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Gli Strokes non sono più quelli di "Is this it". Per fortuna

24.07.2026 Scritto da Mattia Marzi

Un cowboy a cavallo, immerso in un paesaggio che richiama il mito del West americano. Gli Strokes hanno scelto questa immagine per la cover di “Reality awaits”, il loro nuovo album. E da queste parti conquistano già un piccolo primato: quello di copertina più bella di questo 2026 finora. L’immagine è un omaggio a “(Untitled) Cowboy”, una delle opere più celebri dell’artista concettuale statunitense Richard Prince. Quello ritratto non è il cowboy romantico della tradizione: è un’immagine già consumata dalla cultura pop. Forse vi sembrerà bizzarro leggere in testa alla recensione del disco disquisizioni non sulla musica, ma sulla copertina dello stesso. Ma la copertina scelta da Julian Casablancas e soci dice molto su “Reality awaits” e sugli Strokes di oggi. Un po’ come il cowboy della mitologia, anche loro sono diventati, in questi venticinque anni trascorsi dall’uscita del loro iconico album d’esordio “Is this It”, manifesto dell’indie rock degli Anni Duemila, vittime di un’immagine stereotipata: la band che nel 2001 avrebbe salvato il rock (così titolavano i magazine, all’epoca), i ragazzi con le giacche di pelle, i jeans stretti e l’attitudine rock’n’roll, oggi è sospesa tra mito e memoria. E forse anche ingabbiata. Con “Reality awaits” gli Strokes provano a rompere gli schemi. A ribellarsi al mito.

Tra Cohen sotto acido e la new wave

Il disco arriva a sei anni di distanza dal precedente “The New Abnormal”, pubblicato nei giorni del lockdown e forse per questo accolto senza il clamore che avrebbe meritato. Anche questa volta Casablancas e compagni sono tornati a lavorare con Rick Rubin, come nel 2020. Hanno registrato le nove canzoni contenute in “Reality awaits” in Costa Rica, un contesto lontano dai riflettori. L’album restituisce gli Strokes nella loro dimensione più anarchica e imprevedibile. L’apertura affidata a “Psycho shit” è quasi un manifesto: un brano lungo oltre cinque minuti (5.23, per la precisione), una specie di Leonard Cohen sotto acido, con la voce di Casablancas deformata dall’autotune e trascinata in territori stranianti. Poi, senza soluzione di continuità, arriva “Dine and dash”, con chitarre ossessive e atmosfere new wave che riportano all’epopea del rock Anni ’80. È proprio quel decennio, con il suo lato più oscuro e inquieto, a tornare spesso nel disco. Forse perché è il linguaggio sonoro più adatto per raccontare un presente attraversato da tensioni e paure.

I testi impegnati

A proposito: nel disco c’è anche un’urgenza politica e sociale. Nella stessa “Psycho shit” Casablancas affronta il tema della violenza predatoria con riferimenti che sembrano richiamare la guerra a Gaza. In “Going shopping” canta: «Stiamo costruendo castelli con le ossa di alberi morti». Una frase che riassume bene il tono inquieto dell’album, che guarda al presente senza cercare facili consolazioni. Anche la struttura delle canzoni sembra voler sfidare le aspettative: molti brani rifiutano l’idea della classica canzone costruita attorno al ritornello (“Falling out of love”, per dire, arriva a superare i sei minuti). Certo, non tutto funziona alla perfezione. Un appunto che si può avanzare è che Casablancas non riesca più a scrivere versi destinati a diventare mantra come quelli degli esordi e che alcuni brani sembrano appoggiarsi su ritornelli decisamente meno incisivi rispetto al passato. Lo abbiamo detto, del resto: questo è evidentemente il disco di una band che non vuole vivere soltanto del proprio passato, ma cercare una via di fuga dalle formule consolidate.

"Dal vivo è ancora più sexy" 

Peraltro ai tempi di “Is this It”, nel 2001, Julian Casablancas aveva 23 anni ed era il volto di una generazione che cercava una nuova idea di rock. Oggi ne ha 47, si avvicina ai cinquanta, e porta con sé un bagaglio diverso: altre inquietudini, altre domande, altre prospettive. Difficile aspettarsi da lui, e dagli Strokes, le stesse cose di venticinque anni fa. Ad aprile gli Strokes avevano annunciato il disco con un video teaser in cui compariva un’automobile in voga negli Anni ‘80 e la scritta: «Dal vivo è ancora più sexy». Ora resta da vedere se quella promessa verrà mantenuta: l’appuntamento è per il 17 ottobre all’UnipolArena di Bologna, che ospiterà l’unica data italiana del tour.

TRACKLIST
“Psycho shit”
“Dine n’dash”
“Lonely in the future”
“Falling out of love”
“Going to babble on”
“Going shopping”
“Liar’s remorse”
“The fruits of conquest”
“Tyrants of the mellow moon”

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