«'O sanghe nun perdona maje / nun scorda maje / d’'e mmane ca s'hanno spurcate / sulo atu sanghe 'e pò lavà», canta La Niña, mentre il telo alle spalle del palco si tinge inevitabilmente di rosso, nel brano con il quale si rivela al pubblico. Si intitola “Sanghe” e non è un caso. C’è il sangue, nella musica di Carola Moccia, questo il vero nome della cantautrice napoletana che con “Figlia d’ ‘a tempesta” e l’album “Furèsta” ha fatto finalmente quel salto che da lei ci si aspettava da anni. Non solo il sangue evocato nel titolo della prima canzone in scaletta, ma anche quello che attraversa tutta la sua ricerca, metafora di radici, memoria, appartenenza. Ho visto La Niña, mi batte il corazón. È forse questa la sensazione più immediata che lascia il suo concerto: una musica che non si limita a essere ascoltata, ma attraversa il corpo, prima ancora della mente. La sua musica sembra nascere da una zona profonda, ancestrale, dove convivono le voci antiche del Mediterraneo e una tensione continua tra passato e futuro. L’ibrido perfetto tra Rosalía e Teresa De Sio, l’hanno definita. Ma certe definizioni, per quanto efficaci, rischiano di essere semplicistiche e riduttive. La sua musica ha una fisionomia autonoma, fatta di stratificazioni, memorie e contrasti, dove la tradizione non viene citata ma attraversata, trasformata e riportata a una dimensione nuova. Lo si capisce soprattutto vedendola in azione sul palco, dove ogni elemento trova una propria collocazione: la voce, il corpo, gli strumenti e gli arrangiamenti diventano parti di un unico rito laico.
Il successo di "Furèsta"
Con il tour estivo, che ieri sera ha fatto tappa alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, in uno scenario quasi post-apocalittico che sembra fatto apposta per il suo immaginario, un luogo sospeso dove lo spazio e il tempo sembrano perdere coordinate precise, La Niña sta capitalizzando l’attenzione conquistata negli ultimi mesi con “Furèsta”. Il disco, uscito nella primavera dello scorso anno a distanza di due anni dall’esordio con “Vanitas” e a quattro dall’Ep “Eden”, ha segnato una svolta nella carriera della musicista campana, che ha trovato una dimensione pienamente riconoscibile, trasformando influenze, memoria e ricerca sonora in un linguaggio personale, fino a vincere la Targa Tenco come “Miglior album in dialetto”. «Non era scontato che un lavoro così locale si connettesse con così tante persone», sorride lei, fiera, sul palco. Alle sue spalle c’è un percorso lungo, fatto di studio, sacrifici e dedizione, che ha costruito nel tempo la solidità del suo linguaggio artistico. Una ricerca costante, maturata attraverso anni di lavoro sulla voce, sulla scrittura e sulla costruzione di un immaginario personale sempre più definito.
Se la tammurriata incontra la techno e la dabke siriana
Sul palco tutto questo prende forma attraverso arrangiamenti ricchi e stratificati, che guardano addirittura a certa tradizione prog ma senza mai perdere il legame con la materia mediterranea. E con un’anima tutto sommato popolare. Tastiere che richiamano il suono del clavicembalo, flauti, aperture orchestrali e dettagli elettronici costruiscono un paesaggio sonoro in cui convivono epoche diverse. È una musica che sembra arrivare da un tempo lontano, ancestrale, ma che non rinuncia alla contemporaneità. Un equilibrio che produce anche momenti di sorprendente leggerezza, quasi fiabeschi, come accade in “Chiena” e “Scippe”, dove l’immaginario sembra sfiorare atmosfere disneyane prima di tornare verso zone più oscure e profonde. In “Ràreche” (in dialetto napoletano significa “radici”), il suo nuovo singolo, che è appena uscito e ha inaugurato il suo ingresso nella scuderia di Sugar Music, la tammurriata incontra la techno, che a sua volta incontra generi tipicamente mediorientali come la dabke siriana (la produzione porta la firma di Matteo Parisi, ideale metà del duo di producer partito da Salerno alla conquista del successo internazionale, fino ad arrivare a lavorare con Madonna). «Se po spezzà ‘nu ciore ‘mmiéz’ ‘o viento / ma ‘o viento senza ciore addora ‘e niente», canta La Niña. Una visione: sembra praticamente pronta per la serata Eurovision del Festival di Sanremo 2027 - si dice che Stefano De Martino voglia portarla tra i big - e, chissà, per l’Eurovision stesso. Eppure, solo un anno fa, quando il suo nome era stato accostato al Festival, La Niña aveva reagito smentendo le indiscrezioni con un duro post sui social, prendendo le distanze da quella dimensione: «Il modo in cui oggi Sanremo mette in scena la musica appartiene a un altro paesaggio: un grande dispositivo che decide dove puntare la luce e dove toglierla, secondo logiche che hanno poco a che fare con la cura, l’ascolto e la ricerca. Non è un giudizio morale, è una distanza di linguaggio. Io non mi riconosco in quel racconto. La mia musica preferisce altri luoghi e altri tempi: i palchi dei club, dei teatri, dei festival, dove ci si può guardare negli occhi e respirare insieme». Una posizione coerente con un percorso costruito lontano dalle scorciatoie e dalle logiche di esposizione immediata. Ma chissà che il cambiamento annunciato da De Martino non possa aprire uno spazio diverso, capace di accogliere anche artisti che arrivano da un’altra idea di musica. Forse i tempi sono maturi per una nuova scommessa: portare una voce così profondamente legata alla ricerca e alla dimensione rituale dentro il più grande palcoscenico nazionalpopolare italiano, senza chiederle di rinunciare a ciò che è.
Il bello deve ancora arrivare
L'equilibrio tra passato e futuro rende affascinante anche il suo rapporto con la tradizione. Nell’introduzione di “Pic Pica” viene quasi evocata la Teresa De Sio di “Voglia ‘e turnà”: forse è solo una suggestione, un’eco che sembra arrivare dalla memoria collettiva della musica napoletana. La Niña lavora proprio su questo terreno: quello delle eredità invisibili, delle melodie che continuano a vivere e trasformarsi, in un modo o nell’altro. Ancora più evidente è il trattamento riservato a “Maruzzella”, il classico di Renato Carosone che viene attraversato dall’elettronica e restituito in una forma nuova. La voce, filtrata dal vocoder, perde il carattere rassicurante della canzone popolare e diventa qualcosa di diverso, quasi una presenza proveniente da un altro tempo. Anche qui non c’è l’operazione nostalgica della rilettura, ma il tentativo di interrogare il passato per capire cosa possa ancora dire al presente. E mentre racconta di scrivere poco, lasciando intendere che un nuovo album arriverà quando sarà il momento giusto, il suo percorso continua ad allargarsi anche fuori dalla musica. Di recente ha composto le musiche della colonna sonora originale de “Il fuoco che ti porti dentro”, il film diretto da Edoardo De Angelis tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Franchini, che sarà presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, confermando una vocazione narrativa che va oltre la forma canzone. La sensazione è che il bello debba ancora arrivare.
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