Non rimanete lì con le mani in mano. Chiamate un prete. Fatele un esorcismo. Lo spirito di Ella Fitzgerald deve essersi impossessato di questa povera ragazza. Non esiste altra spiegazione. Lo capisci nel momento esatto in cui Samara Joy si siede su uno sgabello, avvolta in un tubino rosso, e intona “Monk’s Mood”, una delle composizioni più austere di Thelonious Monk, che lei interpreta con una sicurezza che mette quasi soggezione. È troppo perfetta per essere vera, questa 26enne dotata di una tecnica che farebbe impallidire cantanti con quarant’anni di carriera e un controllo della voce che sfida ogni logica. Niente autotune. Niente balletti. Niente ammiccamenti. Samara Joy è immobile, al centro del palco. Balla per lei la sua voce, che sembra arrivare direttamente dall’età dell’oro del jazz. O è nata con un ritardo di ottant’anni oppure è stata spedita nel 2026 per ricordarci che esiste un altro modo di stare sul palco. Canta come se il tempo si fosse fermato al Cotton Club. Il pubblico della Casa del Jazz di Roma, che ieri sera ha ospitato il suo debutto nella Capitale, unica tappa italiana del suo nuovo tour mondiale, la acclama. «Roma sei bellissima, e prometto di tornare qui ancora tante volte», sorride lei, che a 26 anni ha già vinto sei Grammy Awards.
Nel 2023 batté i Maneskin, all’apice del successo negli Usa, portandosi a casa il premio come “Best New Artist”, “Miglior artista emergente”. Lo stesso anno vinse anche la statuetta come “Best Jazz Vocal Album” con “Linger awhile”. Poi sono arrivati altri quattro Grammy, compreso quello come “Best Jazz Performance” per la sua reinterpretazione di “Tight”, classico portato al successo nel 1976 da Betty Carter, tra le cantanti più innovative della storia del jazz. In un’epoca in cui il jazz si contamina, si ibrida, si dissolve dentro elettronica e pop (da Raye a Jorja Smith, passando per Laufey), lei ha scelto la via opposta: la purezza e l’ortodossia. E proprio per questo appare rivoluzionaria. Sul palco della Casa del Jazz usa la voce come uno strumento. Senza protagonismi. Si defila, lasciando respirare il suo sestetto e concedendo spazio agli assoli come se fosse la cosa più naturale che ci sia.
Omaggia miti come Thelonious Monk e Duke Ellington, riproponendo quella “Sunset and the Mocking Bird” che il “Duke” compose nel 1959 per una suite dedicata alla regina Elisabetta, incisa in un’unica copia rimasta inedita fino alla morte dello stesso musicista, nel 1974. Poi arriva “Yesterdays” e il fantasma di Billie Holiday si materializza sul palco. E si capisce perché Samara Joy è la degna erede di quella generazione irripetibile di interpreti: non cerca l’effetto speciale, ma l’intensità emotiva. Che è travolgente. Lo deve al gospel, spiega, che nelle chiese del Bronx le ha insegnato che il canto religioso non è una competizione per essere la migliore e che quando si invoca la parola del Signore non si deve cercare la perfezione ma il massimo di intensità emotiva, appunto.
Torna sul palco per il bis, nell’ovazione generale. E omaggia l’Italia - lei che è cresciuta ascoltando Mina, che si confrontò con il brano in questione nel 1984 per l’album “Catene” - con una personale rivisitazione di “Estate” di Bruno Martino, trasformata nella canzone dei titoli di testa di un film di James Bond mai girato, tutto luci basse e mistero, eleganza e pericolo, ricalcando la grammatica segreta di pezzi come “Goldfinger” di Shirley Bassey e “Thunderball” di Tom Jones, fatta di armonie minori sospese, cromatismi discendenti e risoluzioni degli accordi sempre rimandate. Ella Fitzgerald e Billie Holiday possono sorridere: il jazz ha trovato una nuova custode. Che Dio la benedica.
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