News

High Tide, progenitori del prog-metal?

17.07.2026 Scritto da Franco Zanetti

Se vi è mai successo di dover traslocare ventimila album in vinile, beh: sappiate che oltre ad essere una gran fatica fisica, soprattutto se la schiena non è più quella dei vent’anni, è (anche) l’opportunità per riscoprire dischi che non ricordavate più di avere in casa. A me è successo, e dato che certi album li ho acquistati quando non sapevo quasi niente degli artisti che li hanno realizzati – Internet era di là da venire, e le informazioni in Italia arrivavano col contagocce, quando arrivavano – il trasloco è stata anche l’occasione per cercare di saperne di più. Vi propongo quindi queste schede realizzate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, che mi hanno accompagnato nel riascolto di certi dischi estratti dai vecchi scaffali prima che li rimettessi negli scaffali nuovi.

 

 

Nel grande racconto del rock britannico di fine anni Sessanta ci sono band che hanno avuto il tempo di diventare istituzioni, e altre che sono passate come una scossa: pochi dischi, poca fortuna, ma un’intuizione sonora capace di anticipare intere genealogie. Gli High Tide appartengono alla seconda specie. Durarono pochissimo, pubblicarono due album per la Liberty e sparirono quasi subito dalla scena, ma il loro debutto Sea Shanties resta uno degli oggetti più feroci e sorprendenti dell’underground inglese del 1969.

La formazione nasce attorno a Tony Hill, chitarrista e cantante già passato nei Misunderstood, gruppo culto della psichedelia anglo-americana. Con lui ci sono Simon House al violino e alle tastiere, Peter Pavli al basso e Roger Hadden alla batteria. La band viene generalmente collocata tra progressive rock, psichedelia pesante e proto-metal, ma nessuna di queste etichette basta davvero: gli High Tide erano troppo duri per il psych classico, troppo inquieti per l’hard rock nascente, troppo sporchi e viscerali per il progressive che di lì a poco sarebbe diventato sinfonico e virtuosistico.

Il cuore della loro anomalia sta nell’incontro tra la chitarra di Hill e il violino di House. Non un violino decorativo, non un colore folk, non una carezza orchestrale: un secondo strumento solista, aggressivo, elettrificato nello spirito anche quando non lo è letteralmente, capace di contendere spazio alla chitarra sullo stesso terreno di volume, tensione e ferocia. Le fonti retrospettive hanno spesso sottolineato quanto il debutto della band sia stato tra i primi album rock a usare il violino come elemento centrale e non come ornamento.

Sea Shanties, pubblicato nel 1969 e prodotto da Denny Gerrard, è il disco che consegna gli High Tide alla leggenda. La copertina di Paul Whitehead, futuro nome associato anche all’immaginario visivo del prog, introduce un mondo gotico, marittimo, minaccioso; la musica mantiene la promessa. Non c’è nulla di accomodante: riff duri, improvvise aperture, lunghe cavalcate strumentali, basso e batteria compressi in una massa sonora densa, quasi claustrofobica. È il suono di una band che sembra voler bruciare insieme blues, psichedelia e nascente progressive in un’unica colata di metallo liquido.

L’attacco di Futilist’s Lament mette subito in chiaro la questione: non siamo nella psichedelia floreale, ma in un luogo molto più cupo. Poi arriva Death Warmed Up, nove minuti strumentali che ancora oggi suonano improbabili per il 1969: una specie di jam apocalittica, guidata dal dialogo febbrile tra chitarra e violino. Una rilettura di Decibel ha insistito proprio sulla forza cinematica e sulla sorprendente tenuta del brano, notando quanto il violino di House funzioni come strumento d’assalto, non come elemento di contorno.

Il titolo dell’album potrebbe far pensare a canti marinareschi rivisitati in chiave rock, ma è quasi un depistaggio. Sea Shanties non ha la leggerezza corale della tradizione nautica: è piuttosto un naufragio elettrico, un disco in cui ogni pezzo pare spinto da una corrente sotterranea. Pushed, But Not Forgotten e Walking Down Their Outlook alternano tensioni acide e passaggi quasi progressivi; Missing Out e la title track chiudono il cerchio con un senso di minaccia più che di liberazione. È un album che non cerca il singolo, non cerca la radio, non cerca il consenso: cerca l’impatto.

Il secondo lavoro, High Tide, esce nel 1970. È meno brutale, più articolato, forse più vicino a una forma compiuta di progressive rock, ma non ha la stessa violenza primordiale del debutto. In compenso mostra una band più consapevole, capace di dilatare le composizioni e raffinare la propria scrittura senza rinunciare alla tensione. Il problema è che il tempo storico corre in fretta: nello stesso periodo il rock britannico viene ridefinito da King Crimson, Black Sabbath, Led Zeppelin, Van der Graaf Generator, Hawkwind. Gli High Tide restano incastrati tra mondi diversi, senza trovare una collocazione commerciale precisa.

La storia si interrompe presto. Dopo i due album per Liberty, il gruppo si scioglie nel 1970, senza grande successo critico o commerciale. Tony Hill riattiverà il nome in seguito, soprattutto tra anni Ottanta e Novanta, con nuove registrazioni e materiale d’archivio; Simon House entrerà poi in una traiettoria molto più visibile, passando per Third Ear Band, Hawkwind e collaborazioni con David Bowie, Mike Oldfield, Japan e David Sylvian.

Riascoltati oggi, gli High Tide sembrano meno una band minore che una band fuori asse. Non hanno la monumentalità dei King Crimson, né l’oscurità rituale dei Black Sabbath, né la corsa cosmica degli Hawkwind. Però, in Sea Shanties, intercettano qualcosa che diventerà centrale molti anni dopo: l’idea che progressive e pesantezza possano fondersi senza perdere complessità; che il violino possa essere feroce quanto una chitarra; che la psichedelia possa indurirsi fino a diventare quasi metal senza smettere di essere visionaria.

Per questo il loro culto continua a crescere. Gli appassionati di proto-metal li rivendicano come antenati; quelli del progressive li leggono come ramo laterale e selvaggio della scena britannica; i collezionisti li cercano per il fascino di quei dischi Liberty che sembrano arrivare da un’altra linea temporale. Anche ristampe e raccolte recenti, come The Complete Liberty Recordings del 2023, hanno contribuito a ricollocare la band nel suo contesto: non una semplice curiosità, ma un tassello oscuro e necessario dell’evoluzione del rock pesante inglese.

Gli High Tide non sono stati una grande band nel senso classico del termine: non hanno avuto una lunga carriera, non hanno consolidato un pubblico di massa, non hanno lasciato un catalogo imponente. Ma per un momento, tra il 1969 e il 1970, hanno suonato come se il futuro del rock dovesse passare da una tempesta di chitarra, violino e disperazione elettrica. E forse, in qualche modo sotterraneo, è successo davvero.


Disclaimer:

Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.

Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.

Immagini e diritti

Rockol:

  • utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
  • impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
  • accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
  • pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright

Segnalazioni

Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.

Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link

(Articolo originale su Rockol.it)

condividi