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I Tiromancino scompaiono nel blues

08.02.2026 Scritto da Lucia Mora

"Quando meno me lo aspetto", il quattordicesimo capitolo in studio dei Tiromancino, segna a suo modo una svolta per il gruppo guidato da Federico Zampaglione. Il dato tecnico più rilevante è lo scarto netto rispetto al sound levigato di "Ho cambiato tante case" (2021): qui si accorciano le distanze tra la dimensione live e quella in studio.

Scomparire nel blues

La prima traccia è tutto un programma: "Scomparire nel blues" è una dichiarazione di intenti. È evidente l'uso di chitarre tipiche del blues acustico, spesso lasciate nude o processate con riverberi a molla che danno un sapore analogico e vintage. Le sei corde dominano la scena: non ci sono solo i classici arpeggi sognanti a cui il gruppo ha abituato il suo pubblico, ma anche accordature aperte che richiamano il Delta del Mississippi, trasportato - mutatis mutandis - sulle sponde del Tevere.

Nonostante l’anima blues, non mancano innesti di elettronica sottile e ritmiche che strizzano l'occhio al pop di qualche decennio fa (come in "Mi rituffo nella notte"), creando un ibrido interessante che Zampaglione definisce "isola felice". Registrato con la collaborazione di Leo Pari e Simone Guzzino, l'album evita l'ipercompressione a favore di una dinamica più ampia, permettendo alla voce - sempre più confidenziale e meno impostata - di respirare.

Tra filosofia e cinema

"Quando meno me lo aspetto" è il perno attorno a cui ruota l'intera filosofia dell'opera. Zampaglione racconta che la bellezza e le soluzioni ai problemi arrivano solo quando smettiamo di tendere l'arco della volontà. Un ruolo centrale è giocato dalla passione per la boxe del frontman, che diventa specchio della vita: non conta quante volte finisci al tappeto, ma la qualità del respiro mentre ti rialzi. "Cercando di sorridere anche quando mi vedevo andare giù", canta in "Tizzo".

È affascinante notare come la solarità di alcune ballate faccia da contraltare al "lato oscuro" che Zampaglione esplora parallelamente nel suo nuovo film horror, "The Nameless Ballad", come se la musica fosse il contrappeso luminoso alle ombre del suo cinema. Quello tra musicista e regista è un binomio inscindibile: brani come "Gennaio 2016" somigliano a piani-sequenza sonori, grazie alla capacità di evocare immagini nitide attraverso pochi accordi e una voce.


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