Se il capitolo inaugurale del Festival aveva tracciato un ponte tra poliritmie compassate e memorie anni Novanta, la seconda serata del 2DAYS Prog +1 si è rivelata una celebrazione della mutevolezza del genere, un ottovolante stilistico che scardina ogni certezza fin dai primi minuti.
A far saltare immediatamente il banco ci pensano gli Ottone Pesante. Una partenza con una spinta vigorosa, uno schiaffo per svegliare i sensi. La formula è tanto atipica quanto devastante: tromba, trombone e una batteria che lavora come un martello pneumatico. Non c'è bisogno di chitarre distorte quando i fiati vengono spinti oltre ogni limite, creando un muro di suono di matrice extreme metal. Un'esibizione muscolare, cruda e travolgente, guidata da un motore ritmico inarrestabile che aggredisce il pubblico.
A placare le acque, mantenendo però alta l'asticella della complessità, ci pensano The Samurai of Prog. Il cambio di paradigma è netto: dall'assalto frontale si passa a un'eleganza sinfonica dal respiro internazionale. Il progetto trasforma il palco in un castello, cesellando arrangiamenti minuziosi e atmosfere fiabesche. Cerebrale e raffinatissimo, nel live la stratificazione degli strumenti regala una parentesi di puro classic prog, per distendere i nervi e appagare i puristi della melodia.
Il picco di coinvolgimento emotivo prende la forma di un rito collettivo grazie all'arrivo dei Ritual. La formazione svedese dimostra che cosa significhi possedere un magnetismo naturale, portando in dote un folk prog viscerale e trainante. L'intreccio tra strumentazione acustica ed elettrica sprigiona un'energia nordica, primordiale ma estremamente curata. I Ritual non si limitano a eseguire i brani, li vivono, instaurando un dialogo diretto e teatrale con un pubblico rapito dalle loro trame melodiche dal sapore ancestrale.
A sigillare la serata è la Storia con la S maiuscola. Sale sul palco la Martin Barre Band, per riascoltare i classici dei Jethro Tull attraverso le dita dell'uomo che ne ha forgiato il suono granitico. La chitarra di Barre non ha perso un briciolo della sua iconica ruvidezza: il suo tocco resta un marchio di fabbrica inconfondibile, un misto di blues grezzo e di hard rock colto. La sua band - Dan Crisp alla voce, Terl Bryant alla batteria e Daniele Piglione al basso) lo asseconda con una potenza esecutiva efficace, che ridà linfa vitale a riff scolpiti nella pietra senza farli suonare come polverosi reperti da museo, ma come materia viva, pulsante ed eterna.
Una serata che conferma l'anima proteiforme di questo festival, che passa dalle derive più sperimentali e pesanti al nucleo storico di una musica che, a quanto pare, non ha alcuna intenzione di invecchiare. Questa sera il gran finale con Limite Acque Sicure, Half Past Four, Paatos e Todd Rundgren.
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