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Gracie Abrams, l’eleganza di un coltello nel fianco

22.07.2026 Scritto da Elena Palmieri

Gracie Abrams si presenta al suo terzo album con l’eleganza controllata del nuovo volto di Chanel e un coltello piantato nel fianco. Da una parte ci sono la compostezza delle campagne della fragranza Coco Mademoiselle Crush Absolu e l’immagine di una popstar entrata definitivamente in una dimensione più grande. Dall’altra ci sono delle lame che si rigirano nelle ferite, diventando il simbolo di un dolore che la cantautrice non vuole più limitarsi a subire. In "Daughter from Hell", pubblicato a due anni di distanza da "The secret of us", Abrams prova a capire quando sia necessario attribuire agli altri la responsabilità delle proprie cicatrici e quando, invece, occorra riconoscere la parte avuta nel procurarsele. Il risultato è un disco più maturo, ampio e consapevole dei precedenti, anche se non sempre la musica riesce a incidere con la stessa precisione dei testi.

Il peso di diventare grandi

Quando nel 2023 Gracie Abrams pubblicava "Good Riddance", la sua carriera stava già cambiando velocità. Nello stesso anno apriva i concerti dell’"Eras Tour" di Taylor Swift e otteneva una candidatura ai Grammy come miglior artista esordiente, trasformando rapidamente il pop confessionale composto in cameretta in un linguaggio destinato alle arene. "The secret of us" e il successo di “That’s so true” hanno completato il passaggio, ma hanno anche esposto i limiti di una formula fondata su voce sussurrata, chitarre discrete e testi tanto intimi da sembrare messaggi vocali lasciati a notte fonda. "Daughter from Hell" parte proprio da quella formula e prova ad allargarla. Aaron Dessner, alla produzione, resta il principale punto di riferimento, con le sue chitarre arpeggiate, le percussioni ovattate, i pianoforti smorzati e gli archi tenuti quasi sempre sotto la superficie, ma Abrams appare meno interessata a raccontare soltanto la fine di una relazione e più disposta a interrogarsi sulla fama, sulla famiglia, sui privilegi e sul senso di disorientamento che accompagna l’ingresso nell’età adulta.

Il titolo del disco rimanda agli anni in cui la cantante metteva alla prova la pazienza dei genitori, il regista J.J. Abrams e la produttrice e attivista Katie McGrath, ma il disco non è una confessione adolescenziale piena di rivelazioni scandalose. La title track, costruita su una chitarra elettrica ruvida e distorta, è soprattutto una lettera alla madre, ringraziata e insieme risarcita per aver sopportato una figlia che si descrive come affamata, rumorosa e difficile da contenere. "And I want your patience / I want your grace / I want your sugar / And I wanna say / How much I owe ya / I've loved your shoulder", canta nel ritornello. È uno dei momenti migliori dell’album perché Abrams abbandona il sussurro, canta con maggiore forza e lascia che il suono si sporchi, trovando una dimensione che ricorda la solennità inquieta di Ethel Cain e il romanticismo sfocato dei Mazzy Star. Non scopriamo davvero in che modo abbia scatenato l’inferno, ma emerge con chiarezza la distanza tra l’immagine di sé costruita durante l’adolescenza e la donna che oggi tenta di osservarla senza assolversi né condannarla.

Anche “Humming” guarda indietro, ma allarga il campo dall’esperienza personale a quella generazionale. Il riferimento ai ragazzi di Pacific Palisades che hanno perso la casa della propria infanzia negli incendi di Los Angeles del 2025 diventa il punto di partenza per raccontare una generazione cresciuta tra instabilità economica, emergenze continue e una politica nella quale è difficile trovare qualcuno in cui credere. "But it’s not real, just an hour of relief / 'Til my eyes adjust to the lighting", confessa Abrams, individuando bene quella miscela di impotenza, stanchezza e nichilismo quotidiano che attraversa il disco. L’arrangiamento, però, rimane talmente delicato da attenuare l’urgenza delle parole. È uno dei problemi ricorrenti di "Daughter from Hell", dove la scrittura evoca incidenti, sangue, incendi, fantasmi e coltelli, mentre la produzione continua spesso a muoversi con una grazia prudente che evita qualsiasi vero impatto.

Le ferite hanno due lati

Il coltello è la metafora che tiene insieme l’album. "I'm living with a knife in my side / I'm gonna take it for a joy ride", dichiarano i primi versi di “The knife”, in cui Abrams decide di convivere con una lama nel fianco, quasi trasformandola in una prova di resistenza, mentre altrove scopre che può essere contemporaneamente la persona ferita e quella che ferisce. “Good reason” racconta la fine di una relazione in cui non ci sono tradimenti, crudeltà o colpe evidenti, ma soltanto la certezza incompleta che continuare sarebbe sbagliato. Abrams vorrebbe una ragione abbastanza grave da giustificare la separazione e finisce per ammettere che essere amati bene può rendere ancora più difficile andarsene. La melodia in tre quarti, il pianoforte velato e il post-ritornello essenziale lasciano finalmente respirare le emozioni, evitando quell’accumulo di parole che in passato tendeva a soffocarle. In “Broke my heart” la prospettiva si capovolge e la cantautrice si ritrova dall’altra parte della rottura, sorpresa dall’idea di aver conosciuto qualcuno senza averne mai compreso davvero le intenzioni: "How could you treat me like nothing to lose? / No difference to you, but you just broke my heart", è l'affermazione del ritornello, mentre quella lama ricorrente sembra ferire in entrambe le direzioni.

Le deviazioni dalla consueta malinconia indie folk sono anche i momenti in cui il disco acquista maggiore identità. “Look at my life”, prodotta con Dan Nigro, porta sintetizzatori pulsanti e un ritmo più nervoso dentro il racconto di una popstar che ha ottenuto ciò che desiderava e ora non sa come abitarlo. Le feste popolate da pezzi grossi e figure intercambiabili, l’ansia mascherata da efficienza e la sensazione di precipitare ogni sera in una nuova spirale restituiscono il lato meno affascinante della fama senza trasformarlo in una lamentela: "A new spiral every night / Bawling my eyes out, no, but I'm so fine", canta Gracie nel ritornello. “Hit the Wall” compie un’operazione simile, facendo scorrere l’autoanalisi di Abrams sopra una base più vivace, che introduce le varie incursioni ricorrenti, tra synth e voci, di Justin Vernon - più noto per il progetto Bon Iver. D'altro canto, “Mini bar”, scritta con Audrey Hobert, ritrova l’ironia colloquiale di “That’s so true” nel descrivere serate fuori, decisioni discutibili e ansia sociale. Sono canzoni che dimostrano come Abrams possa essere efficace anche quando smette di trattare la tristezza come l’unica atmosfera possibile.

Non tutto, però, possiede la stessa nitidezza. “Men like you” cresce grazie a un’interpretazione vocale più aperta e accusatoria, ma lascia sfocata la natura del rapporto di sfruttamento che descrive. “Imaginary friend”, scritta con il fidanzato, l'attore Paul Mescal, evoca una presenza che potrebbe essere un ex, un amore mai realizzato o il fantasma di una possibilità, senza riuscire a trasformare l’ambiguità in vero mistero. “What if it’s right?”, con ospite Marcus Mumford dei Mumford & Sons, ha una piacevole inflessione country che si consuma presto nella ripetizione del titolo, mentre “Cold goodbyes” chiude il disco con un’inquietudine più gotica e sintetica, ma conferma quanto a volte Abrams sappia definire con precisione una sensazione senza chiarire ciò che l’ha provocata.

"Daughter from Hell", della durata di un'ora - e non è poco al giorno d'oggi -,è comunque un gran lavoro per Gracie Abrams, in cui la sua crescita appare più evidente. La cantautrice ha affinato la scrittura, ampliato il registro vocale e iniziato a mettere in discussione una produzione che, pur elegante e coerente, rischia di proteggere troppo le canzoni dalle loro stesse emozioni. I brani più riusciti sono proprio quelli in cui alza la voce, sporca le chitarre, accelera il passo o rinuncia alle metafore per dire le cose con maggiore chiarezza. Abrams ha ormai il coltello dalla parte del manico e sa come usarlo per incidere nelle contraddizioni dell’età adulta. Per lasciare un segno ancora più profondo, dovrà soltanto affilarne un poco di più la lama.


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