«Ho provato ad essere come tu mi vuoi / tanto che sai in fondo cambierei / ma son fatto troppo, troppo a modo mio / prova ad esser tu quel che non sei». Cominciava così “La fabbrica di plastica”, il secondo album di Gianluca Grignani. Era il 1996 e il rocker milanese ad appena un anno dal successo travolgente dell’esordio con “Destinazione paradiso” si ripresentava sulle scene con un’immagine e un suono completamente diversi rispetto a quelli con i quali il pubblico lo aveva conosciuto, e portato al successo, pochi mesi prima. Già da quel primo verso si intuiva uno dei temi centrali del disco: il rapporto conflittuale con l’immagine che gli altri avevano costruito attorno a lui. Quel «tu», più che una persona precisa, sembrava indicare tutto ciò che provava a spingere il cantautore milanese verso una direzione diversa rispetto a quella che lui aveva in mente: il mercato, il pubblico, l’industria discografica, ma anche le aspettative nate dopo il boom di “Destinazione paradiso”. La reazione fu immediata. E spiazzante. I discografici si aspettavano che Grignani consolidasse il personaggio costruito dopo il debutto, quello del ragazzo bello e tormentato, perfetto per il circuito televisivo e per un pubblico giovanissimo che aveva trasformato “Destinazione paradiso” in un fenomeno generazionale, si trovarono tra le mani un disco ruvido, pieno di chitarre distorte, riverberi e tensioni elettriche, lontanissimo dal pop-rock più lineare dell’esordio. Un album che sembrava fatto apposta per complicare tutto. A distanza di trent’anni, “La fabbrica di plastica” non ha perso quasi nulla della sua forza. Anzi, riascoltato oggi, il disco suona ancora come un corpo estraneo nella musica italiana: inquieto, poco disposto a scendere a compromessi. Ma soprattutto resta attuale per il conflitto che racconta, quello tra libertà artistica e logiche di mercato, tra identità personale e immagine costruita dall’industria. Un tema che, nell’epoca degli algoritmi, dei trend e dell’omologazione musicale, appare forse ancora più centrale di quanto non lo fosse nel 1996.
Grignani prima della svolta
Per comprendere davvero l’impatto de “La fabbrica di plastica”, e soprattutto ciò che quel disco rappresentò nella carriera di Gianluca Grignani, bisogna fare un passo indietro. Prima di diventare uno dei volti più popolari del pop italiano di metà Anni ‘90, Grignani è un ragazzo cresciuto tra la periferia milanese e la provincia, con la chitarra sempre addosso e una forte passione per il rock internazionale. Suona nei locali, scrive canzoni fin da adolescente e cerca di farsi notare in un ambiente discografico che - siamo nei primi ’90 - funziona ancora attraverso provini, incontri e gavetta. L’occasione arriva quando tra il 1992 e il 1993 Vince Tempera e Massimo Luca, chitarrista e produttore già al fianco di Lucio Battisti, Fabio Concato e altri, lo propongono alla PolyGram, che decide di metterlo sotto contratto e di iscriverlo a Sanremo Giovani con “La mia storia tra le dita”. La casa discografica intuisce subito il potenziale del giovane cantautore: ha un’immagine forte, una scrittura immediata, un’attitudine romantica e tormentata che può funzionare perfettamente nel mercato italiano. Pochi mesi dopo è la volta dell’esordio ufficiale, tra gli emergenti in gara nella categoria “Nuove proposte” del Festival di Sanremo 1995: “Destinazione paradiso” non vince la kermesse (arriva solamente sesta nell’edizione vinta, tra i giovani, dai Neri per Caso con “Le ragazze”), ma ottiene un impatto enorme. Nel giro di poche settimane il brano diventa un successo radiofonico e trasforma Grignani in un fenomeno generazionale. L’album omonimo vende centinaia di migliaia di copie in Italia e ottenne risultati importanti anche all’estero, soprattutto in America Latina. Da quel momento inizia per Grignani una sovraesposizione rapidissima: televisioni, copertine, interviste, tour. L’ex ragazzo di periferia diventa il prototipo del giovane artista che l’industria discografica può trasformare in un idolo pop: bello, riconoscibile, immediatamente spendibile sul mercato. Ma è proprio dentro questa macchina che matura il bisogno di rottura che porterà poi alla nascita de “La fabbrica di plastica”.
La disastrosa esibizione al Festivalbar
Che qualcosa si fosse inceppato, dentro la macchina, il pubblico lo aveva intuito già nell’estate del 1995, qualche mese prima dell’uscita de “La fabbrica di plastica”. Al Festivalbar Gianluca Grignani gareggia con “Falco a metà”, uno dei singoli di “Destinazione paradiso”. Il video dell’esibizione è un cult, in rete: «È uno degli artisti più seguiti e più richiesti dell'estate '95. Pensa che quando arriva lui c'è un movimento di ragazze sotto il palco…», dice Laura Freddi, annunciando l’esibizione del cantautore milanese, mentre dal pubblico volano peluche e altri oggetti (uno di questi colpisce pure la co-conduttrice del Festivalbar, Federica Panicucci). Con le mani nella giacca, senza microfono, Grignani comincia a cantare il suo singolo, "Falco a metà", estratto proprio da "Destinazione paradiso”, smascherando intenzionalmente il playback: raccoglie al volo un orsacchiotto lanciato da una fan e lo rispedisce in mezzo al pubblico con un calcio. Accenna un ghigno. C’è qualcosa di inquietante in lui. Ad un certo punto si fionda giù dal palco e si arrampica sulle transenne che lo dividono dalle fan: vuole scavalcarle, ma qualcuno lo tira indietro. E allora lui corre dall'altra parte del palco, sperando così di fottere la security, ma anche qui qualcuno lo divide dai fan e lo spinge verso il palco. Grignani s'infuria, inveisce contro la telecamera, mentre in sottofondo la sua voce - su disco - continua a cantare "Falco a metà". Torna al centro del palco, raccoglie la maglietta di una fan e la lancia con violenza in mezzo al pubblico. Riprende a muovere le labbra in sincronia con il disco in sottofondo. La situazione sembra essere tornata sotto controllo, ma a pochi secondi dalla fine dell'esibizione viene colpito in un occhio da un altro oggetto: una biglia. Non sorride più: ora sembra indispettito e infastidito. Spalanca di nuovo le braccia al centro del palco, ma stavolta sembra dire: «Avanti, colpitemi ancora». E mentre qualche fischio si mischia alle urla delle fan, Grignani abbandona il palco: «Dovevo cantare in playback, ma quella era una delle tipiche cose che non mi andavano giù. Per cui, dopo qualche parola cantata a tempo con la base, ho messo in tasca il microfono e ho cominciato a cantare volutamente fuori tempo, smettendo anche di muovere le labbra in certi momenti mentre la canzone andava avanti. Mentre cantavo mi è arrivata anche una grossa biglia nelle vicinanze dell'occhio sinistro. Un male che raramente avevo provato nella vita. Forte della rabbia e delle birre bevute prima di esibirmi, sono partito come un toro verso quella che mi era sembrata la zona di provenienza della biglia, e mi sono lanciato sul pubblico per cercare il mio 'attentatore'. Qualcuno del pubblico mi ha rotto la giacca e io, davvero infuriato, me ne sono fregato della canzone che proseguiva e sono tornato nel mio camerino», avrebbe detto, molti anni dopo.
Quelle voci maliziose sul silenzio
Frustrazione. È questa la parola chiave per entrare nel mondo de “La fabbrica di plastica”. La frustrazione di chi, dopo essere stato rapidamente trasformato in un idolo, si ritrova dentro una forma che non sente più sua. E prova a ribellarsi. Dopo la disastrosa esibizione al Festivalbar, Grignani si rintanò in un lunghissimo silenzio, sparendo dalla circolazione. Si sparse la voce che fosse «morto di overdose». Alcune testate scandalistiche scrissero: «È uscito di testa». Niente di vero: semplicemente, il ragazzo - appena 23enne - era fuggito da tutto quel marasma. Si era rintanato in un piccolo studio di registrazione di Garlasco, in provincia di Pavia. Ed è proprio lì che aveva registrato il suo grido di rabbia. “La fabbrica di plastica” nacque proprio dallo scontro con il mercato e le aspettative. Dissonanze di chitarre elettriche, riverberi, voce filtrata: «I ragazzini che acquistavano il cd poi lo riportavano indietro nei negozi dicendo che era fallato, che suonava male: in realtà suonava proprio così. Lo shock fu enorme. Io stesso in un negozio a Carpi, dove vivevo, mi sono ritrovato ad assistere a una scena in cui un ragazzo si ripresentò chiedendo al proprietario di cambiare il cd, perché quello che aveva acquistato, diceva lui, era fallato», ha detto della nostra intervista Massimo Varini, il chitarrista che affiancò Grignani nelle sessions. «Io volevo solamente rifare 'The bends' dei Radiohead», avrebbe spiegato il rocker presentandolo alla stampa.
Un disco dall'attitudine punk
Nel videoclip di "La fabbrica di plastica”, che anticipa l’uscita del disco, Grignani sembrava quasi il Joker di Jack Nicholson nel "Batman" di Tim Burton: un ghigno malefico e inquietante stampato sul volto, sguardo incazzato e sconvolto. Ancora oggi, a guardarlo mette quasi paura. Con "La fabbrica di plastica" Grignani sfornò un disco lontano anni luce dal pop-rock di "Destinazione paradiso", più spigoloso, crudo, difficile da comprendere. E - questa è la cosa principale - non facilmente svendibile al pubblico che il cantautore aveva conquistato con il suo disco precedente. Un disco dall'attitudine punk, insomma, anarchico e indisciplinato: «In un’intervista a Radio Italia sbottò: “Basta con le adolescenti, mi hanno rotto i coglioni”. In quel momento i discografici capirono che tutto quello che avevano costruito con “Destinazione paradiso” era andato in fumo. Gianluca voleva intenzionalmente distruggere l’immagine del belloccio che piaceva alle ragazzine. Ottenuto il successo, si mise in testa di fare ciò che voleva», ha raccontato il produttore Massimo Luca a Rockol. Leggenda vuole che una mattina presto Grignani si recò alla sede milanese della PolyGram, l’etichetta che lo aveva messo sotto contratto, e appiccicò adesivi de “La fabbrica di plastica” su tutti i vetri. Vicino all’ingresso scrisse sul muro “Gianluca” con la A cerchiata degli anarchici, in modo che lo vedessero tutti. Lui a distanza di molti anni avrebbe detto: «Il fatto che un ragazzino di 23 anni facesse uscire un disco così dopo aver venduto tre milioni di copie era una cosa folle. Creò scompiglio totale. La casa discografica voleva un Grignani patinato e io scalpitavo, non ci stavo dentro quel vestito. Loro cercavano di darmi un'immagine, io lottavo come un matto, non potevo diventare un altro per compiacere la casa discografica. Alla fine il contrasto divenne marketing. Mio padre mi disse di essere andato a una cena e di avere sentito l'allora presidente di PolyGram dire: “Forte quel Grignani, è un ragazzino che fa tutto da solo e mi fa guadagnare un sacco di soldi senza spendere una lira”».
"La fabbrica di plastica", inutile dirlo, fu un flop di vendite: non riuscì a spingersi oltre le 150 mila copie (numeroni, oggi, ma pochissimi per l’epoca), praticamente meno di un decimo rispetto alle copie vendute da "Destinazione paradiso”: «La sua vittoria, però, fu epocale - sottolinea Massimo Luca - aveva combattuto il plasticismo della musica e vinto».
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