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"Hey Joe", la murder ballad che ha cambiato il rock

16.09.2025 Scritto da Gianni Sibilla

È l’apice del “matrimonio sacrilego tra musica popolare e violenza” che nel XX secolo si consuma più e più volte: è “Hey Joe”, la murder ballad per eccellenza, quella che ha cambiato la carriera di Jimi Hendrix e l’immaginario del rock. La storia viene raccontata in un nuovo libro: “That Gun in Your Hand: The Strange Saga of ‘Hey Joe’ and Popular Music’s History of Violence” di Jason Schneider (Anvil Press), con prefazione di Lenny Kaye.
Schneider legge la canzone come snodo chiave di un legame antico, anche più del rock stesso: “Non c’è un punto facile da cui iniziare a esaminare “Hey Joe”. La versione del 1966 di Jimi Hendrix resta quella definitiva. Fu la canzone che lanciò la sua carriera, la prima volta che cantava in uno studio di registrazione professionale.” Ma allo stesso tempo fu molto di più:
Come ricorda nella prefazione Lenny Kaye, chitarrista del Patti Smith Group e curatore della storica raccolta di garage rock “Nuggets”: “Mi imbattei per la prima volta nella canzone quando virò verso il folk-rock, negli anni delle garage band. C’era sempre confusione sulla sua paternità autoriale, ma ciò non faceva che accrescerne il fascino del mistero, come un romanzo giallo che indaga un delitto passionale, per pesare l’assassino sulla bilancia della giustizia. Come ti dichiari, Joe? Colpevole come da accusa.”

“Hey Joe" e le murder ballad

Le murder ballads sono canzoni che partono dalla cronaca e la trasformano in forma di ballata. Molto prima dei podcast di true crime, trasformavano delitti reali o archetipici in racconto popolare. Dalle versioni ottocentesche di “Stagger Lee” (poi ripresa anche da Nick Cave) e “Frankie and Johnny” nate a St. Louis — una sullo sparo per un cappello rubato, l’altra su una donna che uccide l’amante infedele — alla rinascita novecentesca, la forma si sposta generi e media, fino al rock’n’roll.
Alla fine degli anni ’50 e inizio ’60 l’America pop ha già interiorizzato quell’immaginario: Johnny Cash costruisce una parte della propria identità su canzoni come “Folsom Prison Blues” (“I shot a man in Reno just to watch him die…”) e “Delia’s Gone”, mentre il country-western e il blues elettrico tengono vivo l’archetipo del pistolero e del colpevole in fuga.  
“Hey Joe” ha una genealogia più contorta di quanto suggerisca la classica attribuzione a Billy Roberts. Schneider ricostruisce un antefatto cruciale: il demo “Baby Please Don’t Go To Town” di Niela Miller (1962), con lo stesso moto armonico a giro di quinte che darà a “Hey Joe” la sensazione di fuga inarrestabile. Roberts registra il copyright ma non pubblica un suo 45 giri; nel frattempo Dino Valenti (alias Chester Powers) riesce persino a depositare a suo nome una versione del brano nel giugno 1966, alimentando la confusione autoriale.  

Dalla scena di Los Angeles al folk-rock

Il brano circola nella Los Angeles di metà ’60: David Crosby lo spinge presso i Byrds, senza riuscire a farlo incidere; Arthur Lee e Bryan MacLean lo portano nei Love, che lo pubblicano nel 1966 su Elektra; ma sono i Leaves a trasformarlo in primo successo in classifica (n.31 Billboard, luglio ’66), fissando l’ossatura garage più veloce e con un tipico ponte R&B.
Sull’altra costa, nel Village newyorkese Tim Rose rallenta drasticamente il tempo, sostituisce “money” con “gun” già al primo verso e porta il testo al delitto compiuto: l’effetto è cupo, ipnotico, una vera rifondazione in chiave murder ballad.  
È proprio quella versione che colpisce Chas Chandler (ex Animals) nell’estate ’66: decide che con l’artista giusto “Hey Joe” sarà un hit in Inghilterra. L’artista, la sera dopo al Café Wha?, è Jimi Hendrix che sta già suonando il brano.  

Jimi Hendrix, Deep Purple e Patti Smith

Arrivato a Londra, Jimi entra in studio a fine ottobre ’66: registra “Hey Joe” (con “Stone Free” sul retro), prima volta in cui canta in uno studio pro. L’interpretazione fonde la versione dei Leaves con l’atmosfera di Rose con la chitarra di unica di Hendrix: è la miccia della sua carriera.
Tra le cover che hanno sedimentato il mito, i Love aprono la strada nel 1966: con Bryan MacLean alla voce inseriscono “Hey Joe” nel loro esordio e l’iniziale credito a “Valenti” fotografa bene quanto fossero confuse, all’epoca, le acque autoriali. Nel 1968 i Deep Purple ne spingono il lato spettacolare: sirena di polizia, un’idea quasi da bolero sinfonico, poi la sterzata verso “Hush”, a mostrare come il pezzo potesse farsi “hard” senza perdere la sua ombra. Nel 1967 tocca a Cher, che su “With Love, Cher” firma la prima versione femminile, modellata sull’arrangiamento hendrixiano e pensata per portare la ballata nell’alveo del pop mainstream.
A cavallo dei ’70 la canzone entra nel circuito soul e chitarristico. Ma un altro capolavoro è legato alla nascita del punk
1974, Patti Smith lega “Hey Joe / Piss Factory” alla cronaca del presente: riscrive l’incipit chiamando in causa Patty Hearst - ereditiera americana rapita nel 1974 poi trasformatasi in criminale - e trapunta il testo di riferimenti politici e mediatici. La murder ballad non è più solo un archetipo: diventa un dispositivo critico con cui leggere, in tempo reale, il rapporto tra delitto, racconto e opinione pubblica. Schneider dedica un intero capitolo a Nick Cave, che aveva inciso “Hey Joe” in “Kicking Against the Pricks”, disco di cover del 1986 e negli anni ’90 rimette mano alla tradizione  con ferocia teatrale: “Stagger Lee” su “Murder Ballads” (1996) è una versione espansa e cinematografica della storia di "Stack-O-Lee", brutalmente esplicita e consapevole del mito che aggiorna.

Dal folklore al true crime

Nell’era di podcast e serie TV, conclude Schneider, “Hey Joe” è la canzone-ponte in cui leggenda, cronaca e spettacolo si incontrano. La sua progressione in cerchio sembra non finire mai, come la fuga, dice l'autore: un archetipo che unisce violenza, colpa e destino, come il racconto di un omicidio nel documentario su una piattaforma. In questo senso, il “matrimonio” tra canzone e violenza di cui parla Schneider trova in “Hey Joe” il proprio rito fondativo dentro la cultura rock.

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(Articolo originale su Rockol.it)

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