La voce dell’attore Massimo Mesciulam spiega come il quartiere di Marassi, a Genova, sia speciale e allo stesso tempo uguale agli altri. Un luogo fisico e dell’anima che spinge chi ci abita, inevitabilmente, a mutare, o per adattarsi o per scappare. Gli Ex-Otago salgono sul palco del Crazy Bull della Città della Lanterna, il loro porto sicuro, e attaccano subito con “I giovani d’oggi” e “Cinghiali incazzati”: due colpi secchi, due manifesti. È come se dicessero che “Marassi”, dieci anni dopo, il disco che ai tempi li proiettò come alieni nel mainstream, non va spiegato, va semplicemente ancora vissuto. “Cinghiali incazzati”, in particolare, resta uno dei brani più rappresentativi del percorso della band pop. Non solo per l’energia, ma per ciò che racconta, ricollegandosi al monologo iniziale: il rifiuto di essere etichettati, l’idea di identità come qualcosa di mobile, animale, in trasformazione. La volontà di rimanere creature indomabili.
È esattamente quello che gli Ex-Otago sono stati lungo il loro sentiero, e sono ancora oggi: una band capace di cambiare pelle senza perdere se stessa, di attraversare fasi, suoni e contesti restando sempre riconoscibile. Questa tournée è il preludio a una nuova metamorfosi: “Qualche mese fa siamo andati a Milano e abbiamo parlato con il nostro manager, con il booking, con l’ufficio stampa. Con grande affetto, abbiamo detto loro: ‘addio’. Non volevamo più sentirci nel posto sbagliato: sentivamo il bisogno di ripartire, circondandoci di collaboratori e persone diverse. ‘Marassi’, in questo senso, rappresenta un ritorno a un certo modo di concepire la musica ed è il primo passo verso qualcosa di nuovo. Non è una celebrazione fine a se stessa del passato, ma una prima finestra su quello che speriamo possa essere il nostro futuro”, ha raccontato la formazione al Secolo XIX. La scaletta è naturalmente centrata su “Marassi”, che viene riproposto integralmente, ma non come un reperto da museo.
Brani come “Mare”, “che per diverso tempo ho avuto difficoltà a cantare perché parla di persone che non ci sono più”, spiega Maurizio Carucci, “Quando sono con te” e “Ci vuole molto coraggio” emergono oggi con una nuova stratificazione emotiva. Quest’ultima, che già allora infilava una critica esplicita alla Lega, ricorda quanto l’indie pop di quegli anni sapesse essere anche politico, attraversato da una presa di posizione chiara, pur restando accessibile e popolare. Un dettaglio non secondario, soprattutto se riletto oggi. Le melodie, i ritornelli, le frasi simbolo: è come se “Marassi” fosse rimasto attaccato ai corpi e ai pensieri di molti. Lo si capisce dal calore che emana il pubblico. Accanto al cuore di questo album, gli Ex-Otago scelgono di aprire il tempo, non solo di celebrarlo. Tornano indietro fino a “Bar centrale”, un brano di vent’anni fa, e a “Patrizia”, regali evidenti per chi la band l’ha seguita ben prima del salto del 2016. Canzoni che non servono a dire “guardate da dove veniamo”, ma a mostrare una continuità: stessi luoghi interiori, stessi sguardi, anche se tutto intorno è cambiato.
Ci sono poi incursioni più recenti, come “Questa notte” da “Corochinato” o “Con te” dall’ultimo “Auguri” del 2024, che tengono insieme passato e presente senza soluzione di continuità. È qui che il senso del tour diventa chiaro: non un’operazione nostalgia, ma un passo indietro per compiere un salto in avanti. Capire se quelle canzoni, nate in un momento storico preciso, sono ancora capaci di reggere il peso del tempo, delle trasformazioni personali e collettive, trasmettendo nuove energie. Il tour nei piccoli club, che si concluderà con la grande festa finale a Genova il 16 luglio, ha un valore preciso: è affetto e riconoscenza verso spazi che hanno reso possibile intere scene musicali nel Paese. Sono luoghi fragili, spesso minacciati, e portare un disco generazionale come “Marassi” in questi contesti significa anche difenderli, ricordare il loro ruolo fondamentale nella musica e nella società. Nei club, la distanza tra palco e pubblico è minima, l’energia più concentrata, il contatto più vero. È lì che la musica respira, si sporca e diventa reale. Qualche cosa a cui talvolta non sembriamo più abituati, immersi nel gigantismo di show sempre più mastodontici. Gli Otaghi vogliono ripartire da qui.
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