La notizia plana sui social a fine aprile, una manciata di giorni prima dell’inizio dell’ottava edizione del Frontiers Rock Festival. Dapprima in formato “rumors”, poi con un comunicato ufficiale. Tre headliner hanno dato forfait per gravi motivi personali: House of Lords, Robin Beck e Frontline. C’è chi s’incazza, chi la prende con filosofia, chi trova sollievo e sollazzo nei nomi giunti a rimpiazzare quelli mancanti: Russ Ballard (zero bisogno di presentazioni), il semi-sconosciuto Dan Byrne e da Göteborg gli Smoking Snakes. Chi accenna al gomblotto viene subito smentito via social da Robin Beck in persona: lei e suo marito (voce degli House of Lords) si sono beccati una ventata di redivivo covid. Del resto con ventun nomi nel roster, qualche defezione ci sta, si è mai visto un festival senza cancellazioni last minute? No, esatto.
DAY 1
Tarda mattinata, esterno giorno. Nel tranquillo comune di Trezzo sull’Adda (MI) sono in arrivo da ogni angolo del pianeta generazioni di rocker. Chi chiede un passaggio, chi condivide un taxi, chi si affida agli amici o a un autonoleggio in aeroporto. Ma alla fine il Live Club è sold out e ci si ritrova ancora una volta qui, tra sorrisi, abbracci, giubbotti di pelle, volti amici che non vedevi dall’edizione precedente e qualche ruga e chilo in più, perché il tempo passa per tutti. O quasi.
14:45. La vocalist australiana Cassidy Paris, qui in veste di presentatrice leopardata, apre ufficialmente l’ottava edizione del Frontiers Rock Festiva. A inaugurare il palco tocca quest’anno alla sensazione scandinava Streetlight, AOR/melodic rock band in arrivo da Jonkoping, Svezia, due album in catalogo (Ignition – 2023, Night Vision – 2025). Look da band di liceali, ma l’apparenza tanto per cambiare inganna, e la curiosità del pubblico viene ripagata da un concerto che poco ma sicuro si regala agli svedesi nuovi fan. Saranno i primi di una lunga serie di band scandinave a salire sul palco di Trezzo, del resto son decenni che i discendenti dei vichinghi dominano la scena hard-melodica. I Finlandesi Shiraz Lane (debut EP nel 2015 - Be The Slave Or Be The Change) prolungano la gittata nordica aggiungendo adrenalina, accenti sleaze e melodie familiari a chi segue l’universo rock di Helsinki e dintorni. Poi eccola, la prima new entry, Dan Byrne. Accolto da un parterre di benevolenti sconosciuti – “È la prima volta che suono fuori dal Regno Unito!” – Il suo cv è cosa recente e ancora poco affollato. Un EP (Beginnings) fuoriuscito lo scorso anno in compagnia un paio di singoli. La voce spacca, poco da dire, basterà a farlo diventare una rockstar?
Il palco torna svedese quando si materializzano i Creye, hard rock ultramelodico e contemporaneo da Malmö. IV Aftermath è il loro ultimo album, fresco fresco di lancio con l’inserimento dell’ennesimo nuovo singer, Simon Böös, in sostituzione di August Rauer. Qualche problema di ear-monitor (scivola dall’orecchio del vocalist che manco l’avessero intinto nell’olio) causa qualche fastidio, seccatura che non risparmierà quasi nessun cantante nei tre giorni di festival.
Adesso occhio perché tocca al più illustre dei “rimpiazzi”, Russ Ballard, classe 1945 (altro che criogenia, solo il rock ci farà vivere per sempre) e una lista infinita di band che hanno attinto alla sua fonte di canzoni: Rainbow (Since You Been Gone), Argent (God Gave Rock'n'Roll To You), Ace Frehley (Into the Night), America (You Can Do Magic). Scaldata la voce – anche dialogando col pubblico – si parte per un viaggio nel tempo che attraversa decadi e stili musicali. La scaletta oscilla tra album solisti (Two Silhouettes, Voices…) e successi conto terzi, il finale arriva proprio con il classico del 1973 reso immortale dai Kiss nel 1991: God Gave Rock and Roll to You. Applausi e ancora applausi. Che dire, faremmo tutti una firma per arrivare così a 80 anni suonati!
20:10. Il momento è giunto. L’attesa è finita. O forse no? Sono arrivati da tutto il pianeta, Australia e Brasile inclusi, per assistere al miracolo che quasi nessuno riteneva possibile: GIANT. Dal vivo. Teoricamente in formazione originale (Dann Huff, David Huff, Mike Brignardello) con l’aggiunta di quella vecchia volpe di Bryan Cole alla voce, Mark Oakley alla seconda chitarra e Larry Hall a pigiare sui tasti.
Autori di due album hard rock entrati nella leggenda (Last of the Runaways 1989 - Time to Burn – 1992), non apparivano sul palco dal 2017, quando tra l’incredulità generale si cimentarono al Basement East di Nashville per una reunion più rara di un’apparizione mariana (non si scorgevano dal tour europeo del 1992), e rimasta l’unica fino a oggi. La tensione è di quelle da farsela addosso, anche perché il destino decide di farsi due risate a spese dei fan e della band. David Huff non riesce nemmeno a partire, fermato in frontiera da un problema di passaporto, Mike Brignardello cade nel backstage al momento di salire sul palco, si sloga un braccio e finisce dritto in ospedale. All’annuncio gelo in sala. Si teme il peggio, si legge il panico. Poi appare lui, sua maestà Dann Huff: uno dei più geniali e umili gentiluomini della storia del rock, fresco d’inserimento nella Musicians Hall of Fame, annuncia che si suona lo stesso, che lo deve al suo pubblico -“vorrà dire che senza il basso sentirete di più le chitarre”. E il miracolo si compie. Shake me up, Thunder and Lightning, I can’t get close enough, Stay… e ti chiedi se stai sognando oppure è tutto vero. C’è spazio anche per Don’t Leave me in Love e per la stratosferica ballad Can’t let go, entrambe dal terzo e sottovalutato album (III, 2001) e per la strumentale Waiting on a Whisper, dal recente lavoro solista di Dann Huff. E se davvero non bastasse, a concludere la prima giornata dei festival arrivano gli Starship di Mickey Thomas (classe 1949), in compagnia di August Zadra alla chitarra e della vocalist Chelsee Foster nella parte che un tempo fu di Grace Slick. Il tempo di accendere le corde vocali e via che si parte in una lunga, nostalgica e applauditissima cavalcata sulle note di Jane, Sara, White Rabbit… dell’indimenticabile Nothing’s Gonna Stop Us Now (iconica colonna sonora del lungometraggio Mannequin, 1987) – e dell’altrettanto nota – non serve essere un rocker - We Built This City. Poi, emozionatissimi, tutti a casa, che domani si ricomincia.DAY 2
Il mattino ha l’oro in bocca, soprattutto se si ha avuto l’accortezza (e il budget) di accaparrarsi un VIP ticket. Tradotto significa un’ora indimenticabile di set acustico in compagnia di Michael Sweet (Stryper), Degreed e Giant (I’ll see you in my dreams è da brividi). Per tutti gli altri l’appuntamento è alle 14:45: a dare la sveglia tocca oggi ai melodici ma chitarrosi Fighter V, quartetto rossocrociato in arrivo da Hergiswil con due album nel cassetto - Fighter (2019) e Heart Of The Young (2024) - ma soprattutto ai nostrani Hell in the Club, che con l’inserimento della vocalist svedese Tezzi Persson – cresciuta a pane e dinamite – a fare le veci del fondatore Dave Moras, riuscirebbero a tirar giù dal letto anche un cadavere. Joker In The Pack, uscito lo scorso novembre, è il primo album con Tezzi al microfono e ha convinto anche i più scettici che non tutto il male vien per nuocere.
Poi chi si rivede? Gli Atlantic! Meteora britannica esplosa nel 1994 da un’intuizione del chitarrista Simon Harrison ma di cui non si è saputo più nulla per un trentennio, ossia fin quando Frontiers dà alle stampe Another World (2024). E son colate di melodia ed eleganti tastieroni aor (Can’t hold on, Without Love, Nothing to lose…). Peccato non ci sia tempo per l’ultimo brano in programma, la title track del primo album. Alle 17:30 attaccano i Degreed, altra band made in Sweden, sound contemporaneo, in azione del 2010, quando se ne uscirono con Life, Love, Loss. Tre lustri di successi li hanno dotati di un’ottima fanbase, che anche e Trezzo non fa mancare il proprio supporto.
Seguirà un’ora di ruvido e melodico hard rock da Philadelphia, un nome storico (since 1987), ma che non si vede spesso tra i nomi dei festival europei: Heavens Edge. La loro non è stata vita facile: una carriera di stelle e stalle, di album previsti e non pubblicati, di label inaffidabili, di lutti (il bassista G.G. Guidotti) e di lunghe pause di riflessione. Poi il matrimonio con Frontiers (2022) e il nuovo album l’anno successivo (Get It Right). Perché chi la dura la vince.
Prossima fermata H.E.A.T. E siamo di nuovo in Svezia, con una della band più amate del circuito dell’hard rock melodico internazionale, presente tra gli headliner pur non pubblicando con Frontiers. Ormai veterani del genere (l’omonimo esordio discografico data 2008), sono un’oliata e inarrestabile macchina da palcoscenico che rasenta la perfezione, alla cui guida siede, o sarebbe meglio dire salta, il tonicissimo vocalist Kenny Leckremo. I pezzi in scaletta sono quelli che il pubblico aspetta: si apre con Disaster e alterna bombe di arena rock (Rock your body, Nationwide) a momenti più intimi come Cry, che fa commuovere persino lo stesso Kenny.
Ciliegiona sulla torta che in tanti aspettavano al varco sono questa notte i californiani Night Ranger. Che non solo non hanno deluso ma hanno regalato uno show ben oltre le più rosee previsioni. Milioni di dischi venduti ai quattro angoli del pianeta, brani assurti a icone - Sister Christian, ‘(You Can Still) Rock In America, Don't Tell Me You Love Me – e ancora una gran voglia di suonare dal vivo e giocare col pubblico. Osservare Jack Blades (72) e Brad Gillis (68) divertirsi come dei matti ingannando Kronos a ogni riff è un gran bel vedere e un gran bel sperare (che possano continuare così ancora per un bel po’, e noi con loro).DAY 3
Il terzo giorno del FRF, si sa, è sempre quello un po’ complicato da far carburare. Si comincia ad accusare la stanchezza, le birre, e decine di ore passate in piedi davanti al palco. L’arduo compito di far ripartire le macchine è appannaggio questa volta del classic rock degli italici It’Sali di Giorgia (voce) e. Camillo (batteria) Colleluori, seguiti a ruota dall’aor dei Trasatlantic Radio del bassista scandinavo Victor Brodén, che dal cilindro tirano fuori nientemeno che una cover della mai abbastanza compianta Marcie Free: Arms of a Stranger.
Il pubblico inizia lentamente a reagire agli stimoli, che si alzano di tono con l’arrivo da
degli Smoking Snakes, sleaze metal band facente funzione degli impossibilitati Frontline. Nati solo quattro anni fa, tengono il palco da veterani snocciolando brani dal loro album d’esordio (Danger Zone) e pillole di All Lights On, LP in uscita il prossimo luglio.
Sulla stessa onda svedese raccolgono il testimone i Confess di John Elliot - già voce dei più celebri Crashdiet – con un album in arrivo (Metalmorphosis) a giorni. Sound non proprio originalissimo ma picchiano duro quanto basta per tenere sveglio il Live Club, e a questo punto non è poco. Alle 18:10 prende il comando un nome difficile da ignorare, mister John Corabi voce dei Mötley Crüe del bel tempo che fu, oggi frontman dei The Dead Daisies e impegnato in una quantità di progetti paralleli. A Trezzo si presenta come John Corabi and Friends, dove gli amici sono di quelli che contano: Michael Devin (Whitesnake), Paul Taylor (Winger), Jeremy Asbrock, Troy Lucketta (Tesla) e Marti Frederiksen. Si parte con New Day, dall’omonimo album appena uscito, e si procede con la barra a dritta su orizzonti che sanno di Seventies per un’ora di musica dedicata ai fan
Difficile vedere Matthew e Gunnar Nelson sul suolo europeo, in Italia poi men che mai, se si esclude uno showcase per il lancio del primo lp After the Rain (1990), come ricordano appena saliti sul palco tra scrosci di applausi. Come si fa a non voler bene ai due biondissimi gemelli di Santa Monica, che all’inizio degli anni Novanta finirono sulle copertine di tutte le riviste rock – e non solo – dell’universo? Chi non ricorda il tormentone (Can't Live Without Your) Love and Affection? Oggi hanno i capelli corti ma a noi piacciono assai anche così. La scaletta include i mega-classici con incursioni in territori relativamente più contemporanei (How can I miss you) e, sorpresa, il singolo nuovo di pacca Steamroller, gustoso e potente antipasto dell’album in uscita l’anno prossimo. C’è tempo anche per curiosità e aneddoti, come quello sulla serie tv Peacemaker, che nell’ultimo episiodio della seconda stagione (2025) – diretto da James Gunn – non solo annovera i due gemelli come guest star, ma da loro prende anche il titolo: “Full Nelson”. Per chi ha resistito fino alla fine il premio si chiama Stryper, da ben quarant’anni capofila indiscussi del circuito metal-cristiano e già ospiti del FRF del 2014. Sopravvissuti a crisi e acciacchi (per usare un eufemismo) che in più occasioni ne hanno messo a rischio la carriera, salgono sul palco bardati in giallo e nero, i loro inconfondibili colori di battaglia. Voce e chitarra di Michael Sweet dominano la scena ma osservare il fratello Robert – “the visual timekeeper” - dietro i tamburi (girato di 90 gradi come suo solito) è quasi ipnotizzante. Girano hit come Free e Always there for you, ma gli Stryper di oggi non cercano voti facili giocando sulla nostalgia, e nemmeno ne hanno bisogno.
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