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Hackett e Rothery, i capitani che ogni nave del prog sogna

05.09.2026 Scritto da Lucia Mora

Dopo anni di indiscrezioni e un decennio di lavorazione a intermittenza, abbiamo finalmente ascoltato The Roaring Waves, l'atteso album collaborativo tra due titani della chitarra e del rock progressivo britannico: Steve Hackett, celebre per il suo passato nei Genesis, e Steve Rothery, anima dei Marillion. Un'opera interamente strumentale di 45 minuti suddivisa in sette tracce, unita da un concept affascinante incentrato sulle profondità marine, la forza delle tempeste e il fascino magnetico dell'oceano. L'opera è stata parzialmente concepita a Whitby, la suggestiva cittadina costiera del North Yorkshire dove Rothery è cresciuto, e attinge direttamente all'impatto emotivo e visivo che il mare in tempesta ha lasciato nella memoria dei due musicisti fin dall'infanzia.

Un dialogo, non un duello

Il primo aspetto che traspare ascoltando il disco è il profondo rispetto musicale tra i suoi due autori. The Roaring Waves non è una sterile sfida di velocità o una vetrina di egocentrismo, anzi, rifugge il rischio di diventare esibizionismo fine a sé stesso. Al contrario, l'album si configura come un dialogo continuo e proficuo in cui le anime delle rispettive band madre si fondono in un'orchestrazione cinematografica.

L'influenza dei Genesis e dei primi lavori solisti di Hackett, come il leggendario Voyage of the Acolyte del 1975, emerge nell'uso denso del Mellotron, in qualche scorcio di Hammond e nell'immancabile chitarra classica, elementi che conferiscono al disco quel tocco misterioso e classicheggiante inconfondibile. A controbilanciare l'eclettismo classico di Hackett interviene il tocco sognante di Rothery: i suoi bending prolungati riportano alla mente i momenti più introspettivi e struggenti della discografia dei Marillion.

Supportati dal formidabile lavoro di Riccardo Romano, al basso e alle tastiere oltre che co-autore delle stesure, e dalla propulsione ritmica di Daniele Pomo e Leon Parr alla batteria, i due chitarristi si scambiano le linee melodiche in modo complementare: dove uno tesse la trama ritmica, l'altro è libero di prendere il volo.

I pezzi

L'album naviga fluidamente tra prog, ambient, folk celtico e persino tocchi di elettronica, seguendo una narrazione quasi visiva traccia dopo traccia. L'apertura è affidata a The Storm, che inizia con una melodia lirica di Hackett dai rimandi à la Jeff Beck, per poi sfociare in un fragore di tuoni ritmici orchestrati dalla batteria di Pomo. La tensione si allenta con la successiva Sandsend, che vira verso atmosfere eleganti e malinconiche di stampo floydiano (o meglio, gilmouriano, specie in The Division Bell).

L'umore muta in Red Dragon, addentrandosi in inaspettati territori orientaleggianti e celtici; un brano insomma che richiama le sperimentazioni dei Beatles e degli Yardbirds negli anni '60, impreziosite da tastiere che mimano il lamento delle cornamuse. La title track è uno dei vertici del disco: Hackett apre con intricati e virtuosistici arpeggi di matrice flamenco, prima che arrangiamenti orchestrali si abbattano sull'ascoltatore con la violenza delle onde del titolo.

K-129, battezzata con il nome del sottomarino sovietico scomparso nel Nord Pacifico, si impone come l'episodio più sperimentale della raccolta, omaggiando apertamente la "Kosmische Musik" e la Berlin School degli anni '70. Un sinistro e ricorrente segnale sonar funge da spartiacque per digressioni di chitarra distorte e dai toni angoscianti. Questa cupa immersione sonora prosegue nella successiva The Black Sea, una traccia densa di riverberi oscuri, illuminata però da un lungo e visionario assolo di Hackett.

La chiusura dell'album, affidata a Pacific Coast Highway, è un colpo di scena (stilistico). Per questo brano, in cui Rothery si cimenta eccezionalmente anche al basso elettrico, il disco sterza improvvisamente e gioiosamente verso un blues dai contorni rockeggianti. Guidata da cori femminili privi di testo, affidati alle voci di Jo Hackett e delle famiglie Rothery, da chitarre slide e da tracce di organo Hammond, il pezzo si dissolve su un groove rilassato e solare che stempera la magniloquente solennità che aveva pervaso il resto dell'opera.

The Roaring Waves è quindi un'opera matura, profonda ed estremamente curata, un immaginifico documentario sulla maestosità dell'oceano che catturerà gli appassionati di Genesis, Marillion e del rock strumentale di altissimo livello.


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