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I Marillion sulle orme dei Pink Floyd a Pompei

26.07.2026 Scritto da Alessandra Del Prete

Che cosa significa essere una band con oltre quarant'anni di carriera senza trasformarsi nella replica di se stessa? La prima delle due serate dei Marillion all'Anfiteatro degli Scavi di Pompei (la seconda si terrà stasera), registrata per il nuovo album e video dal vivo nell'ambito di BOP – Beats of Pompeii, rassegna diretta da Giuseppe Gomez, sembra offrire una risposta piuttosto chiara. Non cambiare pelle, non inseguire le mode, ma continuare a scrivere musica nuova di qualià con lo stesso linguaggio. È una differenza sottile, ma decisiva.

Le telecamere sono ovunque. La regia mobile segue ogni movimento sul palco e tra il pubblico, mentre prima dell'inizio agli spettatori viene chiesto di limitare il più possibile l'uso degli smartphone per non compromettere le riprese. Tutto farebbe pensare a un concerto costruito per fissare su disco il meglio di oltre quattro decenni di carriera. I Marillion, invece, scelgono fin dall'inizio una strada diversa.
"Kayleigh", il brano che più di ogni altro ne ha segnato la storia, resta in attesa. Il concerto si apre con "Splintering heart", "Fantastic place", "You're gone" e soprattutto "Ribbons and lace", un inedito destinato al prossimo album in studio. È una dichiarazione d'intenti. Invece di trasformare un live ufficiale in una celebrazione del passato, la band sceglie di mettere subito il presente davanti a tutto.

Quando finalmente arriva "Kayleigh", l'anfiteatro canta all'unisono. È uno dei momenti emotivamente più forti della serata, ma dura il tempo della canzone. Per qualche minuto l'anfiteatro cambia volto. C'è chi canta a occhi chiusi, chi si abbraccia, chi alza appena le mani seguendo il ritornello. È il momento in cui il passato riaffiora con maggiore forza. Ma è anche un attimo destinato a esaurirsi subito. Finito "Kayleigh", i Marillion non insistono sulla nostalgia. Riprendono il filo del concerto esattamente dove lo avevano lasciato. Il brano simbolo dell'epoca di Fish viene accolto con l'affetto che merita, senza diventare il punto attorno a cui ruota l'intero spettacolo.

Un pubblico internazionale

È una differenza che racconta molto del rapporto fra i Marillion e il loro pubblico. Basta guardarsi intorno. L'italiano è quasi una lingua straniera. Circa l'80 per cento degli spettatori arriva dall'estero. Inglese, tedesco, francese e spagnolo si mescolano tra il pubblico già molto prima che si spengano le luci. La maggior parte ha attraversato mezza Europa per essere qui. Molti si conoscono da anni, si ritrovano a ogni tour, parlano delle date precedenti e di quelle che verranno. Più che il pubblico di una singola serata, sembrano una comunità itinerante che continua a seguire la band attraverso i decenni. Colpisce anche il comportamento degli spettatori.

Nonostante l'entusiasmo, tutto si svolge con una disciplina quasi insolita per un concerto rock. Quando la band chiede di limitare l'uso degli smartphone per agevolare le riprese, la richiesta viene accolta senza esitazioni. Più che un pubblico, sembra una comunità che negli anni ha costruito un rapporto di fiducia con la band e ne condivide naturalmente le regole. È lo stesso rapporto che nel 1997 portò i fan a finanziare la tournée americana dopo il passo indietro della casa discografica e che, quattro anni più tardi, contribuì direttamente alla realizzazione di “Anoraknophobia”.

Forse è proprio questa fiducia a permettere ai Marillion ciò che ad altre band riesce molto più difficilmente. Non rinnegano mai la propria identità, ma nemmeno la trasformano in un museo. Il loro linguaggio musicale resta immediatamente riconoscibile, eppure continua a produrre pagine nuove. Non cercano di sembrare contemporanei cambiando stile; lo restano perché continuano a creare.

Pompei e i Pink Floyd

Anche Pompei, in questo senso, assume un significato particolare. Per una band britannica cresciuta nella cultura del progressive il confronto con il celebre film dei Pink Floyd del 1971 è inevitabile. Là il protagonista era un anfiteatro vuoto, sospeso fuori dal tempo. Qui il centro della scena è il pubblico. Le telecamere cercano continuamente i volti, le mani alzate, le persone che cantano. Gli Scavi sono una cornice straordinaria, ma non il soggetto del racconto. I Pink Floyd trasformarono Pompei in un simbolo; i Marillion la restituiscono alla sua funzione originaria: uno spazio vivo, abitato dalle persone.

Steve Rothery resta il musicista che più di ogni altro definisce il suono della band. Ha costruito negli anni uno stile che si distingue più per economia che per tecnica esibita: la sua chitarra prolunga il racconto delle canzoni invece di interromperlo con il virtuosismo. È un approccio che, nel progressive rock, genere storicamente incline all'esibizione tecnica, rappresenta quasi un'anomalia. Rothery privilegia la nota giusta al numero di note e il risultato è un fraseggio riconoscibile fin dalle prime battute, qualcosa che accomuna pochi altri chitarristi della sua generazione. Mark Kelly riempie gli spazi senza appesantirli. Pete Trewavas e Ian Mosley attraversano continui cambi di tempo con una naturalezza che finisce quasi per nasconderne la complessità. Anche il coro di otto elementi amplia il suono senza modificarne l'identità. 

La dimostrazione più evidente arriva con "Care". Più di venti minuti collocati nel cuore di un concerto destinato a diventare un live ufficiale. Non è semplicemente una scelta coraggiosa. È la prova concreta di un modo diverso di intendere una lunga carriera. Molte band utilizzano i nuovi brani come parentesi tra i classici. I Marillion fanno l'opposto: inseriscono i classici dentro un racconto che continua ancora oggi.

Se anche la seconda serata seguirà questa direzione, il live che nascerà da Pompei documenterà molto più di un concerto. Racconterà una band che, dopo oltre quarant'anni, ha trovato forse il modo più difficile di restare fedele a se stessa: continuare a crescere senza mai smettere di riconoscersi. Perché il rischio più grande, per un gruppo con una storia così lunga, non è cambiare. È smettere di farlo. E i Marillion, almeno a giudicare da questa prima serata, sembrano aver evitato entrambe le trappole. Non rincorrono il presente, ma non abitano nemmeno soltanto il passato. Dopo oltre quarant'anni, i Marillion sembrano aver trovato il modo più difficile di restare fedeli a se stessi: continuare a scrivere canzoni che meritino di stare accanto a quelle che li hanno resi grandi.

La scaletta

●    Splintering Heart
●    Fantastic Place
●    You're Gone
●    Ribbons and Lace
●    Kayleigh
●    Hotel Hobbies
●    Afraid of Sunlight
●    Seasons End
●    Care
●    The Space
●    The Crow & The Nightingale
●    Easter
●    Lucky Man
●    Out of This World
●    Living In F E A R
●    Go!

Encore
●    Man of a Thousand Faces
 


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