà per un po' in termini di populismo di estrema destra. E c'è anche l'uso della religione come mezzo per creare l'idea che, in qualche modo, loro siano i buoni e i giusti. Bob Dylan negli anni '60 scrisse una canzone intitolata With God on Our Side, e descrive in modo molto appropriato il mondo in cui viviamo oggi dove – non per il piccolo Kim ottuso, che è irreligioso – ma certamente Putin, si aggrapperà per convenienza alle nozioni del Cristianesimo ortodosso, perché questo gli farà guadagnare voti presso una certa fetta tradizionalista del pubblico russo. E Trump e altri, i suoi scagnozzi, si aggrappano al Cristianesimo perché vogliono che Dio sia dalla loro parte. E potrebbero genuinamente credere che Dio lo sia, sebbene io ne dubiti fortemente. Quindi viviamo in un mondo spaventoso, ma riesco ancora a essere ottimista e a sperare che tra 20, 30 o 50 anni questi tizi saranno morti e sepolti, e magari il mondo sarà un posto più sicuro e migliore, dove le persone si sentiranno più al sicuro e saranno più gentili l'una con l'altra. Quindi dobbiamo sperare per il meglio.
Rainbow Blues. Un gioiello, dalle sessioni di War Child. Come mai non trovò spazio nell'album originale, finendo per essere "salvata" proprio in questa compilation?
Quella fu una canzone che registrai semplicemente come singolo. Fu una canzone che scrissi dopo aver portato mia moglie forse non al primissimo appuntamento, forse al secondo; andammo al Rainbow Theatre nel nord di Londra, che era di proprietà della Chrysalis Records, per vedere un concerto. E scrissi la canzone. Non è un brano che ha un significato particolare in termini di relazione sentimentale, ma è una canzone di “osservazione” e sentivo che era una cosa a sé stante. Non era stata concepita per far parte di un album, era solo qualcosa che andammo a registrare come singolo, e in seguito trovò posto nella compilation. A quanto pare, però, divertì Ritchie Blackmore e sua moglie, perché ne registrarono una versione su uno degli album dei Blackmore's Night. Il mio amico occasionale, Ritchie Blackmore, è un uomo di grande gusto: conoscendo il suo amore per J.S. Bach e per altri, sapere che suona anche una delle mie canzoni mi fa sentire in ottima compagnia.
Questa riedizione sarà disponibile esclusivamente solo attraverso i negozi di dischi indipendenti. Questo tipo di distribuzione dà un valore diverso?
Fa parte della tradizione vendere la copia fisica alle persone che sono vere appassionate di musica, nel senso tradizionale del termine. Vogliono possedere qualcosa che possono tenere in mano. Vogliono andare in un negozio vero e proprio e poter spulciare tra gli scaffali degli album. Sono rimasti pochissimi negozi di dischi indipendenti. Sono rimasti pochissimi negozi di dischi in generale, perché oggigiorno le persone ascoltano la maggior parte della loro musica in streaming o magari comprano i CD online. La stragrande maggioranza della musica viene ottenuta in formato digitale ed è facilmente reperibile tramite abbonamento, che si tratti di Apple Music o di qualche altro provider. Ma la maggior parte è streaming e questo, innanzitutto, non fa guadagnare davvero soldi a nessuno, a meno che tu non sia Taylor Swift. E io, grazie a Dio, non lo sono. Credo di vestirmi decisamente meglio di Taylor Swift.
Ho la sensazione che i negozi di dischi in generale siano una bella cosa da mantenere in vita. Se dovessi comprare un'auto, vorresti andare a guardarla di persona, sedertici dentro e fare un giro di prova. È quello che succedeva negli anni '60, quando ho iniziato ad ascoltare musica. Potevo andare in un negozio di dischi e chiedere gentilmente al negoziante di farci ascoltare un paio di brani di un album, e se ci piaceva lo compravamo. Quelli sì che erano bei giorni. All'epoca, potevi accedere alla musica in un modo molto fisico e molto reale. Ma, ovviamente, non c'era molta scelta, ed è qui che l'avere la musica in digitale aiuta davvero, perché puoi andare su un servizio di streaming e accedere a qualsiasi cosa sia mai stata registrata. Ora è tutto là fuori, il che è un'ottima cosa. Ma dopo aver trovato qualcosa che ti piace, potresti voler andare a comprare il disco fisico. E quelle persone che amano i dischi in vinile e i giradischi, e che amano la versione "cerimonia del tè giapponese" dell'ascolto musicale, possono trovare soddisfazione in un negozio di dischi tradizionale, ammesso che riescano a trovarne uno dove vivono. Io vivo in campagna. Non credo che abbiamo un negozio di dischi... dovrei guidare per un'ora o più per trovarne uno.
L’ultimo disco che hai ascoltato?
Mentre tornavo a casa da Bologna, sull'aereo, ho ascoltato un album di Mose Allison, un pianista, cantante e compositore post-bop degli anni '50 e '60.
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